ROMA – Poco più di 5mila euro. Tanto sarebbe costato reclutare le quattro persone accusate di avere organizzato e materialmente eseguito l’attentato contro Sigfrido Ranucci. Una cifra inferiore ai 10mila euro, ricostruita dai carabinieri attraverso ammissioni, movimenti di denaro e spese compiute dagli arrestati nei giorni successivi all’esplosione.
Il dato rafforza l’idea di un’operazione affidata a manovalanza a basso costo. La Procura di Roma, però, cerca ancora la risposta alla domanda decisiva: chi ordinò davvero la bomba e perché? I pubblici ministeri Carlo Villani ed Edoardo De Santis indicano Valter Lavitola come il presunto regista, ma non hanno ancora chiarito il movente che avrebbe spinto l’ex direttore dell’Avanti! a colpire un uomo con il quale intratteneva un rapporto di amicizia.
La foto che collega Tavares agli esecutori
Un’immagine pubblicata sui social e recuperata dal Fatto Quotidiano aggiunge un altro tassello. Nella fotografia compare Gomes Clesio Tavares, collaboratore e socio di Lavitola, insieme ad Antonio Passariello e Pellegrino D’Avino, due delle quattro persone arrestate per l’attentato. Gli investigatori considerano Tavares il possibile intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe collocato l’ordigno.
Con Passariello e D’Avino sono finiti in carcere anche Saverio Mutone e Marika De Filippis. Secondo gli accertamenti, due degli arrestati avrebbero speso una parte del compenso durante una vacanza in Sicilia. Proprio queste spese avrebbero aiutato i carabinieri a calcolare il costo complessivo dell’operazione.
La cifra sorprende per la sua modestia. Un attentato capace di colpire uno dei giornalisti più esposti del servizio pubblico avrebbe richiesto meno denaro di quanto molti immaginavano. Un elemento che amplia il numero dei potenziali committenti e rende ancora più urgente la ricerca della regia.
I sondaggi sulla candidatura di Ranucci
La Procura approfondisce anche la pista politica. Gli investigatori hanno acquisito alcuni sondaggi commissionati per misurare il consenso di un’eventuale candidatura di Ranucci nel centrosinistra. Lavitola avrebbe coltivato l’idea di trasformare il conduttore di Report in un protagonista politico e di sfruttarne la notorietà.
Da qui l’ipotesi più paradossale: chi ideò l’attentato potrebbe avere voluto aumentare la popolarità del giornalista, costruendo attorno a lui l’immagine della vittima coraggiosa. I magistrati, però, devono spiegare perché il presunto mandante avrebbe scelto proprio quel momento, senza attendere una candidatura ufficiale o l’inizio di una campagna elettorale.
Ranucci ha sempre escluso qualsiasi progetto politico. Ha inoltre negato che Lavitola abbia influenzato le inchieste televisive: «Non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola. Tutti i collaboratori possono testimoniarlo».
Nelle prossime ore gli investigatori analizzeranno i telefoni, le pendrive e gli altri supporti sequestrati durante la perquisizione dell’ex faccendiere. Da quei dispositivi potrebbero emergere contatti, messaggi e file utili a chiarire il rapporto con Tavares e con gli arrestati.
Report diventa terreno di scontro politico
Mentre l’indagine cerca il movente, la politica combatte una battaglia parallela sul futuro di Report. Fratelli d’Italia chiede chiarimenti sui rapporti tra Ranucci e Lavitola e prepara un esposto alla Procura. Il partito di Giorgia Meloni invita la redazione a utilizzare la pausa estiva per spiegare la natura dell’amicizia tra il conduttore e l’imprenditore.
La Rai ha sospeso le repliche estive della trasmissione, ma mantiene le vecchie puntate su RaiPlay e conferma il ritorno del programma in autunno. La redazione reagisce denunciando un attacco politico e lancia l’hashtag #giulemanidareport, invitando il pubblico a guardare online le inchieste che avrebbero dovuto occupare il palinsesto.
Il Movimento 5 Stelle parla di «killeraggio» e ricorda che le repliche raggiungono una media del 7 per cento di share. La Lega difende invece la sospensione e la considera opportuna dopo gli sviluppi dell’inchiesta.
Restano dunque due piani distinti ma ormai intrecciati. La Procura deve stabilire chi pagò i 5mila euro, chi reclutò la manovalanza e quale obiettivo inseguiva. La Rai e la politica discutono invece se la vicenda debba condizionare il destino di Report. Finora l’unico risultato concreto della bomba consiste proprio nello stop alle repliche della trasmissione. Un effetto che rende ancora più importante capire chi volesse davvero colpire: Ranucci, la sua immagine pubblica o il programma che conduce.







