«L’Iran ha vinto la guerra»: l’ex capo della Cia Robert Baer svela l’arma che può mettere in ginocchio Trump

Trump voleva lanciare l’atomica sull’Iran

Robert Baer descrive un’America a corto di armi di precisione e senza basi sicure nella regione: «Gli Stati Uniti non possono invadere l’Iran né sostenere un’altra offensiva per almeno sei mesi». Poi mette in dubbio l’allarme israeliano sull’attentato a Trump: «La Cia non lo riteneva credibile».

«L’Iran ha vinto la guerra». Robert Baer, per anni uomo della Cia in Medio Oriente, rovescia la narrazione americana del conflitto e descrive una Teheran uscita dagli attacchi più pericolosa di prima. Non perché disponga di una forza militare superiore a quella degli Stati Uniti, ma perché sarebbe ormai in grado di tenere sotto scacco l’intero Golfo Persico.

L’arma decisiva non sarebbe soltanto il controllo dello Stretto di Hormuz. Gli iraniani avrebbero avvertito Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita che, in caso di un nuovo attacco statunitense o israeliano, colpiranno gli impianti di desalinizzazione e le infrastrutture necessarie alla lavorazione del petrolio.

Una rappresaglia capace di lasciare milioni di persone senz’acqua e di paralizzare per anni una parte fondamentale della produzione energetica mondiale. Per Baer, Washington avrebbe inoltre consumato una quantità enorme di munizioni e sistemi di difesa, mentre le sue basi nella regione non sarebbero più sufficientemente sicure per sostenere una guerra prolungata.

L’Iran minaccia acqua e petrolio del Golfo

Secondo l’ex agente della Cia, Teheran avrebbe già comunicato ai Paesi del Golfo quale sarebbe la risposta a una nuova offensiva. Nel mirino entrerebbero gli impianti che trasformano l’acqua marina in acqua potabile e grandi infrastrutture petrolifere come Abqaiq, in Arabia Saudita, dove il greggio viene separato dal gas.

«Se centrano il bersaglio, quelle apparecchiature diventerebbero inutilizzabili per almeno due anni», sostiene Baer. Una prospettiva devastante per monarchie che dipendono in larga misura dalla desalinizzazione e per un’economia globale ancora legata al petrolio del Golfo.

L’Iran continuerebbe contemporaneamente a esercitare pressione sul traffico navale nello Stretto di Hormuz e, attraverso gli Houthi, nel Mar Rosso. Due passaggi strategici dai quali transita una quota rilevante del commercio mondiale.

Baer ritiene che i Pasdaran siano oggi meglio equipaggiati rispetto all’inizio del conflitto. La capacità di minacciare infrastrutture tanto vulnerabili renderebbe molto più costoso qualsiasi nuovo bombardamento contro il territorio iraniano.

«Gli Stati Uniti hanno finito Patriot e armi di precisione»

L’affermazione più clamorosa riguarda però le condizioni dell’apparato militare americano. «Gli Stati Uniti non hanno la capacità militare per invadere l’Iran né quella per sostenere un nuovo attacco almeno per i prossimi sei mesi», afferma Baer.

Secondo la sua ricostruzione, Washington avrebbe esaurito numerose armi di precisione, una grande quantità di equipaggiamento e le riserve disponibili di missili Patriot. Sono valutazioni dell’ex funzionario, non confermate ufficialmente dal Pentagono, ma che descrivono un esercito logorato dalla durata e dall’estensione della crisi.

Il problema non riguarderebbe soltanto le munizioni. «Non ci sono più basi logistiche sicure in Medio Oriente», sostiene Baer. Kuwait, Bahrain, Emirati e Arabia Saudita sarebbero stati duramente colpiti nei primi giorni della guerra; persino la Giordania risulterebbe vulnerabile.

Gli Stati Uniti non disporrebbero quindi di una piattaforma affidabile dalla quale condurre operazioni prolungate. Far decollare gli aerei dalla Gran Bretagna o dall’Italia, aggiunge l’ex uomo della Cia, può consentire incursioni limitate, ma non una campagna continua contro bersagli sotterranei, nascosti o difficilmente individuabili.

Il caso della portaerei Lincoln e l’ombra dell’ammutinamento

Baer interviene anche sulle indiscrezioni relative a un possibile ammutinamento a bordo della portaerei statunitense Uss Abraham Lincoln, categoricamente smentite dal Pentagono. L’ex agente, però, accusa apertamente le autorità militari di mentire.

Racconta di avere amici imbarcati sulle portaerei e descrive condizioni sempre più difficili: spazi angusti, problemi con l’acqua e malfunzionamenti delle fognature. La missione della Lincoln durerebbe ormai da 260 giorni, una permanenza che Baer definisce «senza precedenti».

Le sue dichiarazioni non dimostrano che a bordo si sia verificato davvero un tentativo di ammutinamento. Segnalano tuttavia, secondo l’ex funzionario, un livello crescente di stanchezza e tensione tra gli equipaggi impegnati da mesi nel conflitto.

A questo quadro si aggiunge il possibile sostegno di Cina e Russia. Baer ritiene che Pechino e Mosca stiano contribuendo al riarmo iraniano con un obiettivo preciso: trasformare la guerra in una trappola permanente per Washington.

Baer non crede all’attentato contro Trump

L’ex capo della Cia in Medio Oriente mette infine in dubbio la minaccia di un attentato contro Donald Trump che avrebbe provocato la sua precipitosa partenza dal vertice Nato. L’allarme, sostiene, sarebbe nato da informazioni fornite dall’intelligence israeliana.

«Francamente non mi fido», afferma Baer, aggiungendo che la Cia avrebbe giudicato la minaccia non credibile. I servizi incaricati di proteggere il presidente avrebbero comunque adottato tutte le precauzioni, come avviene anche quando le informazioni non sono state pienamente confermate.

Dietro l’allarme, Baer intravede la strategia di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano vorrebbe spingere nuovamente Washington verso il cambio di regime a Teheran e avrebbe quindi interesse a rappresentare l’Iran come una minaccia diretta alla vita del presidente americano.

Nel frattempo Trump deve affrontare le conseguenze economiche del conflitto. Hormuz resta sotto pressione, il prezzo della benzina è elevato e l’inverno si avvicina. Se il flusso di petrolio dovesse ridursi ancora, la vittoria rivendicata da Baer per l’Iran non si misurerebbe soltanto sul campo di battaglia, ma alle pompe di benzina e nelle urne americane.