C’è la mano di Putin dietro l’esplosione della fabbrica di armi di Colleferro? Quella che inizialmente sembrava una spaventosa sciagura industriale potrebbe nascondere uno scenario molto più inquietante. La Procura di Velletri indaga ancora per disastro colposo contro ignoti, ma gli investigatori stanno allargando lo sguardo alla possibile pista del sabotaggio russo.
A far scattare l’allarme sono soprattutto una coincidenza temporale e la natura dello stabilimento distrutto. La Knds Ammo Italy, ex Simmel Difesa, produce munizioni di medio e grosso calibro destinate alle Forze armate italiane e agli eserciti di diversi Paesi, compreso quello ucraino.
Tre giorni prima del disastro alle porte di Roma, un altro deposito di munizioni per Kiev era saltato in aria a Belica, in Bulgaria. Intanto le reti di bot filorussi hanno iniziato a rilanciare e festeggiare sui social la notizia dell’esplosione italiana.
Nessuno di questi elementi dimostra ancora l’esistenza di un sabotaggio. Insieme, però, compongono una sequenza che gli inquirenti non possono permettersi di ignorare.
L’esplosione di Colleferro e il cratere di dieci metri
Il disastro nello stabilimento di Colleferro, a circa 50 chilometri da Roma, è stato preceduto da un incendio. Subito dopo è esploso il reparto di pressatura, provocando una deflagrazione violentissima e aprendo un cratere di circa dieci metri di diametro e profondo oltre un metro e mezzo.
La tragedia è stata evitata per una circostanza fortunata. I 24 lavoratori presenti nell’impianto si trovavano in un altro reparto, distante circa 500 metri dai magazzini coinvolti.
I carabinieri del comando provinciale di Roma hanno già ascoltato il responsabile dell’azienda e più della metà dei dipendenti presenti durante l’esplosione. Gli investigatori cercano di ricostruire quanto accaduto nei minuti precedenti all’incendio e di accertare se fossero state segnalate anomalie nei macchinari o nelle procedure.
L’azienda aveva recentemente cambiato alcuni fornitori, ma il responsabile dello stabilimento non avrebbe indicato persone o imprese sospette. Resta quindi aperta ogni ipotesi: dal guasto tecnico all’errore umano, fino all’azione deliberata mascherata da incidente.
La coincidenza con il deposito esploso in Bulgaria
La Procura di Velletri guarda con particolare attenzione a quanto accaduto il 10 agosto a Belica. Un deposito della Emco, società bulgara che fornisce munizioni all’esercito ucraino, è stato distrutto da un’esplosione appena tre giorni prima di quella italiana.
Anche in Bulgaria non ci sono state vittime. Il ministro dell’Interno Ivan Demerdjiev aveva riferito che un camion aveva preso fuoco nelle vicinanze del deposito. La dinamica, con un incendio seguito dall’esplosione delle munizioni, presenta almeno un’apparente analogia con il disastro di Colleferro.
Il procuratore capo di Velletri, Carlo Villani, sta coordinando le indagini tenendo conto proprio del quadro internazionale. L’obiettivo è verificare se tra i due episodi esistano elementi comuni: modalità di accesso, fornitori, mezzi utilizzati, sistemi di sicurezza violati o eventuali presenze sospette nelle ore precedenti.
L’interrogativo è netto: un attentatore potrebbe avere provocato l’incendio contando sull’esplosione successiva e sulla possibilità che tutto apparisse come un normale incidente industriale?
Telecamere e celle telefoniche: caccia a presenze sospette
I carabinieri stanno acquisendo le registrazioni delle telecamere dello stabilimento e della zona industriale, situata a circa quattro chilometri dal centro abitato. Ogni ingresso e movimento nei pressi dei magazzini viene passato al setaccio.
Un altro accertamento riguarda le celle telefoniche che coprono l’area. Gli investigatori vogliono scoprire se, nel momento dell’incendio o nelle ore precedenti, all’interno del sito fossero attivi telefoni non riconducibili ai lavoratori autorizzati.
Portare con sé un cellulare è vietato in buona parte dei mille ettari dell’insediamento industriale. La presenza di un dispositivo sconosciuto potrebbe quindi indicare un accesso irregolare o almeno offrire una traccia per ricostruire chi si trovasse nell’area.
La pista italiana si affianca alle indagini condotte in Germania. A Lipsia gli inquirenti stanno cercando di stabilire l’origine di tre droni carichi di esplosivo disinnescati in aeroporto il 4 agosto, seguendo anche in quel caso la possibile matrice russa.
I bot russi festeggiano e scoppia il caso Limes
Mentre gli investigatori lavorano, le reti di bot filorussi hanno trasformato l’esplosione di Colleferro in uno strumento di propaganda. La notizia viene rilanciata come una vittoria contro l’apparato militare occidentale e contro il sostegno europeo all’Ucraina.
L’attività dei bot non costituisce una prova della responsabilità di Mosca. Mostra però quanto il disastro sia funzionale alla narrazione del Cremlino e quanto rapidamente le reti russe riescano a sfruttare ogni incidente che colpisca la produzione europea di armamenti.
Sui social è scoppiata anche la polemica contro Limes, dopo la pubblicazione di una mappa che indicava le aziende militari concentrate nella cosiddetta “Tiburtina Valley”. «Sia mai che qualcuno facesse fatica a trovarle», hanno ironizzato diversi utenti, accusando la rivista di avere reso troppo facilmente individuabili siti strategici.
Gli indirizzi delle imprese non sono necessariamente informazioni segrete, ma la concentrazione di stabilimenti, funzioni e collegamenti in un’unica rappresentazione ha riaperto il tema della sicurezza delle industrie della Difesa.
L’inchiesta di Velletri parte formalmente dall’ipotesi colposa. Ma tra Colleferro, Belica e Lipsia comincia a emergere una geografia degli incidenti troppo delicata per essere liquidata come una semplice successione di coincidenze.







