Garlasco, chi fece entrare il carabiniere nel fascicolo Sempio? La pm Pezzino: «Io no, non aveva alcun motivo per vedere quegli atti»

Sempio e la pm Pezzino

C’è una data che nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi continua a diventare più interessante ogni volta che gli investigatori tornano sulle carte della prima indagine contro Andrea Sempio. È il 24 dicembre 2016, vigilia di Natale. Soltanto il giorno precedente la Procura di Pavia aveva iscritto Sempio nel registro degli indagati per omicidio volontario. E proprio il 24 dicembre il carabiniere Maurizio Pappalardo avrebbe fotografato con il proprio telefono alcuni documenti di quel fascicolo.

Il problema è che Pappalardo non risultava assegnato all’indagine su Sempio. E adesso alle domande già aperte dalle fotografie se ne aggiunge un’altra: chi gli consentì di vedere quegli atti?

Una risposta arriva da Giulia Pezzino, la pm che insieme all’allora procuratore aggiunto Mario Venditti seguì la prima inchiesta su Andrea Sempio. Pezzino esclude di essere stata lei ad autorizzare l’accesso di Pappalardo, spiegando che il carabiniere non aveva alcuna ragione investigativa per consultare quel materiale. Quanto all’ipotesi che possa averglielo consentito Venditti, la magistrata dice di non saperlo.

Una dichiarazione che non risolve il mistero. Al contrario, rende ancora più importante capire che cosa accadde negli uffici della Procura di Pavia durante quelle ventiquattr’ore.

Il 23 dicembre Sempio viene indagato, il 24 Pappalardo fotografa gli atti

La cronologia parte dall’esposto nato dalle investigazioni difensive commissionate dalla famiglia di Alberto Stasi. Il materiale arriva alla magistratura e il 23 dicembre 2016 Andrea Sempio viene iscritto nel registro degli indagati per l’omicidio di Chiara Poggi.

È l’inizio della prima inchiesta sul giovane, all’epoca già conosciuto dagli investigatori come amico di Marco Poggi. La nuova pista si concentra soprattutto sul materiale genetico trovato sulle unghie di Chiara e sulle conclusioni alle quali erano arrivati i consulenti della difesa Stasi.

Passa appena un giorno.

Il 24 dicembre, secondo quanto ricostruito nelle nuove indagini, Maurizio Pappalardo entra in contatto con alcuni degli atti del fascicolo appena aperto e li fotografa con il proprio cellulare. Le immagini sono tre e riguardano materiale tutt’altro che irrilevante.

Una fotografia mostra il conferimento dell’incarico dello studio Giarda alla società SKP, cioè l’attività investigativa dalla quale era partita la nuova pista su Andrea Sempio. Altre due immagini riprendono una pagina dei tabulati telefonici acquisiti durante le indagini del 2007.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito che le fotografie sarebbero state scattate dalla scrivania dell’allora procuratore aggiunto Mario Venditti. È questo particolare, insieme al ruolo di Pappalardo, a trasformare tre fotografie scattate alla vigilia di Natale in una questione sulla quale oggi si cercano spiegazioni.

Pappalardo non era assegnato all’indagine su Garlasco

Pappalardo all’epoca comandava il Nucleo informativo dei carabinieri di Pavia, ma non faceva parte del gruppo incaricato di svolgere gli accertamenti sulla nuova pista Sempio.

Interrogato su quella giornata, ha dichiarato di non ricordare di essere andato in Procura il 24 dicembre e ha spiegato che quel giorno usufruiva di un permesso legato alla legge 104. Ha inoltre escluso di aver svolto attività investigativa sul delitto di Garlasco.

Davanti all’esistenza delle fotografie, tuttavia, il militare ha ipotizzato che qualcuno del comando provinciale possa avergli chiesto di acquisire informazioni perché il caso veniva seguito con particolare attenzione.

Ma durante lo stesso interrogatorio Pappalardo ha riconosciuto un punto fondamentale: entrare nel fascicolo di un magistrato per fotografarne alcuni documenti non rappresentava una normale prassi.

Ed è qui che la questione cambia natura. Non basta più sapere che le fotografie esistono. Bisogna stabilire perché Pappalardo ebbe accesso a quei documenti e soprattutto chi glielo permise.

