L’Italia rimanda i soldati in Iraq: 196 militari a Baghdad tra intelligence, cybersicurezza e nuove missioni

Giorgia Meloni in divisa

L’Italia torna con gli scarponi sul terreno in Iraq. Nel 2026 un contingente militare italiano rientrerà a Baghdad con 196 uomini, 5 mezzi aerei e una spesa annuale prevista di 9,5 milioni di euro. Non una missione di combattimento, almeno nella definizione formale, ma un intervento bilaterale di supporto alle forze locali in un’area che Roma conosce bene e che oggi appare di nuovo attraversata da tensioni esplosive, tra guerra in Iran, conflitto a Gaza e instabilità permanente del Medio Oriente.

La novità emerge dalla relazione analitica sulle missioni internazionali per il 2026, approvata il 14 maggio dal Consiglio dei ministri e depositata dal governo in Parlamento. Le nuove missioni previste sono tre: Iraq, Somalia e Tunisia. Ma è il ritorno italiano a Baghdad a pesare di più sul piano politico e strategico, perché riapre un fronte simbolico e operativo in uno dei Paesi che più hanno segnato gli interventi militari occidentali degli ultimi vent’anni.

Il ritorno italiano a Baghdad nel 2026

La missione in Iraq viene presentata come una prosecuzione del lavoro avviato dalla Coalizione dei Volenterosi, nata nel 2014 su mandato Nato per contribuire alla lotta contro il terrorismo di Daesh. Il contingente italiano sarà composto da 196 persone, compresi volontari della Croce Rossa e personale del Corpo infermieri.

Il compito sarà sostenere le forze irachene in settori chiave: polizia, intelligence, cybersicurezza, esercitazioni, addestramento ed equipaggiamento. La cooperazione avrà anche una componente umanitaria, segnale che il governo intende presentare la missione come un intervento di stabilizzazione e assistenza, più che come una nuova esposizione militare diretta.

Cinque mezzi aerei e 9,5 milioni di euro

La relazione prevede anche l’impiego di 5 mezzi aerei. Il costo annuale della missione sarà di 9,5 milioni di euro, con 3,1 milioni già indicati per il 2027. Numeri non enormi rispetto ad altri scenari internazionali, ma politicamente sensibili, perché riportano l’Italia in un teatro ad alta instabilità proprio mentre il Medio Oriente resta uno dei punti più incandescenti della sicurezza globale.

Nel dossier il governo accenna anche alla missione Unifil, destinata a terminare a fine anno. L’auspicio dell’esecutivo è che possa nascere una nuova missione sotto mandato Onu, come già indicato più volte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Somalia e Tunisia, le altre missioni italiane

Le altre due nuove missioni previste per il 2026 riguardano l’Africa. La prima sarà nel Corno d’Africa, con un contingente di 45 militari italiani destinati alla Somalia. La seconda consisterà in attività di consulenza alla Guardia nazionale marittima tunisina.

Anche in questo caso il quadro è strategico: controllo dei flussi, sicurezza marittima, cooperazione militare e presidio delle aree considerate sensibili per gli interessi italiani. Iraq, Somalia e Tunisia disegnano così la mappa delle nuove priorità operative del governo: Medio Oriente, Mediterraneo allargato e Africa.

La parola d’ordine resta stabilizzazione. Ma il dato politico è evidente: nel 2026 l’Italia allarga di nuovo il proprio raggio militare internazionale, rimettendo uomini e mezzi in aree dove ogni missione, anche quando nasce come supporto, può trasformarsi rapidamente in un dossier molto più complicato.