Per Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti i conti non tornano più. E questa volta non è una formula da opposizione, ma il cuore del problema che sta agitando Palazzo Chigi e il Tesoro. La crisi di Hormuz, il prezzo del petrolio fuori controllo, il gasolio tornato vicino ai 2 euro al litro, l’inflazione pronta a mordere di nuovo e la Banca centrale europea orientata ad aumentare i tassi stanno preparando un’estate torrida per il governo. Politicamente, economicamente e socialmente.
Il primo segnale è arrivato con un dettaglio quasi grottesco. Dopo il Consiglio dei ministri che ha confermato il taglio delle accise su benzina e gasolio, da Palazzo Chigi è partito un comunicato che indicava in venti centesimi al litro lo sconto sul gasolio. Poco dopo è arrivata la rettifica, con tanto di scuse alla stampa per un «mero errore materiale»: lo sconto era la metà. Una svista? Forse. Ma anche il simbolo di un esecutivo che prova a rassicurare mentre la realtà corre molto più veloce dei comunicati.
Gasolio a 2 euro e inflazione: la crisi arriva alla pompa
Il primo effetto concreto è stato il ritorno del gasolio verso la soglia psicologica dei 2 euro al litro. Una cifra che pesa sugli automobilisti, sugli autotrasportatori, sulle imprese e alla fine sui prezzi al supermercato. Perché quando aumenta il carburante non rincara solo il pieno: rincara tutto ciò che viaggia, viene consegnato, prodotto, conservato e distribuito.
Il blocco di Hormuz e il calo dell’offerta di petrolio hanno accelerato una nuova fiammata inflazionistica. E non si tratta di una scossa passeggera. Gli esperti di energia stimano che il prezzo del petrolio resterà alto per tutto l’anno, anche nell’ipotesi più favorevole di una pace duratura tra Stati Uniti e Iran. Nello scenario migliore, il barile dovrebbe muoversi tra 80 e 90 dollari. In quello peggiore, senza tregua, le previsioni parlano di 120 dollari a luglio e 150 ad agosto.
A rendere il quadro ancora più pesante c’è il crollo di un terzo dell’offerta mondiale di fertilizzanti, altra conseguenza del blocco di Hormuz. Tradotto: non solo benzina e gasolio, ma anche alimentari, beni di prima necessità, produzione agricola e catene logistiche sotto pressione. L’estate rischia di diventare una lunga corsa al rialzo dei prezzi.
La Bce pronta ad alzare i tassi: mutui e debito sotto pressione
Il problema per il governo non è soltanto il costo della vita. È anche il costo del denaro. L’inflazione spinge la Banca centrale europea verso una nuova stretta. Il primo rialzo di un quarto di punto viene considerato pressoché certo alla riunione dell’11 giugno. Un secondo aumento, meno sicuro ma già ritenuto probabile, potrebbe arrivare il 10 settembre.
Per gli italiani significa mutui più cari, finanziamenti più pesanti, credito meno conveniente. Chi sta trattando un prestito o un mutuo ha già iniziato a vedere il cambio di vento: il costo del denaro, che fino a febbraio sembrava in discesa, ha ripreso a salire.
Per il Tesoro il problema è doppio. Tassi più alti significano meno crescita e un debito pubblico più costoso da finanziare. I rendimenti dei titoli di Stato erano già elevati prima della crisi di Hormuz. Ora rischiano di diventare una zavorra ancora più pesante proprio mentre il governo avrebbe bisogno di risorse per proteggere famiglie, imprese e trasporti.
Bruxelles chiude la porta sulle deroghe, il governo cerca il piano B
Meloni e Giorgetti sanno che l’ennesimo decreto tampone non basterà. Il taglio delle accise può alleggerire il colpo per qualche settimana, ma non può reggere da solo una crisi energetica prolungata. Per questo il governo ha provato ad aprire un fronte con la Commissione europea: ottenere margini di spesa oltre i vincoli del Patto di stabilità, magari con una clausola energetica simile a quella concessa per gli investimenti nella Difesa.
Ma Bruxelles non sembra intenzionata ad ascoltare. La paura dell’Unione europea è che misure come il taglio delle accise finiscano per sostenere i consumi e alimentare altra inflazione. Esattamente ciò che la Bce sta cercando di raffreddare con l’aumento dei tassi. Il governo italiano chiede spazio per respirare, l’Europa teme che quel respiro diventi benzina sul fuoco dei prezzi.
Così Meloni e Giorgetti sono passati al piano B: usare i fondi europei ancora disponibili. Due i serbatoi possibili: il Recovery Plan e le risorse ordinarie del programma di coesione. Dal Pnrr, però, si potrà ricavare poco. La scadenza dell’ultima revisione è vicina e gran parte delle risorse residue è già vincolata. Nella migliore delle ipotesi, a Palazzo Chigi si ragiona su un paio di miliardi.
L’assist di Fitto e la partita dei fondi di coesione
Lo spazio vero potrebbe arrivare dai fondi di coesione, il programma settennale che l’Italia storicamente fatica a utilizzare pienamente. Lì ci sono margini più ampi e somme potenzialmente molto più consistenti. Ed è qui che entra in scena Raffaele Fitto, oggi vicepresidente della Commissione europea, che ha varato una riforma capace di rendere più semplice il dirottamento delle risorse su nuove priorità.
Per Meloni è un passaggio decisivo. Se Bruxelles non concede deroghe al Patto di stabilità, l’unica strada è rimodulare fondi già esistenti e trasformarli in munizioni contro la crisi energetica. Una manovra tecnicamente complessa, politicamente delicata, ma forse inevitabile per evitare che l’estate si trasformi in un incubo di carburanti, rincari e tensioni sociali.
La premier lo ha detto agli autotrasportatori ricevuti a Palazzo Chigi: «Viviamo alla giornata». Ma il punto è proprio questo. Il governo può anche vivere alla giornata, i prezzi no. Il petrolio corre, la Bce prepara la stretta, l’inflazione rialza la testa e il debito costa sempre di più. Dopo mesi passati a rivendicare prudenza e stabilità, Meloni e Giorgetti si ritrovano davanti alla prova più scomoda: governare una crisi che non dipende solo da Roma, ma che a Roma presenterà comunque il conto.







