Addio a Oleksiy Yukov, il “collezionista di anime” eroe dei social che sfidava mine e bombe per restituire un nome ai morti della guerra

Oleksiy Yukov

Quando la bara di Oleksiy Yukov ha attraversato piazza Maidan, migliaia di persone si sono inginocchiate. L’Ucraina ha salutato così l’uomo che per oltre vent’anni aveva compiuto lo stesso gesto davanti ai caduti abbandonati nei campi, nelle foreste e tra le rovine della guerra. Yukov si chinava su di loro, li liberava dalla terra, ne raccoglieva i resti e cercava di restituirli alle famiglie. Non domandava quale uniforme indossassero né da quale parte avessero combattuto. Per lui non esistevano morti ucraini e morti russi, ma soltanto esseri umani che attendevano di tornare a casa. Per questo lo chiamavano il “collezionista di anime”.

Oleksiy Yukov è morto mercoledì, a quarant’anni, durante una missione di recupero. Una mina antiuomo è esplosa mentre svolgeva ancora una volta il lavoro al quale aveva dedicato gran parte della propria esistenza. Sabato, nella Cattedrale di San Vladimiro, nel cuore di Kiev, migliaia di persone hanno partecipato alla funzione ortodossa celebrata in sua memoria. Altre cerimonie si sono svolte contemporaneamente in diverse città del Paese, mentre la folla raccolta nella capitale accompagnava il passaggio della bara con il gesto di rispetto riservato agli eroi. Eppure Yukov non aveva costruito la propria grandezza uccidendo il nemico: era diventato un simbolo nazionale perché rifiutava di abbandonare persino i corpi di coloro che avevano combattuto contro il suo Paese.

Il ragazzo del Donbass che cercava i morti dimenticati

Originario del Donbass e istruttore di arti marziali, Yukov aveva cominciato la propria missione quando era ancora adolescente. Un giorno si imbatté nei resti di alcuni soldati sovietici della Seconda guerra mondiale, uomini rimasti per decenni sotto terra, lontani dalle famiglie e privati perfino di una tomba. Quell’incontro cambiò per sempre la sua vita. Comprese che una guerra non termina davvero quando tacciono le armi: continua finché qualcuno rimane disperso, finché una madre non conosce la sorte di un figlio, finché un corpo senza nome giace in un campo e nessuno può piangerlo davanti a una lapide.

Da quella consapevolezza nacque Platsdarm, “Testa di ponte”, l’organizzazione di volontari fondata da Yukov per cercare e recuperare i caduti. I suoi uomini si spingevano nei luoghi dai quali tutti gli altri tentavano di fuggire: campi minati, foreste attraversate dai combattimenti, villaggi sventrati e macerie ancora esposte ai bombardamenti. Il loro compito cominciava dove finiva quello dei soldati. Quando una battaglia si spostava e lasciava dietro di sé i corpi, Platsdarm entrava in azione per sottrarli all’oblio e restituire alle famiglie almeno la certezza della morte, dolorosa ma necessaria per iniziare un vero lutto.

Per Yukov, infatti, recuperare un corpo non rappresentava soltanto un’operazione materiale. Significava interrompere l’attesa di una famiglia, offrire a una madre un luogo nel quale portare un fiore, consentire a una moglie o a un figlio di pronunciare un ultimo saluto. Sua figlia Diana ha racchiuso questa capacità in una frase semplice e potentissima: la gentilezza del padre verso le famiglie in lutto «ha guarito i vivi». Oleksiy non poteva restituire loro le persone amate, ma le liberava dalla condanna di aspettare senza sapere, sospese tra la speranza e la paura.

«Lasciateli marcire»: la risposta di Yukov sui caduti russi

La grandezza morale del “collezionista di anime” emergeva soprattutto davanti ai corpi dei soldati russi. Mentre la guerra moltiplicava l’odio e spingeva molti a considerare il nemico indegno perfino della sepoltura, Yukov continuava a recuperare tutti i caduti. A chi gli diceva di lasciare marcire gli invasori sul terreno rispondeva senza esitazione: «Quando dicono: “Lasciateli marcire”, non sono d’accordo. È così che lottiamo per ogni anima».

