Campo largo o campo minato? Dietro le foto di rito continuano i veti incrociati

Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli – credit photo @web

Ogni appuntamento pubblico ripropone la stessa scena: strette di mano, sorrisi e appelli all’unità. Ma dietro il “campo largo” restano differenze strategiche che rischiano di trasformare la principale alternativa al centrodestra in una coalizione incapace di costruire una proposta credibile di governo. A pesare, più di ogni altro tema, è la linea sulla guerra in Ucraina.

Il vero problema del centrosinistra non è la convivenza tra culture politiche diverse. Le grandi coalizioni sono sempre nate da compromessi. Il problema nasce quando il compromesso diventa immobilismo e una forza politica finisce per imporre agli altri una linea che rende impossibile parlare con chiarezza al Paese.

È quello che sta accadendo sul dossier Ucraina. Da oltre tre anni Giuseppe Conte continua a chiedere una soluzione diplomatica immediata, insiste sulla necessità di un negoziato e critica il sostegno militare occidentale a Kiev. Una posizione legittima sul piano politico, ma che si scontra con un dato difficilmente contestabile: fino a oggi Vladimir Putin non ha mostrato alcuna disponibilità ad accettare un accordo che non coincida, di fatto, con il riconoscimento delle conquiste militari russe e con condizioni favorevoli a Mosca. Invocare la pace è sempre giusto. Pensare che basti invocarla perché il Cremlino si sieda a un tavolo appare, però, una lettura che molti osservatori internazionali giudicano lontana dalla realtà del conflitto.

Il nodo che il Pd continua a evitare

Il Partito democratico prova da mesi a tenere insieme due linee che sempre più spesso entrano in collisione. Da una parte ribadisce il sostegno all’Ucraina, alla Nato e alla linea europea. Dall’altra evita uno scontro frontale con il Movimento 5 Stelle nella speranza di preservare il progetto del campo largo. Il risultato è una comunicazione ambigua. Su uno dei temi più importanti della politica internazionale, gli elettori ricevono messaggi differenti da due partiti che dovrebbero presentarsi come alleati di governo.

La politica estera non può essere una variabile secondaria

Le differenze sulla guerra non riguardano un dettaglio del programma. Parlano del ruolo dell’Italia nel mondo, del rapporto con gli alleati europei e atlantici, della credibilità internazionale del Paese e della capacità di leggere uno dei conflitti più drammatici degli ultimi decenni. Se una futura coalizione non riesce a condividere una linea comune proprio sulla politica estera, è inevitabile che sorgano dubbi sulla sua tenuta davanti a una crisi internazionale.

Il rischio di regalare un altro vantaggio al centrodestra

Il paradosso è evidente. Mentre il Governo può presentarsi con una linea sostanzialmente coerente sul sostegno all’Ucraina e sul collocamento internazionale dell’Italia, il principale schieramento alternativo continua a discutere delle proprie fondamenta. Ogni volta che il dibattito torna sulle armi, sulle sanzioni o sul rapporto con Mosca, il campo largo mostra tutte le proprie contraddizioni. E ogni volta il centrodestra trova un argomento in più per mettere in discussione l’affidabilità di una coalizione che, almeno su questi temi, continua a parlare con più voci.

Il vero campo minato è quello delle idee

Le fotografie di gruppo possono trasmettere un’immagine di unità. Ma le elezioni non si vincono con le fotografie. Si vincono offrendo agli elettori una proposta politica riconoscibile, coerente e credibile. Finché il Partito democratico continuerà a evitare un chiarimento con il Movimento 5 Stelle sui grandi dossier internazionali, il “campo largo” rischierà di assomigliare sempre meno a un progetto di governo e sempre più a un’alleanza costruita sulla necessità di stare insieme anziché sulla condivisione di una visione comune. Per un’opposizione che punta a contendere Palazzo Chigi alla destra, è un lusso che potrebbe rivelarsi troppo costoso.