Antonio Passariello non sembra l’uomo che ha concepito l’attentato contro Sigfrido Ranucci. Può avere partecipato all’operazione, può avere contribuito a organizzarla insieme agli altri componenti del gruppo, ma dietro la bomba esplosa davanti alla casa del conduttore di Report gli investigatori intravedono ormai una regia diversa: qualcuno che avrebbe reclutato gli esecutori, finanziato il blitz e mantenuto le distanze attraverso una catena di intermediari.
Il 2 luglio, nel carcere romano di Rebibbia, i magistrati antimafia Carlo Villani ed Edoardo De Santis hanno interrogato Passariello davanti alla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca. Il cinquantatreenne avellinese, pluripregiudicato, ha risposto in dialetto anche quando la giudice gli ha chiesto di parlare in italiano: «Non saccio parlare in italiano».
Al di là delle risposte, il profilo dell’uomo rafforza agli occhi degli inquirenti l’idea di un esecutore disponibile sul mercato criminale, non quella di una mente capace di progettare autonomamente un attentato contro uno dei giornalisti più esposti d’Italia. La stessa valutazione riguarda gli altri arrestati: Saverio Mutone, Marika De Filippis e Pellegrino D’Avino, che ha sostenuto di «non aver voluto far male» con l’esplosivo.
La Direzione distrettuale antimafia di Roma cerca quindi il livello superiore. Le intercettazioni e i rapporti ricostruiti dai carabinieri conducono verso Gomes Clesio Tavares e, attraverso di lui, fino a Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore che la Procura ha iscritto nel registro degli indagati come possibile mandante dell’attentato. Gli inquirenti hanno perquisito Lavitola e acquisito telefoni, dispositivi elettronici e documenti. L’interessato nega ogni coinvolgimento.
Il “soggetto terzo” che non vuole incontrare il gruppo
L’elemento più pesante emerge dalle conversazioni intercettate durante l’indagine. Da ottobre 2025 gli investigatori hanno controllato 54 utenze telefoniche e ricostruito una rete di rapporti che sembra andare oltre i quattro presunti esecutori.
In una delle conversazioni, D’Avino parla di un soggetto esterno che non avrebbe voluto incontrare direttamente il gruppo. I carabinieri annotano che l’uomo «ribadiva che il soggetto terzo — probabilmente il soggetto indicato come “quello” — non avrebbe avuto intenzione di conoscere il gruppo degli attentatori», preferendo gestire l’operazione tramite intermediari.
«Non vuole conoscere loro di persona», emerge dalle chat.
La frase non identifica da sola il mandante, ma descrive un’organizzazione strutturata per separare chi decide da chi agisce. Gli esecutori avrebbero avuto contatti con un intermediario, mentre il soggetto che impartiva le disposizioni sarebbe rimasto lontano dal gruppo proprio per ridurre il rischio di essere riconosciuto o coinvolto dalle loro dichiarazioni.
La Procura ritiene che Lavitola possa avere affidato a Gomes Clesio Tavares il compito di trovare persone capaci di procurarsi l’esplosivo e collocarlo davanti all’abitazione di Ranucci. Tavares, cittadino camerunense e uomo vicino all’ambiente del ristorante Cefalù, avrebbe quindi rappresentato il collegamento tra il presunto livello decisionale e la manovalanza incaricata dell’attentato. Questa resta l’ipotesi investigativa sulla quale i magistrati stanno lavorando e che dovrà trovare conferma nel procedimento.
Dal ristorante Cefalù alla rete criminale
Il nome di Lavitola emerge inizialmente attraverso le intercettazioni di Gelsomina Tuorto, esperta d’arte legata a Gomes Clesio Tavares. La donna si lamenta della lontananza del compagno e attribuisce i suoi impegni a un certo «Valter», proprietario di un ristorante a Monteverde: il Cefalù.
Quel Valter, secondo gli investigatori, è Lavitola. Il locale diventa così uno dei punti attorno ai quali i carabinieri ricostruiscono una rete molto più ampia: persone con precedenti penali, soggetti vicini ad ambienti camorristici, imprenditori, giornalisti e figure attive nel mondo della comunicazione e delle relazioni istituzionali.
