Matteo Salvini promette di smontare la legge Fornero, Giancarlo Giorgetti cerca disperatamente i soldi per la prossima manovra e milioni di pensionati aspettano di capire quanto troveranno sul cedolino di gennaio. La Lega torna alla carica con una nuova versione di Quota 100, ma il conto rischia di finire sulle spalle di altri pensionati, attraverso una rivalutazione meno generosa degli assegni medio-alti. Nel frattempo, chi vive con la pensione minima potrebbe ritrovarsi con appena dieci euro in più al mese, insufficienti a compensare l’aumento dei prezzi.
Il problema sono i numeri. Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica, la spesa pensionistica passerà dai 352 miliardi del 2026 ai 367 miliardi del 2027, raggiungendo il 15,3% del Pil. Quindici miliardi in più in un anno, proprio mentre il ministro dell’Economia prepara una legge di bilancio che ha già definito «molto targettizzata», con margini di intervento estremamente limitati.
La nuova Quota 100 di Salvini: pensione a 64 anni, ma servono 36 di contributi
Appena riconfermato alla guida della Lega, Salvini ha rilanciato la promessa che accompagna il Carroccio da anni: superare la legge Fornero. La priorità dichiarata è consentire l’uscita dal lavoro a 64 anni, attraverso un meccanismo che il partito presenta come una nuova Quota 100.
Ma rispetto alle proposte precedenti c’è una differenza sostanziale. Il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon aveva sostenuto la possibilità di andare in pensione a 64 anni con 25 anni di contributi. La mozione approvata dal congresso del partito porta invece il requisito contributivo a 36 anni, estendendo la possibilità anche ai lavoratori che hanno iniziato a versare prima del 1996.
La nuova formula sarebbe quindi 64 anni di età e 36 di contributi. Una soluzione assai diversa dalla Quota 100 introdotta nel 2019, che consentiva il pensionamento a 62 anni con 38 anni di versamenti.
L’innalzamento del requisito contributivo restringe la platea dei beneficiari e riduce il costo della misura. Una scelta che rende la proposta meno onerosa per i conti pubblici, ma anche meno accessibile per chi ha avuto carriere discontinue o ha iniziato a lavorare tardi.
Resta soprattutto una domanda alla quale Salvini non ha ancora fornito una risposta: dove trovare le risorse per finanziarla?
La contraddizione della Lega: promette di superare la Fornero, ma l’età pensionabile aumenta
Mentre il Carroccio continua a promettere maggiore flessibilità in uscita, dal 2027 i requisiti ordinari per andare in pensione torneranno ad aumentare per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita.
È previsto un mese aggiuntivo nel 2027, seguito da altri due mesi nel 2028. Un incremento complessivo di tre mesi che la Lega ha accettato, nonostante la battaglia politica condotta contro l’innalzamento dell’età pensionabile.
Il risultato è un sistema nel quale la maggioranza annuncia nuove possibilità di pensionamento anticipato, mentre contemporaneamente lascia crescere i requisiti ordinari.
La distanza tra le promesse congressuali e le scelte di governo diventa ancora più evidente considerando che la Corte dei conti ha calcolato per il 2025 un risparmio di 1,2 miliardi sui canali di uscita anticipata. Introdurre una nuova Quota 100 significherebbe tornare ad aumentare la spesa proprio su una voce che negli ultimi anni ha contribuito a contenerla.
Pensioni medio-alte nel mirino: il governo studia una rivalutazione più bassa
Per finanziare almeno una parte degli interventi previdenziali, il governo starebbe valutando di modificare il meccanismo di adeguamento delle pensioni all’inflazione.
Secondo quanto riferisce la Repubblica, la Ragioneria generale dello Stato sta esaminando insieme all’Inps l’ipotesi di abbandonare l’attuale rivalutazione per scaglioni e tornare al sistema per fasce.
La differenza non è soltanto tecnica. Con il meccanismo per scaglioni, le diverse percentuali di rivalutazione si applicano alle rispettive porzioni dell’assegno. Il sistema per fasce può invece applicare una percentuale ridotta all’intero importo della pensione che supera una determinata soglia.
Per chi percepisce un assegno medio-alto, il cambiamento potrebbe quindi tradursi in un aumento più contenuto rispetto all’inflazione, con una perdita di potere d’acquisto.
