C’è una cosa che nel caso Garlasco continua a sorprendere. Non il fatto che la difesa difenda Andrea Sempio. Sarebbe assurdo aspettarsi il contrario. Non il fatto che la Procura cerchi di consolidare il proprio impianto accusatorio. È il suo compito. A stupire è il numero di persone che, pur non avendo alcun ruolo processuale, sembrano vivere ogni sviluppo dell’inchiesta come una questione personale. È il ragionamento che Umberto Brindani affida a un lungo intervento destinato a far discutere.
Baldi e Palmegiani fanno quello che devono fare
La Procura di Pavia ha deciso di rafforzare il fascicolo con quattro nuove consulenze tecniche: dall’impronta attribuita a Sempio al Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, fino alla compatibilità delle calzature e alla consulenza psichiatrica. La risposta dei consulenti della difesa è arrivata puntuale.
Marina Baldi continua a sostenere che la traccia genetica sia parziale e compatibile con un trasferimento per contaminazione. Armando Palmegiani ribadisce invece la propria convinzione sull’incompatibilità tra le misure della scarpa di Andrea Sempio e l’impronta repertata nella villetta di via Pascoli. Per Brindani non c’è nulla di sorprendente. Sono consulenti di parte. Difendono la tesi della parte che li ha incaricati. Esattamente come fanno gli avvocati.
«Quelli che mi mandano ai matti sono gli altri»
Il passaggio più duro del ragionamento del direttore di Gente riguarda però chi il processo non lo sta facendo. Brindani punta il dito contro quella parte del mondo dell’informazione e degli opinionisti che continua a intervenire sul caso come se dovesse difendere il proprio passato professionale più che confrontarsi con gli sviluppi dell’indagine. «Quelli che mi mandano ai matti», scrive, «sono coloro che non hanno, o non dovrebbero avere, alcun interesse personale o professionale nella vicenda». Un riferimento diretto a giornalisti, ex investigatori, consulenti ed esperti televisivi che, secondo la sua analisi, finiscono spesso per proteggere le ricostruzioni sostenute negli anni invece di misurarsi con gli elementi nuovi emersi dall’inchiesta.
Il peso delle vecchie certezze
È questo, secondo Brindani, il vero cortocircuito. Ogni nuova consulenza, ogni documento, ogni elemento che mette in discussione ricostruzioni considerate intoccabili viene accolto da una parte del dibattito pubblico con un riflesso quasi automatico: negare, minimizzare, ridimensionare.
Non perché sia già dimostrato che l’accusa abbia ragione. Ma perché, sostiene il direttore di Gente, per qualcuno riconoscere che il quadro investigativo possa essere cambiato significherebbe mettere in discussione anni di analisi, libri, trasmissioni televisive e convinzioni pubblicamente difese.
La battaglia più dura non è quella processuale
Le aule di giustizia decideranno se le nuove consulenze della Procura reggeranno al confronto con quelle della difesa. Fuori dai tribunali, invece, si combatte un’altra partita. È quella tra chi considera ogni nuovo elemento degno di essere verificato e chi, al contrario, sembra aver già deciso che nulla potrà modificare le conclusioni raggiunte in passato.
Per Brindani il punto è proprio questo: nel processo ciascuno difende legittimamente la propria posizione. Il rischio nasce quando quella logica esce dall’aula e contagia chi dovrebbe osservare gli sviluppi dell’inchiesta con maggiore distacco. Ed è una riflessione destinata ad andare ben oltre il caso Garlasco.







