In Italia mancava soltanto questa: una lobby industriale che decide di fondare un giornale per difendere gli interessi delle aziende che rappresenta e annuncia, con ammirevole senso dell’umorismo, che sarà «davvero indipendente». L’ultima trovata arriva da Elettricità Futura, l’associazione delle imprese che producono energia elettrica, protagonista di una clamorosa rottura con Confindustria Energia.
Il presidente Salvatore Pinto ha deciso che, oltre a produrre elettricità, il settore potrebbe cominciare a produrre anche informazione. Possibilmente quella che piace alle aziende associate. E così, mentre l’editoria italiana continua a fare i conti con una crisi strutturale, ecco affacciarsi un nuovo aspirante editore con un’idea piuttosto originale di indipendenza: dare voce a una precisa categoria industriale attraverso un giornale che si proclama libero da condizionamenti.
Il bersaglio politico ed editoriale dell’operazione è facilmente riconoscibile. Da una parte c’è Confindustria, dalla quale Elettricità Futura ha deciso di prendere le distanze; dall’altra il Sole 24 Ore, quotidiano economico controllato dall’organizzazione degli industriali, che evidentemente non soddisfa più le aspettative di rappresentanza del settore elettrico. Il tutto mentre infuria una battaglia assai meno romantica, quella sui prezzi dell’energia, sulle rinnovabili e sui miliardi che le imprese dovranno versare al fisco.
Salvatore Pinto annuncia il giornale delle aziende elettriche: «Sarà davvero indipendente»
L’annuncio del presidente di Elettricità Futura merita di essere letto con attenzione, soprattutto nella parte in cui descrive la missione del futuro progetto editoriale.
«Rappresentare direttamente il settore significa anche dargli voce», ha spiegato Pinto. «Siamo i primi a essere vicini alle aziende, ci doteremo di mezzi di comunicazione idonei a sostenerle e a dare loro voce, nell’interesse del Paese. Pensiamo anche a un giornale economico davvero indipendente e lo faremo da soli o con chi ci vuole stare».
Il passaggio più interessante sta proprio nell’accostamento tra le due ambizioni: sostenere le aziende associate e fondare un giornale indipendente. Due obiettivi che non sono necessariamente incompatibili, purché si chiarisca quale indipendenza si intenda garantire e, soprattutto, da chi.
Un’associazione industriale ha naturalmente il diritto di comunicare, difendere le proprie posizioni e persino finanziare un giornale. Ma l’indipendenza giornalistica non coincide con la libertà di un gruppo di pressione di raccontare la propria versione dei fatti. Richiede autonomia editoriale anche rispetto agli interessi di chi paga gli stipendi e sostiene i costi della pubblicazione.
Altrimenti non serve scomodare la grande tradizione della stampa economica: basta chiamare il prodotto con il suo nome, comunicazione di categoria.
La guerra con Confindustria e il Sole 24 Ore: dietro il giornale c’è la battaglia dell’energia
La proposta di Pinto arriva nel pieno dello scontro tra i produttori di elettricità e il sistema confindustriale. Elettricità Futura rappresenta un settore nel quale operano colossi come Enel, Edison, A2A, Hera e Iren, imprese con interessi industriali enormi e una crescente attenzione allo sviluppo delle fonti rinnovabili.
Dall’altra parte ci sono le aziende manifatturiere che acquistano energia e che, di fronte ai rincari, chiedono interventi capaci di ridurre i costi di produzione. Una contrapposizione che attraversa Confindustria e mette in discussione la possibilità di rappresentare contemporaneamente chi vende elettricità e chi la compra.
La decisione di Elettricità Futura di uscire da Confindustria Energia rende evidente la profondità della frattura. L’annuncio di un possibile quotidiano economico aggiunge un ulteriore fronte: quello della comunicazione e della capacità di influenzare il dibattito pubblico.
Il Sole 24 Ore, espressione editoriale del sistema confindustriale, diventa così il concorrente simbolico di un progetto che promette di raccontare l’economia senza dipendere dagli equilibri dell’associazione degli industriali. Resta da capire come un giornale finanziato dagli interessi di un singolo comparto potrebbe sottrarsi a condizionamenti altrettanto forti.
