Beatrice Venezi rompe il silenzio e lo fa scegliendo parole pesanti. Dopo il licenziamento anticipato dal Teatro La Fenice, la direttrice d’orchestra affida al Corriere la propria versione di una vicenda che, a suo dire, non nasce all’improvviso ma viene da lontano. “Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata”, dice, denunciando mesi di attacchi pubblici, una “campagna diffamatoria” e perfino episodi che definisce “bullismo”.
Il caso è esploso dopo le sue dichiarazioni a La Nacion, considerate dalla Fondazione La Fenice “offensive e lesive del valore artistico e professionale” del teatro e della sua orchestra. Da lì la decisione di interrompere anticipatamente il rapporto. Una scelta formale, motivata sul piano istituzionale, ma che Beatrice Venezi legge come l’ultimo atto di una frattura più profonda.
Beatrice Venezi e il licenziamento dalla Fenice
La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi respinge l’immagine di una professionista isolata per una sola intervista infelice. Secondo la sua ricostruzione, attorno al suo nome si sarebbe costruito un clima ostile, alimentato da critiche personali e da un’esposizione mediatica che nessuno avrebbe provato a contenere.
La Fenice, invece, ha messo al centro la tutela della propria immagine e del valore artistico dell’orchestra. Il punto di rottura resta quello delle dichiarazioni ritenute incompatibili con la prosecuzione del rapporto. Due versioni che raccontano la stessa vicenda da prospettive opposte: da una parte una professionista che si sente lasciata sola, dall’altra un’istituzione che rivendica la necessità di difendere il proprio prestigio.
Lo strappo con Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia
La parte più politica dell’intervista è però quella che riguarda il suo rapporto con la destra e con Giorgia Meloni. Beatrice Venezi nega di essere mai stata organica a un partito: “Non ho mai avuto una tessera”, sottolinea. Poi arriva l’accusa più dura: “Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via”.
È una frase che pesa, perché colpisce proprio quel mondo politico che negli anni aveva contribuito a costruire attorno a lei un’immagine pubblica riconoscibile. Beatrice Venezi parla di una destra che l’avrebbe sostenuta finché serviva, ma che non l’avrebbe difesa nel momento della crisi perché lei, dice, non era davvero parte dell’apparato.
Ancora più esplicito il riferimento al passato: “Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI, prima del voto del 2022”. Una presa di distanza netta, che trasforma il caso Fenice in qualcosa di più ampio: non solo una frattura professionale, ma anche una resa dei conti politica.
Da Sanremo ad Atreju, l’ascesa e la caduta di un simbolo
Negli ultimi anni Beatrice Venezi era diventata molto più di una direttrice d’orchestra. La partecipazione a Sanremo, il rifiuto del termine “direttrice”, il premio Atreju, l’incarico da consigliera musicale al ministero della Cultura: ogni passaggio aveva alimentato il racconto di una figura culturale vicina alla nuova destra di governo.
Proprio per questo il suo sfogo ha un valore particolare. Venezi sembra voler smontare quella rappresentazione e rivendicare una distanza: non militante, non organica, non figura di partito. Ma il prezzo della visibilità politica, oggi, le torna addosso.
La vicenda resta aperta, ma una cosa è chiara: il licenziamento dalla Fenice non è più soltanto una questione interna al mondo musicale. È diventato il simbolo di un rapporto complicato tra cultura, potere e appartenenza politica. E Beatrice Venezi, che per anni era stata raccontata come volto elegante e vincente di un certo immaginario conservatore, ora accusa proprio quel mondo di averla lasciata sola nel momento più difficile.







