Sal Da Vinci prende in braccio una bambina disabile al concerto, piovono insulti. Lui sbotta: «Pronti a tutti per qualche like»

Sal Da Vinci

Sui social esiste ormai una regola non scritta: qualunque gesto è sospetto. Se sorridi, stai recitando. Se piangi, stai cercando consenso. Se abbracci qualcuno, lo stai usando. E se quel qualcuno è una persona con disabilità, il processo mediatico diventa quasi inevitabile.

È quello che è successo a Sal Da Vinci. Durante un concerto in Sicilia, il cantante ha preso in braccio una bambina con disabilità, affidatagli dai genitori, l’ha stretta a sé e le ha dedicato qualche istante davanti al pubblico. Una scena che per chi era presente è sembrata un semplice gesto di affetto. Per una parte dei social, invece, è diventata l’ennesima prova di presunto pietismo e “spettacolarizzazione” della disabilità.

La replica del cantante

Dopo giorni di polemiche, Sal Da Vinci ha deciso di rispondere senza troppi giri di parole. Ha parlato di chi scrive «puttanate per ottenere qualche like», spiegando di avere agito esclusivamente con spontaneità e con il consenso della famiglia della bambina. Parole dure, certo. Ma che fotografano anche la frustrazione di chi si ritrova al centro di un caso mediatico nato da un gesto che, almeno nelle intenzioni, non aveva alcun secondo fine.

Il contesto conta ancora?

Negli ultimi anni il dibattito sulla rappresentazione della disabilità ha portato all’attenzione temi importanti, come quello dell’inspiration porn, cioè l’utilizzo della disabilità per suscitare emozione o gratificazione nel pubblico. È un tema serio.

Ma proprio perché serio, dovrebbe essere applicato ai contesti nei quali esiste davvero uno sfruttamento dell’immagine della persona disabile. In questo caso, però, resta un dato difficilmente contestabile: la bambina era accompagnata dai genitori, che hanno scelto volontariamente di affidarla al cantante per un saluto sul palco. Un particolare che molti commenti indignati sembrano avere completamente ignorato.

L’indignazione permanente

Il vero protagonista della vicenda, forse, non è nemmeno Sal Da Vinci. È il meccanismo che trasforma ogni episodio in una guerra morale. Sui social il contesto conta sempre meno. Conta molto di più la possibilità di indignarsi, prendere posizione e raccogliere consenso attraverso un post, un reel o un commento. Così ogni gesto viene analizzato con il sospetto che dietro ci sia un interesse nascosto. La buona fede sembra non essere più contemplata.

Il rischio di perdere il senso delle cose

Naturalmente si può discutere di tutto. Ci si può chiedere se fosse opportuno salire sul palco, se quel momento dovesse essere condiviso pubblicamente o se esistessero modi diversi per viverlo. Ma attribuire automaticamente malizia, cinismo o volontà di sfruttamento a un gesto nato, almeno apparentemente, da una richiesta della famiglia e da un moto spontaneo di affetto rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato.

Nel tentativo di difendere la dignità delle persone con disabilità, si finisce talvolta per negare la loro libertà — e quella delle loro famiglie — di scegliere come vivere un momento speciale. Forse è proprio questo il punto. Più che giudicare Sal Da Vinci, dovremmo chiederci se non siamo diventati noi incapaci di riconoscere un gesto semplice senza sentirci obbligati a trasformarlo nell’ennesimo caso del giorno.