Tavares intratteneva rapporti con esponenti della famiglia Russo, considerata autorevole negli equilibri della camorra, ma gli investigatori gli attribuiscono anche una propria autonomia operativa. Sui social compare inoltre in compagnia di Passariello e D’Avino già nel luglio 2024, oltre un anno prima dell’attentato.
La Cefalù Srl apre agli inquirenti quella che negli atti appare come una zona grigia: un luogo nel quale mondi formalmente lontani entrano in contatto. Attorno al ristorante ruotano persone provenienti dall’informazione, dalla criminalità e dagli affari, compreso il settore dei crediti di carbonio, nel quale Lavitola aveva avviato iniziative imprenditoriali con interessi anche in Africa.
La semplice frequentazione di un locale, naturalmente, non dimostra alcuna partecipazione a un reato. Gli investigatori considerano però quella rete importante per ricostruire i rapporti tra il presunto intermediario Tavares, gli uomini accusati di avere materialmente preparato l’attentato e Lavitola.
Il movente ancora da trovare
La Procura ha individuato un possibile schema organizzativo, ma non ha ancora chiarito il movente. Questo rimane il punto più oscuro dell’inchiesta.
Lavitola e Ranucci non erano nemici dichiarati. Al contrario, entrambi hanno descritto il loro rapporto come molto stretto. Dopo la notizia dell’iscrizione di Lavitola nel registro degli indagati, lo stesso conduttore di Report ha affermato di considerarlo innocente fino alla presentazione di prove contrarie e ha ricordato il legame personale che li univa.
Proprio questa vicinanza rende ancora più difficile individuare una ragione plausibile per l’attentato. Gli investigatori stanno approfondendo anche i rapporti nati attorno al business dei carbon credit, un settore nel quale Lavitola aveva coinvolto collaboratori e intermediari africani.
L’imprenditore sostiene che fu Ranucci a indicargli uno dei principali punti deboli dei crediti di carbonio prodotti in Africa: la difficoltà di accertare chi possedesse realmente il diritto di generarli e quale ruolo spettasse alle comunità locali. Lavitola nega inoltre di avere mai orientato o condizionato le inchieste di Report.
Anche Ranucci ha escluso con decisione qualsiasi interferenza: «Non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola», ha dichiarato dopo le polemiche nate intorno ai rapporti tra i due.
Lavitola respinge le accuse
Valter Lavitola si è presentato davanti ai magistrati della Procura di Roma, si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande e ha poi rilasciato dichiarazioni spontanee per proclamare la propria estraneità.
«Non sono stato io, non ho idea del movente», ha sostenuto. I suoi difensori, Sergio e Arturo Cola, hanno definito il loro assistito sconvolto dalle contestazioni e hanno sottolineato l’amicizia con Ranucci. Hanno inoltre denunciato le conseguenze che alcune ricostruzioni giornalistiche starebbero provocando sul ristorante gestito dalla moglie e sulle iniziative imprenditoriali legate ai carbon credit.
La Procura, però, continua a scavare. Ha sequestrato telefoni, pen drive, manoscritti e altro materiale e ha esteso le verifiche alle persone più vicine all’imprenditore. I magistrati vogliono trovare nei dispositivi e nei documenti la prova del collegamento tra il presunto mandante, l’intermediario camerunense e gli uomini accusati di avere confezionato e collocato la bomba.
L’indagine ha già superato la ricostruzione del gesto materiale. Gli inquirenti non cercano più soltanto chi preparò l’ordigno e chi lo portò davanti alla casa di Ranucci. Cercano chi mise in moto il gruppo, chi fornì il denaro e soprattutto perché decise di colpire il giornalista.
Le chat sul soggetto che «non vuole conoscere» gli attentatori indicano l’esistenza di un livello superiore. Ora la Procura deve dimostrare chi lo occupasse.







