Nicole Formichetti l’8 gennaio 2019 su Facebook pubblicava una card in cui chiedeva quale fosse il dono che Dio le avesse fatto. Leggere il responso oggi, dopo l’omicidio e lo smembramento del cadavere di Fabio Colapietro, avvenuto nella sua casa di Torino, mette i brividi. “Dio ti ha dato un cuore d’oro, sei una persona molto sensibile, senti il dolore degli altri e per questo non è facile essere te”, “Esattamente quella che sei” commentava un’amica,
A distanza di sette anni il ritratto che emerge della professoressa 47enne, originaria di Rieti, trasferitasi in Piemonte per insegnare, è l’opposto di come allora la percepivano le amiche. Perché non esiste empatia nell’organizzare il depezzamento di un cadavere e coordinare le fasi per nascondere in sedici sacchi di immondizia i resti maciullati, utilizzare una valigia da abbandonare sul Lungo Dora con le budella del morto, imporre all’assassino 26enne e all’amica trans 22enne di acquistare prodotti per la pulizia della scena in cui l’orrore di era consumato.
Nicole Formichetti mancava a scuola da giugno scorso
Nicole Formichetti insegnava in una scuola superiore della provincia di Torino, dove a giugno scorso ha accompagnato gli alunni di una quinta classe agli esami di maturità, ma quest’anno nell’istituto di Ciriè dove chissà quante volte ha spiegato l’Inferno di Dante prima di precipitare nel suo fatto di droghe e alcol, nessuno l’aveva ancora mai vista.
La donna aveva presentato un certificato di malattia per giustificare l’assenza da scuola, ma i vicini continuavano a vederla sotto casa molto spesso con una bottiglia di birra tra le mani mentre portava a spasso il suo cane. Si parla anche di un ex marito, ma l’unica parente di cui si hanno notizie certe è una sorella che vive a Rieti, città di origine della Formichetti.
Quella persona che sette anni fa un gioco social definiva molto sensibile e che invece l’assassino, intercettato nella sala di attesa della Questura di Torino, ha indicato come “Satana”,
La spirale di violenza e la confessione dell’assassino
La sua abitazione in via Gulli 46, nella periferia nord di Torino, si è trasformata nella cornice di un racconto d’orrore. È qui che la donna ha spalancato le porte a Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, Keith Butig e Fabio Colapietro, 39 anni, dando inizio a un festino a base di alcol, sesso e un drammatico mix di stupefacenti: crack, funghi allucinogeni, ecstasy, metadone e la sostanza sintetica nota come “Madonna di Pavia”.
La situazione è precipitata nella serata di domenica 20 settembre. Per un banale diverbio legato al presunto furto di 50 euro e di un braccialetto d’oro, Morando ha strangolato Colapietro — che le carte d’indagine descrivono come un “cavallino”, ossia un corriere della droga ripagato con singole dosi.
La macabra gestione del delitto di Nicole Formichetti
Da quel momento è iniziata una macabra gestione del delitto durata diversi giorni. Il gruppo ha smembrato il corpo della vittima con l’uso di coltelli e mannaie, lo ha nascosto all’interno di sedici sacchetti e di una valigia svuotata, e lo ha poi abbandonato lungo il fiume Dora. Per tentare di celare i resti e coprire gli odori all’interno dell’appartamento, i presenti hanno fatto ricorso a candeggina, profumatori e sacchi di cemento.
Stando alle dichiarazioni rese da Morando agli uomini della Squadra mobile, la docente non avrebbe assistito passivamente, ma avrebbe «preso in mano le redini della situazione», dirigendo le operazioni di depezzamento e occultamento. Nelle sue parole, il killer descrive la donna come la mente dell’operazione, al punto che quest’ultima lo ha spinto a definirla «Satana» durante l’attesa in questura. Come ha rimarcato il gip Antonio Borretta nell’ordinanza di custodia cautelare, tutti i protagonisti agivano in uno stato di grave e alterata tossicodipendenza, divisi tra il tentativo di sbarazzarsi del cadavere e la continua ricerca di nuove dosi.
Il ritratto: una donna trasformata dalle dipendenze
L’inchiesta dipinge l’immagine di una donna che la dipendenza da crack ha profondamente trasformato, sostanza che la donna legava alle sue frequentazioni nell’area del parco Sempione, tra i quartieri Barriera di Milano e Borgo Vittoria.
Il giudice ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per favoreggiamento e soppressione di cadavere a seguito dell’udienza di convalida del fermo, durante la quale la quarantasettenne ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. «È sconvolta e confusa», hanno riferito gli avvocati difensori Chiara Romano e Alessandro Bellina, attualmente al lavoro per ricostruire la rete familiare della donna.







