Oggi si può entrare nella grotta dei 12 ragazzi intrappolati in Thailandia sapendo che, qualunque cosa accada, basta togliersi un visore per tornare alla luce. È molto diverso da ciò che accadde nell’estate del 2018, quando i giovani calciatori dei Wild Boars e il loro allenatore entrarono nella montagna di Tham Luang e per 17 giorni non riuscirono più a uscirne.
Dal 30 luglio una nuova ricostruzione in realtà virtuale realizzata per Cave Crave permette di percorrere quei cunicoli, comprese le sezioni sommerse nelle quali si svolse uno dei salvataggi più complessi della storia recente. Alla realizzazione hanno contribuito anche uomini che parteciparono direttamente alla missione, tra i quali Vern Unsworth e John Volanthen, uno dei due speleosub britannici che per primi raggiunsero i ragazzi.
Il progetto utilizza una vasta scansione LiDAR della grotta. Osservarne oggi le dimensioni e soprattutto le strettoie restituisce la misura di un’impresa che nel 2018 le immagini televisive riuscirono a raccontare soltanto in parte.
I 12 ragazzi intrappolati nella grotta in Thailandia
La storia cominciò nel pomeriggio del 23 giugno 2018. I ragazzi appartenevano ai Wild Boars, i “Cinghiali selvatici”, una squadra giovanile di calcio della provincia di Chiang Rai. Avevano tra gli 11 e i 16 anni e quel giorno decisero di entrare nel complesso di Tham Luang Nang Non insieme al viceallenatore venticinquenne Ekkapol Chantawong.
Lasciarono le biciclette all’esterno e si inoltrarono nel sistema di gallerie. Doveva essere una breve escursione dopo l’allenamento. Mentre il gruppo si trovava sottoterra, però, le piogge monsoniche cominciarono a riempire rapidamente la grotta.
L’acqua sommerse i passaggi più bassi e chiuse la strada dalla quale erano arrivati. I ragazzi e l’allenatore non poterono tornare indietro e dovettero avanzare sempre più profondamente nella montagna alla ricerca di un punto abbastanza alto da restare all’asciutto.
Quando non tornarono a casa, le famiglie lanciarono l’allarme. Le biciclette e gli oggetti trovati vicino all’ingresso indicarono immediatamente ai soccorritori dove cercare. Nessuno, però, sapeva fin dove fossero arrivati e soprattutto se fossero ancora vivi.

Nove giorni nel buio senza sapere se qualcuno li avrebbe trovati
La Thailandia organizzò una gigantesca operazione di soccorso che avrebbe coinvolto circa diecimila persone tra militari, medici, tecnici, ingegneri e volontari. Arrivarono anche alcuni dei migliori speleosub del mondo. All’esterno della montagna enormi pompe lavoravano giorno e notte per abbassare il livello dell’acqua, mentre altre squadre cercavano dall’alto un ingresso alternativo.
Dentro Tham Luang le condizioni mettevano in difficoltà persino gli uomini più esperti. L’acqua piena di fango riduceva quasi a zero la visibilità, la corrente attraversava i cunicoli e alcune strettoie obbligavano i sub a togliersi le bombole dalle spalle per riuscire a passare.
Ogni nuova precipitazione rischiava inoltre di vanificare ore di lavoro. Per nove giorni le famiglie aspettarono davanti alla montagna senza sapere se i soccorritori stessero cercando ragazzi ancora vivi oppure i loro corpi.
La risposta arrivò la sera del 2 luglio. Gli speleosub britannici Rick Stanton e John Volanthen riuscirono a raggiungere una zona sopraelevata a circa quattro chilometri dall’ingresso. Volanthen emerse dall’acqua e puntò la torcia verso una piattaforma rocciosa.
Nel fascio di luce apparvero i ragazzi. Erano magri, sporchi e stremati, ma c’erano tutti.
Volanthen domandò quanti fossero. «Tredici», gli risposero. Quel breve dialogo, ripreso dalla telecamera del soccorritore, fece il giro del mondo e trasformò in pochi minuti una tragedia annunciata in una storia che sembrava ormai destinata al lieto fine.
Trovarli vivi era soltanto l’inizio
I ragazzi avevano resistito bevendo l’acqua che filtrava dalla roccia e cercando di consumare meno energie possibile. L’allenatore Ekkapol, che aveva trascorso parte della propria vita in un monastero buddhista, li aveva aiutati a controllare la paura e a mantenere la calma.
