«Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia e un po’ di massoneria». Poche parole, pronunciate da Sigfrido Ranucci in un messaggio privato risalente al 2021, hanno aperto un nuovo fronte di guerra attorno al conduttore di Report. Il quotidiano La Verità ha pubblicato alcuni estratti dell’audio inviato alla giornalista e influencer Valentina Pelliccia, nel quale Ranucci parla anche di servizi segreti deviati e logge occulte, sostenendo che le battaglie vadano condotte «da dentro». La diffusione del messaggio ha immediatamente acceso la reazione del centrodestra, che ora chiede al giornalista di spiegare a chi si riferisse e quali elementi possedesse per formulare accuse tanto pesanti contro la televisione pubblica.
Ranucci ha risposto in serata durante il Tg1, senza entrare nel merito dei nomi e delle circostanze citate nell’audio. «Se quei fatti sono stati riscontrati, sono stati sicuramente denunciati, come sempre da parte del sottoscritto quando verificati», ha dichiarato. Il conduttore ha poi sollevato la questione della riservatezza: «Se invece è un audio privato, è stato diffuso senza la mia autorizzazione. È grave anche questo». Una difesa che sposta parte dello scontro dalle affermazioni contenute nella registrazione alle modalità con cui la conversazione è arrivata sui giornali, ma non chiude la domanda principale: quali presenze mafiose o massoniche avrebbe individuato dentro la Rai?
Fratelli d’Italia attacca Ranucci e porta il caso in Vigilanza
Il centrodestra ha reagito con durezza. Marco Scurria, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, ha chiesto se Ranucci intenda smentire anche le «gravissime insinuazioni» sulla presenza di mafiosi e massoni nell’azienda pubblica. Massimo Ruspandini ha liquidato il contenuto dell’audio come un «frullato di complotti» e ha accusato il conduttore di aver pronunciato quelle frasi per impressionare la propria interlocutrice. I rappresentanti di Fratelli d’Italia nella Commissione parlamentare di Vigilanza Rai hanno chiesto spiegazioni ufficiali, trasformando una conversazione privata in un caso politico e aziendale.
Il senatore Matteo Gelmetti ha inoltre collegato la vicenda ai rapporti tra Ranucci e Walter Lavitola, coinvolto nelle indagini sull’attentato subito dal giornalista. Secondo l’esponente di FdI, Lavitola avrebbe avuto legami con ambienti massonici e con Gioele Magaldi, già coinvolto in un servizio di Report contro il ministro Adolfo Urso. Il riferimento amplia ulteriormente il terreno dello scontro, intrecciando le accuse sulla Rai con l’inchiesta giudiziaria sull’attentato e con i rapporti personali e professionali del conduttore. Lavitola, al momento, figura tra gli indagati nell’inchiesta come presunto mandante, mentre la magistratura continua a verificare le responsabilità.
La Rai valuta le frasi e i sindacati chiedono prove
Anche dentro Viale Mazzini il caso ha iniziato a produrre conseguenze. Secondo quanto emerso, il Comitato etico della Rai starebbe già esaminando le dichiarazioni contenute nell’audio. Il sindacato UniRai Figec ha chiesto l’intervento dell’Audit aziendale e dell’Ordine dei giornalisti qualora Ranucci non fornisse elementi capaci di sostenere le sue affermazioni. La questione, dunque, non riguarda più soltanto lo scontro politico tra il conduttore e Fratelli d’Italia, ma investe direttamente la responsabilità di un vicedirettore Rai che attribuisce alla propria azienda infiltrazioni di natura mafiosa e massonica.
Il punto centrale riguarda proprio il ruolo ricoperto da Ranucci. Un giornalista d’inchiesta può raccogliere sospetti, testimonianze e informazioni riservate, ma quando parla della presenza di mafia e massoneria dentro il servizio pubblico radiotelevisivo solleva un problema che non può esaurirsi in una frase privata. Se dispone di fatti verificati, dovrà chiarire quando e a quali autorità li abbia denunciati. Se invece esprimeva una valutazione personale o una confidenza priva di riscontri, dovrà spiegare perché abbia utilizzato parole tanto precise e compromettenti.
Lo scontro sull’audio privato e il precedente delle intercettazioni
La replica di Ranucci apre anche un secondo terreno di confronto: quello dell’uso giornalistico delle conversazioni private. Il conduttore considera grave la diffusione del proprio messaggio senza autorizzazione e rivendica il diritto alla riservatezza. Una posizione legittima sul piano personale, ma destinata inevitabilmente ad alimentare il dibattito sul modo in cui Report e altri programmi d’inchiesta hanno utilizzato nel corso degli anni registrazioni, telefonate e audio privati quando li ritenevano rilevanti per una notizia.
Il problema non si risolve stabilendo chi abbia diritto a pubblicare una conversazione privata e chi no. La rilevanza pubblica, l’autenticità del materiale e il rispetto delle norme devono valere per tutti, anche quando la registrazione riguarda chi normalmente conduce l’inchiesta anziché chi la subisce. Ranucci può contestare le modalità della diffusione, ma quella contestazione non cancella il contenuto dell’audio e non risponde alle richieste di chiarimento che arrivano dalla politica, dai sindacati Rai e dalla stessa azienda.
La nuova bufera si aggiunge alle tensioni attorno a Report
La polemica esplode mentre Ranucci affronta già una fase delicatissima. Il conduttore resta al centro dell’inchiesta sull’attentato subito nell’ottobre 2025 e di un duro scontro politico sul futuro di Report e sul suo ruolo dentro la Rai. Le frasi su mafia e massoneria offrono ora ai suoi avversari un nuovo argomento per chiedere verifiche interne e iniziative disciplinari, mentre i sostenitori del giornalista denunciano una campagna mirata a indebolire una delle trasmissioni d’inchiesta più conosciute del servizio pubblico.
Resta una domanda che né la battaglia politica né la questione della privacy possono eludere: Ranucci parlava sulla base di fatti documentati oppure esprimeva soltanto una convinzione personale? Il conduttore di Report ha costruito la propria carriera chiedendo trasparenza, nomi e responsabilità agli altri. Ora le stesse richieste si concentrano su di lui.