Non si trattava di ignorare le responsabilità dell’invasione né di cancellare la differenza tra aggressori e aggrediti. Yukov difendeva un confine ancora più profondo: quello oltre il quale anche la guerra deve fermarsi. Un uomo morto non può più combattere, minacciare o uccidere. Rimane un corpo che qualcuno ha amato e che una famiglia, dall’altra parte della frontiera, continua ad aspettare. Restituirgli dignità significava impedire alla violenza di divorare anche l’umanità dei sopravvissuti.

Per questo Yukov parlava del proprio lavoro in termini quasi religiosi. Un corpo, ai suoi occhi, non era soltanto materia rimasta sul campo di battaglia: era un’anima in attesa di tornare a casa. La sua non era una dichiarazione astratta, ma una convinzione vissuta ogni giorno nel fango, tra le mine e sotto la minaccia dei bombardamenti. La pietà non restava una parola pronunciata al sicuro: diventava un gesto concreto e pericoloso, compiuto nel luogo esatto in cui la guerra aveva cancellato ogni forma di compassione.

La mina, l’occhio perduto e il ritorno in prima linea

Oleksiy Yukov conosceva perfettamente il prezzo di quella scelta. Nel 2022 un’esplosione gli aveva provocato gravi ferite alle gambe e la perdita di un occhio. Avrebbe potuto fermarsi senza dover dimostrare più nulla a nessuno. Aveva già dedicato anni ai caduti e pagato sul proprio corpo un tributo enorme. Ma, nonostante la lunga convalescenza, decise di tornare in prima linea e riprese le missioni nei territori minati.

Quel ritorno racconta più di qualsiasi celebrazione il coraggio di Yukov. Non affrontava un pericolo sconosciuto con l’incoscienza di chi pensa che nulla possa accadergli: conosceva la forza di una mina, portava sul volto e nelle gambe le conseguenze di un’esplosione e sapeva che ogni missione avrebbe potuto essere l’ultima. Continuava comunque a partire perché, mentre un caduto restava insepolto, una famiglia non poteva concludere la propria attesa.

La mina che lo aveva risparmiato nel 2022 lo ha ucciso quattro anni dopo. Yukov è morto svolgendo la stessa missione alla quale aveva consacrato la vita: andare a cercare qualcuno che la guerra aveva lasciato indietro. Il “collezionista di anime” è diventato così una delle anime che i suoi compagni dovranno accompagnare a casa.

La promessa della moglie davanti alla bara

Durante il funerale, la vedova Evhenyia Kaluhyna indossava un abito bianco ricamato. In piedi accanto alla bara aperta del marito, tra le lacrime ha promesso che il lavoro di Platsdarm continuerà. È l’eredità più autentica che potesse raccogliere: non trasformare Oleksiy soltanto in un simbolo da celebrare, ma mantenere vivo ciò per cui aveva combattuto ogni giorno.

Altri volontari entreranno nei campi minati, attraverseranno le foreste e scaveranno tra le rovine. Recupereranno civili e soldati, ucraini e russi, perché la regola lasciata da Yukov non ammette eccezioni: ogni caduto merita di tornare a casa. Ogni famiglia ha diritto a una verità, a un corpo da seppellire e a una tomba sulla quale piangere.

Oleksiy Yukov ha trascorso più di metà della propria vita in mezzo alla morte senza permettere che la morte lo rendesse indifferente. In una guerra che divide popoli, territori, lingue e memorie, continuò a riconoscere un essere umano anche sotto l’uniforme del nemico. Quando la sua bara ha attraversato Maidan, l’Ucraina si è inginocchiata davanti all’uomo che per vent’anni si era inginocchiato davanti a tutti i morti. È difficile immaginare un modo più giusto per salutare un eroe.