Il mondo festeggiò il ritrovamento, ma gli uomini che conoscevano Tham Luang sapevano che trovarli non significava averli salvati. Tra quella piattaforma e l’uscita rimanevano chilometri di grotta, con lunghi tratti completamente sommersi.
Aspettare la fine della stagione delle piogge avrebbe potuto significare lasciare il gruppo sottoterra per mesi, con enormi difficoltà nel rifornirlo di cibo e ossigeno. Una nuova piena, inoltre, avrebbe potuto raggiungere il punto nel quale i ragazzi si erano rifugiati.
L’altra possibilità sembrava ancora più pericolosa: farli uscire immediatamente attraverso l’acqua. Alcuni ragazzi non sapevano neppure nuotare e nessuno aveva esperienza di immersioni. Avrebbero dovuto percorrere tratti nei quali rischiavano la vita anche professionisti con decenni di esperienza.

La morte di Saman Kunan cambia la missione
Il 6 luglio arrivò la dimostrazione più drammatica della pericolosità del percorso. Saman Kunan, 38 anni, ex Navy Seal thailandese tornato volontariamente per aiutare i ragazzi, perse conoscenza durante il ritorno dopo aver trasportato bombole d’aria all’interno della grotta.
Il compagno cercò di rianimarlo, ma non riuscì a salvarlo. Kunan morì mentre preparava la via che avrebbe dovuto riportare alla luce i tredici intrappolati.
La sua morte pose i responsabili davanti a un interrogativo terribile. Se un militare addestrato poteva morire lungo quel tragitto, come avrebbero potuto affrontarlo dodici ragazzini?
Il tempo, intanto, diminuiva. Il livello dell’ossigeno nella zona in cui si trovavano i Wild Boars destava preoccupazione e le previsioni annunciavano altra pioggia. Le squadre continuarono a pompare acqua, perforare la montagna e cercare percorsi alternativi, senza trovare una soluzione migliore.
Alla fine rimase soltanto il piano che fino a quel momento tutti avevano considerato quasi impraticabile: portare i ragazzi fuori sott’acqua.
Il piano estremo: sedare i ragazzi e portarli sott’acqua
Non bastava mettere una maschera ai ragazzi e insegnare loro a immergersi. In un cunicolo sommerso e completamente buio, una crisi di panico avrebbe potuto trasformarsi in una condanna a morte. Un ragazzo avrebbe potuto strapparsi la maschera, aggrapparsi al soccorritore o bloccarsi in una strettoia.
Tra gli specialisti arrivati in Thailandia c’era Richard Harris, anestesista australiano e speleosub di grande esperienza. Con gli altri responsabili elaborò una soluzione estrema: sedare i ragazzi prima di affrontare il percorso.
I soccorritori li equipaggiarono con maschere integrali e li affidarono uno alla volta agli speleosub. Tra i farmaci utilizzati c’era la ketamina. Poiché l’effetto della sedazione poteva diminuire durante il lungo viaggio, Harris insegnò ad alcuni uomini come somministrare ulteriori dosi.
Il piano prevedeva quindi di trasportare adolescenti sedati attraverso una montagna allagata, controllando continuamente la respirazione e la tenuta delle maschere. Tutto questo avveniva in acqua torbida, tra rocce e passaggi strettissimi, a chilometri da un ospedale e senza la possibilità di effettuare una normale rianimazione nei tratti sommersi.
Era una soluzione disperata. Ma ormai appariva meno pericolosa delle alternative.

Il salvataggio dei ragazzi nella grotta di Tham Luang
L’operazione cominciò l’8 luglio 2018. Le squadre prepararono i ragazzi all’interno della grotta e li consegnarono uno alla volta agli uomini incaricati di accompagnarli verso l’uscita.
Nei tratti sommersi intervenivano gli speleosub. Nei passaggi asciutti altre squadre aiutavano a spostare i ragazzi lungo il percorso, prima di affidarli nuovamente agli specialisti per la sezione successiva. Decine di uomini formarono così una lunga catena dentro la montagna.
Il primo giorno i soccorritori portarono fuori quattro ragazzi. Il 9 luglio ne salvarono altri quattro. Il 10 luglio recuperarono gli ultimi quattro giovani calciatori e l’allenatore Ekkapol.
Dopo 17 giorni trascorsi sottoterra, tutti i tredici erano vivi.
Soltanto in seguito il mondo conobbe fino in fondo i dettagli della sedazione e comprese quanto fosse stata estrema la missione. Tham Luang aveva però già chiesto una vita, quella di Saman Kunan. Nel 2019 morì anche Beirut Pakbara, un Navy Seal thailandese che aveva partecipato ai soccorsi e che perse la vita dopo una grave infezione.