Eni si dissocia dalla rottura e Orsini parla di «reazioni scomposte»
Lo strappo non trova neppure il consenso unanime delle imprese coinvolte. Eni, presente in Elettricità Futura attraverso la controllata Plenitude, ha fatto sapere di «non condividere la decisione» di rompere con Confindustria Energia. Una presa di distanza tutt’altro che secondaria, perché segnala la presenza di interessi divergenti anche all’interno dello stesso settore energetico.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha preferito ridimensionare la polemica, liquidandola come «qualche reazione scomposta». Una definizione che difficilmente contribuirà a rasserenare gli animi, ma che mostra la volontà di non trasformare lo scontro in una crisi pubblica ancora più profonda.
Dietro le dichiarazioni si intravede una contrapposizione industriale precisa. Le imprese che investono nelle rinnovabili chiedono di ridurre la dipendenza italiana dal gas, mentre Eni conserva un ruolo centrale nella filiera degli idrocarburi e negli equilibri energetici nazionali.
Il conflitto riguarda quindi anche il modello sul quale costruire il futuro del sistema elettrico italiano e il peso che ciascun operatore potrà esercitare sulle scelte del governo.
La tassa da 2,5 miliardi e lo scontro sul gas: perché le imprese elettriche protestano
A rendere ancora più esplosiva la situazione contribuisce l’aumento dell’Irap previsto per il settore, con un impatto stimato in 2,5 miliardi di euro nell’arco di tre anni.
Secondo le ricostruzioni emerse, la misura colpirebbe soprattutto le imprese elettriche, mentre inciderebbe soltanto marginalmente su Eni. Una differenza che alimenta il sospetto, tra i produttori di elettricità, che il governo presti maggiore attenzione agli interessi del comparto fossile rispetto a quelli delle aziende impegnate nella transizione energetica.
Pinto ha individuato nel gas il problema strutturale del sistema italiano: «Se il problema è il gas, allora dobbiamo intervenire sulle ragioni che rendono il nostro sistema così esposto alla volatilità del gas».
E ha aggiunto: «Un Paese prigioniero del gas è condannato a vita: dipendente dall’estero, esposto ogni giorno al rischio sul prezzo e sulla disponibilità».
Sono argomenti che meritano un confronto pubblico serio, perché riguardano direttamente le bollette delle famiglie, la competitività delle imprese e la sicurezza energetica nazionale. Proprio per questo sarebbe utile che il dibattito si sviluppasse attraverso un’informazione capace di valutare criticamente tutte le posizioni, comprese quelle dei grandi produttori elettrici.
Un giornale finanziato da una lobby può essere davvero indipendente?
La domanda che accompagna l’annuncio di Elettricità Futura non riguarda la legittimità dell’iniziativa, che nessuno mette in discussione. Riguarda la credibilità della promessa editoriale.
Un giornale economico può certamente nascere grazie ai capitali di imprenditori, associazioni o gruppi industriali. È accaduto molte volte nella storia dell’editoria. Ma l’indipendenza non deriva dalla dichiarazione d’intenti del proprietario: dipende dalle garanzie riconosciute alla redazione, dalla libertà di scegliere le notizie e dalla possibilità di pubblicare anche quelle sgradite agli azionisti.
Un quotidiano promosso da Elettricità Futura dovrebbe dunque poter criticare Enel, Edison, A2A e le altre imprese associate con la stessa libertà con cui potrebbe contestare le scelte del governo, di Confindustria o di Eni.
Dovrebbe poter indagare sui profitti delle aziende elettriche, sulle loro politiche tariffarie, sugli investimenti, sui rapporti con la politica e sulle eventuali responsabilità industriali, senza trasformare ogni inchiesta in un problema per l’editore.
Se Pinto riuscirà a costruire un giornale con queste caratteristiche, l’editoria italiana avrà guadagnato una nuova voce. Se invece l’obiettivo sarà soltanto assicurare maggiore visibilità alle posizioni delle imprese elettriche, il progetto avrà una funzione diversa, perfettamente legittima ma lontana dall’indipendenza giornalistica.
Del resto, per dare voce a una lobby esistono già comunicati stampa, uffici relazioni esterne, campagne pubblicitarie e attività istituzionali. Per fare un giornale indipendente serve qualcosa di più complicato: accettare che i giornalisti possano scrivere anche ciò che il proprietario preferirebbe non leggere.







