Nelle prossime ore potrebbe aprirsi una crisi senza precedenti tra Italia e Israele. La Procura di Roma sarebbe pronta alle prime iscrizioni nel registro degli indagati nell’inchiesta sull’assalto alle navi della Global Sumud Flotilla. E il primo nome destinato a finire nel fascicolo sarebbe quello di Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, già al centro delle polemiche per il video degli attivisti inginocchiati, ammanettati e derisi nel porto di Ashdod.
Il fascicolo esiste già e ipotizza reati pesantissimi: tortura, sequestro di persona, danneggiamento con pericolo di naufragio e rapina. L’indagine era nata dopo le denunce degli attivisti fermati in acque internazionali, portati in Israele, detenuti e poi espulsi. Ma ora il salto politico e giudiziario rischia di essere enorme.
Il video di Ashdod che può inchiodare Ben-Gvir
Il punto decisivo è il filmato diffuso dallo stesso Ben-Gvir. Nel video si vedono gli attivisti della Flotilla inginocchiati nel porto di Ashdod, con le mani legate dietro la schiena, mentre alcuni agenti li deridono. Per gli investigatori italiani quel video non è un semplice elemento mediatico, ma una possibile prova.
La sua provenienza non avrebbe bisogno di particolari verifiche, perché il filmato è pubblico, rivendicato e diffuso dagli stessi ambienti governativi israeliani. Ed è proprio questo a renderlo potenzialmente esplosivo: non una registrazione anonima, non un documento da autenticare attraverso canali incerti, ma un contenuto esibito politicamente.
La catena di comando nel mirino dei pm
Ben-Gvir, però, non sarebbe l’unico nome sotto osservazione. Gli attivisti hanno depositato una serie di esposti in cui chiedono di ricostruire l’intera catena gerarchica, sia verso il basso sia ai livelli del governo israeliano.
Sul tavolo dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti ci sarebbe anche un dossier basato sulle indicazioni raccolte dalla Fondazione Hind Rajab. Tra i nomi segnalati compaiono il viceammiraglio Eyal Harel, nominato al vertice della Marina israeliana il 16 aprile scorso, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, il comandante del servizio penitenziario Kobi Yaakobi, indicato come l’uomo che avrebbe organizzato il campo di detenzione di Ashdod, e il ministro della Difesa Israel Katz. In totale, secondo quanto indicato dalla Fondazione, sarebbero nove le persone segnalate.
Le accuse degli attivisti
Gli attivisti denunciano di aver subito sequestro di persona, tortura, violenza sessuale, rapina e danneggiamento aggravato dal pericolo di naufragio. Diverse persone sarebbero già state ascoltate dagli inquirenti italiani e avrebbero confermato violenze dopo il fermo.
Le denunce ricostruiscono anche la notte tra il primo e il 2 ottobre 2025, quando le imbarcazioni della Flotilla sarebbero state intercettate dalla Marina israeliana mentre si trovavano ancora in acque internazionali, nella zona Sar egiziana.
La Procura ha già avviato rogatorie per identificare i protagonisti dei presunti abusi e chiarire sulla base di quali norme gli attivisti siano stati fermati, trasferiti e detenuti. Ma gli investigatori sanno che difficilmente Israele collaborerà.
Perché Roma può procedere anche senza Israele
Il punto giuridico è decisivo. Anche senza collaborazione israeliana, l’inchiesta potrebbe andare avanti se i riscontri confermassero le denunce. La Convenzione Onu contro la tortura, ratificata dall’Italia nel 1989, offre infatti una base normativa per procedere in presenza di cittadini italiani vittime di presunti reati gravissimi all’estero.
È qui che il caso diventa diplomaticamente incandescente. Perché un’eventuale iscrizione di Ben-Gvir nel registro degli indagati aprirebbe uno scontro diretto tra la magistratura italiana e un ministro in carica del governo israeliano.
E trasformerebbe definitivamente la vicenda Flotilla in un caso internazionale: non più soltanto attivisti fermati in mare, ma un’inchiesta italiana su presunte torture, sequestri e violenze attribuite alla catena di comando israeliana.







