L’orrore dell’Everest: la Valle dell’Arcobaleno, il cimitero di ghiaccio dove giacciono i corpi congelati degli scalatori morti

Bodies on Mt. Everest

La progettata operazione per riportare a casa Green Boots, il cadavere di un alpinista indiano rimasto in bella vista sull’Everest per trent’anni e diventato famoso per gli inconfondibili scarponi verdi che indossava, potrebbe sottrarre alla montagna il suo corpo più celebre. Ma non cancellerà il cimitero disteso lungo le sue pendici. Oltre duecento scalatori, secondo le stime più accreditate, rimangono ancora lassù: alcuni sepolti nei crepacci, altri inghiottiti dai ghiacciai, molti congelati in piena vista lungo le vie che conducono agli 8.849 metri della vetta.

Nessuno conosce il numero esatto. Non esiste un censimento dei morti dell’Everest e sarebbe impossibile realizzarlo. Le quasi 350 vittime registrate dalla prima ascensione del 1953 non sono tutte rimaste sulla montagna, ma la maggioranza non ha mai fatto ritorno. Il gelo ne ha preservato i corpi, mentre il vento e il movimento dei ghiacci continuano a nasconderli, spostarli e, talvolta, restituirli.

La Valle dell’Arcobaleno, dove i colori appartengono ai morti

Il nome sembra promettere uno spettacolo della natura. È invece uno dei luoghi più tragici dell’alpinismo. La Valle dell’Arcobaleno non è una denominazione geografica ufficiale né una valle nel senso tradizionale del termine. È il soprannome dato a un tratto della parte alta dell’Everest, generalmente associato alla via settentrionale, dove i corpi degli scalatori morti affiorano tra neve e rocce.

A creare l’“arcobaleno” sono i colori accesi dell’abbigliamento tecnico: piumini rossi, tute gialle, scarponi verdi, zaini blu. Capi concepiti per rendere riconoscibile una persona nella tormenta sono diventati le insegne involontarie di un camposanto a cielo aperto.

In alcuni passaggi la cresta è tanto stretta che i corpi devono essere spostati ai margini per lasciare transitare le cordate. Altri restano a pochi metri dalle corde fisse. Gli alpinisti avanzano lentamente, consumando ogni respiro, e passano accanto a uomini e donne che sembrano essersi fermati soltanto per riposare. Qualcuno prega, qualcuno distoglie lo sguardo. Tutti sanno che, durante la discesa, potrebbero prendere il loro posto.

Francys Arsentiev, la donna che chiedeva di non essere lasciata sola

Tra le storie più dolorose c’è quella di Francys Arsentiev, statunitense, prima donna americana a raggiungere la cima senza ossigeno supplementare. Conquistò l’Everest il 22 maggio 1998 insieme al marito Sergei, ma troppo tardi per scendere in sicurezza. I due trascorsero la notte sopra gli ottomila metri e si separarono.

Sergei riuscì a raggiungere il campo, poi tornò indietro con ossigeno e medicinali per cercare la moglie. Non fece più ritorno. Il suo corpo venne individuato l’anno successivo, più in basso, dopo una caduta.

Francys era ancora viva quando venne raggiunta da altri alpinisti. Non riusciva più a camminare. Una squadra uzbeka tentò di trascinarla verso valle; successivamente Ian Woodall e Cathy O’Dowd rinunciarono alla vetta e provarono a salvarla, ma in quelle condizioni spostarla avrebbe significato morire con lei. Francys continuava a ripetere di non voler essere lasciata sola.

Il suo corpo rimase accanto alla via per nove anni e fu chiamato “Sleeping Beauty”, la Bella addormentata, un soprannome che finì per cancellarne il nome e la vita. Nel 2007 Woodall tornò sull’Everest, la avvolse in una bandiera americana e la spostò lontano dagli sguardi.

Hannelore Schmatz e i soccorritori morti per riportarla a valle

Hannelore Schmatz, alpinista tedesca, raggiunse la vetta nel 1979 e morì durante la discesa. Esausta, si fermò a circa 8.300 metri nonostante le suppliche degli sherpa. Chiese dell’acqua, si sedette appoggiandosi allo zaino e non si rialzò più.

Per anni gli scalatori la incontrarono in quella posizione, gli occhi aperti e i capelli mossi dal vento. Nel 1984 l’ispettore nepalese Yogendra Bahadur Thapa e la guida Ang Dorje tentarono di recuperarla. Morirono entrambi precipitando. Il corpo di Hannelore scomparve successivamente dalla via, probabilmente trascinato oltre il versante dal vento o dal movimento del ghiaccio.

La sua storia spiega perché tanti morti restino sull’Everest. Sopra gli ottomila metri, nella “zona della morte”, l’organismo consuma lentamente se stesso. Il cervello perde lucidità, i muscoli non rispondono e ogni gesto richiede uno sforzo enorme. Un corpo irrigidito dal gelo, con gli arti bloccati in posizioni innaturali e impregnato di ghiaccio, può arrivare a pesare duecento chili.

David Sharp e la domanda che tormenta l’Everest

Nel 2006 il britannico David Sharp morì durante la discesa dopo essersi accasciato in un riparo roccioso sulla via settentrionale. Decine di persone gli passarono accanto mentre era ancora vivo. Alcune pensarono che fosse già morto, altre credettero di trovarsi davanti a Green Boots. Quando qualcuno comprese che respirava ancora, Sharp non era più in grado di reggersi in piedi.

La sua morte provocò accuse feroci e una domanda che non ha mai smesso di accompagnare l’alpinismo d’alta quota: fino a che punto si può continuare verso la cima quando un uomo sta morendo lungo il percorso? Sull’Everest, tuttavia, prestare soccorso non significa semplicemente rinunciare al proprio traguardo. Può voler dire non tornare vivi.

Recuperare un cadavere dalla zona della morte richiede almeno sei specialisti, settimane di lavoro e somme che possono superare i centomila dollari. Gli elicotteri non possono operare a quelle quote: i resti devono essere liberati dal ghiaccio e trasportati a mano lungo pareti, creste e passaggi tecnici. Ogni corpo riportato a casa espone altri uomini alla stessa fine.

La Valle dell’Arcobaleno nasce da questo dilemma. È insieme un cimitero, una mappa e un avvertimento. I suoi morti non sono monumenti, né macabri segnali piantati lungo una pista. Sono persone rimaste sospese nell’ultimo gesto della loro vita, mentre centinaia di alpinisti continuano ogni anno a passare davanti a loro, diretti verso la vetta e costretti a guardare in faccia il prezzo che la montagna potrebbe chiedere.