Dopo Tham Luang, la nuova vita dei Wild Boars
Per i ragazzi cominciò una seconda esistenza molto diversa da quella che avevano lasciato entrando nella grotta. I Wild Boars passarono in poche settimane dall’essere una squadra giovanile quasi sconosciuta a diventare protagonisti di una delle storie più raccontate del mondo.
Arrivarono interviste, incontri pubblici, documentari, libri, film e serie televisive. La loro sopravvivenza diventò un simbolo internazionale. Dietro quell’immagine collettiva rimanevano però dodici adolescenti che avevano trascorso giorni nel buio sotto una montagna senza sapere se sarebbero tornati dalle proprie famiglie.
Un’esperienza simile durante l’adolescenza può lasciare conseguenze psicologiche profonde. Alla paura vissuta sottoterra si aggiunse inoltre un cambiamento radicale: una volta usciti da Tham Luang, i ragazzi si ritrovarono improvvisamente esposti all’attenzione dei media di tutto il mondo.
Dom, il capitano dei ragazzi della grotta morto a 17 anni
Tra loro c’era Duangphet Phromthep, per tutti “Dom”, capitano dei Wild Boars. Aveva 13 anni quando rimase intrappolato a Tham Luang e proprio durante quei giorni trascorsi sottoterra compì gli anni.
Dopo il salvataggio continuò a inseguire il sogno di diventare calciatore. Nel 2022 ottenne una borsa di studio per trasferirsi in Inghilterra e frequentare la Brooke House College Football Academy di Market Harborough. Sembrava l’inizio di un nuovo capitolo felice per uno dei protagonisti di quella vicenda.
Nel febbraio 2023 arrivò invece un epilogo drammatico. Il 12 febbraio Dom venne trovato privo di sensi nella propria stanza al college. Morì due giorni dopo al Kettering General Hospital. Aveva soltanto 17 anni.
L’inchiesta britannica stabilì successivamente che il ragazzo si era tolto la vita. La coroner Catherine Mason spiegò che Dom non risultava seguito dai servizi di salute mentale e che non era stato possibile stabilire perché avesse compiuto quel gesto. Secondo l’inchiesta, nessuno avrebbe potuto prevedere o impedire la sua morte.
Non esistono elementi per attribuire direttamente il suicidio a quanto Dom aveva vissuto cinque anni prima. La sua morte ha però inevitabilmente riportato l’attenzione anche sul peso psicologico che un’esperienza estrema può lasciare in un adolescente. Quanto quei 17 giorni e la successiva fama mondiale abbiano continuato ad accompagnarlo resta una domanda alla quale nessuna indagine ha potuto dare una risposta.
Otto anni dopo la realtà virtuale riapre la grotta
La nuova ricostruzione virtuale riporta oggi la storia esattamente nel luogo in cui tutto ebbe inizio. L’aggiornamento di Cave Crave, diffuso alla fine di luglio 2026, permette di esplorare Tham Luang e le sue sezioni sommerse attraverso una ricostruzione basata sulla struttura reale della grotta.
John Volanthen ha collaborato in particolare alla realizzazione delle parti allagate, proprio quelle nelle quali nel 2018 lui e gli altri speleosub avanzavano nel fango quasi senza riuscire a vedere ciò che avevano davanti. Il progetto consente così di osservare le dimensioni dei cunicoli e comprendere quanto fosse difficile muoversi in quell’ambiente.
Otto anni dopo, attraversare virtualmente Tham Luang significa soprattutto guardare con occhi diversi le immagini che fecero il giro del mondo. Dodici ragazzi e il loro allenatore rimasero isolati per nove giorni prima che qualcuno riuscisse anche soltanto a trovarli. Un soccorritore morì durante la preparazione della missione. Poi decine di uomini accettarono di attraversare ripetutamente una montagna allagata trasportando adolescenti sedati e affidandosi, nei passaggi più pericolosi, soltanto alla propria esperienza.
Quando il 10 luglio 2018 l’ultimo dei Wild Boars uscì da Tham Luang, erano trascorsi 17 giorni dal pomeriggio in cui i ragazzi avevano lasciato le biciclette davanti alla grotta per una semplice escursione dopo l’allenamento. Il mondo vide tredici persone tornare vive alla luce. Solo più tardi avrebbe scoperto quanto poco fosse mancato perché quella storia avesse un finale completamente diverso.