I risparmi ottenuti potrebbero essere utilizzati per finanziare altre misure previdenziali, comprese quelle richieste dalla Lega. La Corte costituzionale ha già riconosciuto la possibilità di limitare temporaneamente la perequazione, purché gli interventi siano proporzionati, ragionevoli e giustificati da esigenze di solidarietà all’interno del sistema.
Non esiste però un’autorizzazione preventiva a ridurre indiscriminatamente gli aumenti: saranno decisive le soglie individuate, la durata dell’eventuale intervento e la destinazione delle risorse.
Pensioni minime, la beffa dei dieci euro: aumentano gli assegni, ma i prezzi corrono di più
La situazione più delicata riguarda chi percepisce la pensione minima. Oggi l’importo è pari a 619,80 euro lordi mensili, comprensivi di una maggiorazione straordinaria dell’1,3% destinata a scadere il 31 dicembre.
Senza una proroga nella prossima legge di bilancio, la rivalutazione ordinaria del 2027 verrà calcolata sulla base di 611,85 euro, escludendo quindi gli otto euro circa garantiti dall’incremento temporaneo.
Con un’inflazione ipotizzata al 2,9%, la pensione minima salirebbe a circa 630 euro mensili. Apparentemente un aumento, ma rispetto ai 619,80 euro attualmente percepiti il guadagno sarebbe di poco più di dieci euro, equivalente a circa l’1,6%.
I prezzi, invece, crescerebbero del 2,9%.
Chi vive con poco più di seicento euro al mese si ritroverebbe quindi con una pensione nominalmente più alta, ma con una capacità di spesa inferiore. E per chi deve affrontare affitto, bollette, alimentari e medicinali, la differenza non è affatto trascurabile.
È questo uno dei nodi più urgenti che Giorgetti dovrà sciogliere: trovare le risorse per confermare la maggiorazione straordinaria, evitando che l’aumento previsto dalla rivalutazione venga in parte neutralizzato dalla sua scadenza.
Ape sociale in scadenza, Opzione donna cancellata e isopensione ridotta
La prossima manovra dovrà affrontare anche la scadenza di altri strumenti previdenziali.
A dicembre terminerà l’Ape sociale, che consente a determinate categorie di lavoratori in condizioni di difficoltà e agli addetti ad attività gravose di anticipare l’uscita dal lavoro. Senza una proroga, questo canale non sarà disponibile per nuovi beneficiari dal prossimo anno.
Opzione donna, invece, è stata già cancellata un anno fa, restringendo ulteriormente le possibilità di pensionamento anticipato per le lavoratrici.
Cambierà anche l’isopensione, lo strumento utilizzato dalle aziende per accompagnare alla pensione i dipendenti in esubero, sostenendone direttamente i costi.
Attualmente il meccanismo permette di anticipare l’uscita fino a sette anni rispetto ai requisiti ordinari. Senza un intervento legislativo, dal prossimo anno il limite tornerà a quattro anni.
Secondo le informazioni riportate da la Repubblica, numerose imprese stanno già presentando richieste all’Inps per utilizzare lo strumento prima che cambino le condizioni.
Giorgetti stretto tra le promesse di Salvini e i conti pubblici
La partita previdenziale rischia di mettere in difficoltà anche un progetto sostenuto dal ministro dell’Economia: il contributo di mille euro alla nascita da destinare alla previdenza complementare, per il momento congelato.
La misura punta a favorire la costruzione di una pensione integrativa fin dall’infanzia, ma richiede risorse che potrebbero essere assorbite dalle priorità più immediate.
Giorgetti si trova così a dover scegliere tra interventi che rispondono a esigenze molto diverse: sostenere le pensioni minime, prorogare gli strumenti di uscita anticipata, finanziare la nuova Quota 100 e contenere una spesa previdenziale destinata a crescere di quindici miliardi in un anno.
Salvini, intanto, continua a promettere lo smantellamento della Fornero senza indicare coperture precise. E l’ipotesi che si profila è politicamente scomoda anche per la Lega: finanziare nuove pensioni anticipate riducendo gli aumenti di chi è già in pensione.
Una redistribuzione interna al sistema previdenziale che potrebbe trasformare l’ennesima battaglia contro la legge Fornero in uno scontro tra pensionati, mentre chi percepisce appena 619,80 euro al mese aspetta ancora di sapere se il governo riuscirà almeno a difendere il valore del suo assegno dall’inflazione.







