Flotilla nel caos in Libia: attivisti picchiati, tende travolte dai camion e italiani a rischio espulsione

La flotilla fermata in Libia

La Global Sumud Flotilla precipita nel caos anche in Libia. Dopo le denunce sulle violenze subite dagli attivisti fermati da Israele, ora la missione umanitaria parla di un nuovo attacco contro il convoglio terrestre nei pressi di Sirte, a poca distanza da un checkpoint. Secondo la delegazione italiana, alcuni volontari sarebbero stati aggrediti, picchiati e trascinati con la forza sui pullman, mentre veicoli non identificati avrebbero travolto le tende del campo.

La Flotilla parla apertamente di convoglio «sotto attacco» e punta il dito contro possibili forze di sicurezza legate alle autorità della Libia occidentale, precisando però che non è ancora chiaro chi ci sia dietro le violenze. Il quadro resta confuso, ma la tensione è altissima.

Attivisti aggrediti vicino a Sirte

Secondo il movimento, l’attacco sarebbe avvenuto in serata contro il convoglio fermo nei pressi di Sirte. Le immagini e le denunce rilanciate dagli attivisti raccontano una situazione fuori controllo, con tende travolte, persone portate via con la forza e volontari colpiti.

La missione era partita il 15 maggio, nel Giorno della Nakba, con sette ambulanze, venti case mobili, dieci camion di aiuti umanitari e oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 Paesi. L’obiettivo era sostenere la popolazione palestinese e denunciare il blocco degli aiuti. Ma il viaggio si è trasformato in una sequenza di fermi, tensioni diplomatiche e accuse di violenze.

A Bengasi italiani a rischio espulsione

Nel frattempo resta delicatissima anche la situazione a Bengasi. Dieci attivisti fermati domenica rischiano l’espulsione come immigrati clandestini dopo il passaggio davanti al tribunale locale. Tra loro ci sono anche due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia, accusati di «ingresso illegale» nella Libia orientale.

Con loro risultano fermati attivisti argentini, polacchi, spagnoli, americani, uruguaiani, portoghesi e tunisini. Antonio Tajani ha auspicato che il giudice consenta agli italiani di rientrare nel Paese «il prima possibile».

La Flotilla chiede ai governi di intervenire con urgenza presso le autorità della Libia orientale per ottenere il rilascio senza condizioni dei propri cittadini e garantire un passaggio sicuro alla missione.

La Procura di Roma guarda anche a Ben Gvir

La crisi libica si intreccia con l’inchiesta aperta a Roma sulla detenzione in Israele degli attivisti della spedizione via mare, fermati dopo l’abbordaggio delle imbarcazioni in acque internazionali. La Procura sta valutando eventuali responsabilità penali nella catena di comando israeliana.

Tra i nomi finiti sotto osservazione c’è anche quello del ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, comparso in un video mentre rivolgeva parole di scherno agli attivisti inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena nel porto di Ashdod.

I magistrati lavorano su un dossier consegnato dal team legale italiano della Flotilla e basato anche su documenti della Fondazione Hind Rajab, organizzazione che raccoglie prove su presunti crimini di guerra. L’ipotesi iniziale è sequestro di persona, ma vengono valutati anche scenari più gravi, tra cui tortura e violenza sessuale.

I racconti dei rientrati e la solidarietà di Zuppi

I carabinieri del Ros continueranno ad ascoltare gli attivisti rientrati in Italia e analizzeranno anche i dispositivi elettronici. Tra i racconti più duri c’è quello di Beatrice Lio, rientrata a Venezia dopo la detenzione in Israele: «Nelle navi container c’era un vero e proprio sistema di tortura», ha detto, parlando di un particolare accanimento verso persone turche o dall’aspetto arabo-musulmano.

Un messaggio di solidarietà è arrivato anche dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che ha ringraziato chi «pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze» manifesta solidarietà concreta ai popoli colpiti da guerre e violenze.

La Flotilla, intanto, resta sospesa tra Libia, Israele e diplomazie europee. E ogni nuovo fermo, ogni denuncia di pestaggi, ogni video diffuso online sposta la vicenda sempre più lontano dalla semplice missione umanitaria e sempre più dentro un caso internazionale.