Pezzino: «Io non gli diedi accesso, non ne aveva motivo»

Le dichiarazioni di Giulia Pezzino restringono ulteriormente il campo.

La pm ha escluso di avere consentito personalmente a Pappalardo di consultare gli atti, proprio perché il carabiniere non lavorava a quell’indagine. Secondo la sua ricostruzione, quindi, non esisteva alcuna ragione per la quale avrebbe dovuto avere accesso al fascicolo.

Alla domanda se possa invece essere stato Mario Venditti a consentirglielo, Pezzino non fornisce una risposta affermativa: dice semplicemente di non saperlo.

La distinzione è essenziale. Non esiste allo stato alcun elemento che consenta di affermare che Venditti abbia consegnato volontariamente quei documenti a Pappalardo. Il fatto che le fotografie risultino scattate dalla sua scrivania non permette da solo di stabilire chi fosse presente in quel momento né chi abbia autorizzato il carabiniere a consultare gli atti.

Rimane però un dato difficile da aggirare: un ufficiale che non risultava assegnato all’indagine fotografò documenti del fascicolo appena ventiquattr’ore dopo l’iscrizione di Sempio nel registro degli indagati.

E una dei due magistrati che conducevano quell’inchiesta esclude di avergli aperto lei il fascicolo.

Perché quelle fotografie interessano ancora gli investigatori

La questione assume un peso particolare perché il 24 dicembre 2016 Andrea Sempio si trovava in una situazione processuale completamente diversa rispetto a quella che avrebbe avuto alcune settimane dopo.

La Procura aveva appena aperto il fascicolo e l’indagato, in quella fase, non avrebbe dovuto ancora conoscere gli atti dell’inchiesta. Il primo momento formale di discovery sarebbe arrivato soltanto successivamente, con la convocazione per l’interrogatorio.

Per questo gli investigatori hanno cercato di capire anche quale destinazione abbiano avuto le fotografie scattate da Pappalardo e se il loro contenuto possa essere arrivato a persone che in quel momento non avevano diritto di conoscerlo.

Nelle informative investigative il nome dell’ex ufficiale compare proprio in relazione alla possibilità che documenti riservati siano usciti dal circuito nel quale avrebbero dovuto rimanere. Si tratta di un’ipotesi investigativa, non della dimostrazione che Pappalardo abbia effettivamente consegnato quelle immagini ad Andrea Sempio o alla sua famiglia.

Ed è una distinzione particolarmente importante alla luce degli sviluppi successivi dell’inchiesta bresciana.

L’ipotesi su Venditti si indebolisce, resta il nodo dei carabinieri

La Procura di Brescia aveva aperto un’inchiesta per corruzione in atti giudiziari sulla precedente archiviazione di Sempio. Al centro era finito anche Mario Venditti, dopo il ritrovamento nella casa della famiglia Sempio del famoso appunto nel quale comparivano il suo cognome, la parola «archivia» e il riferimento a una cifra.

Gli accertamenti successivi, tuttavia, avrebbero ridimensionato proprio questo filone. Le informative depositate nel giugno scorso non avrebbero individuato elementi determinanti a sostegno dell’ipotesi di una corruzione dell’ex procuratore aggiunto. La Procura sta quindi valutando le conseguenze di quelle conclusioni sulla posizione del magistrato.

Il quadro relativo ad alcuni appartenenti all’Arma, invece, rimane sotto osservazione. Le nuove informative hanno continuato a concentrarsi sulle anomalie registrate durante la gestione della prima inchiesta Sempio, dai contatti telefonici con l’allora indagato alle modalità con cui vennero trascritte alcune intercettazioni.

È dentro questo scenario che le fotografie di Pappalardo acquistano un significato investigativo autonomo.

Chi aprì quel fascicolo alla vigilia di Natale?

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi e quasi dieci anni dopo la prima inchiesta su Andrea Sempio, la domanda può quindi essere formulata in maniera molto semplice.

Il 23 dicembre 2016 la Procura iscrive Sempio per omicidio. Il 24 dicembre un carabiniere che non risulta incaricato dell’indagine fotografa alcuni documenti del fascicolo dalla scrivania del procuratore aggiunto. Quel carabiniere oggi dice di non ricordare la visita e di non aver mai indagato sul delitto. La pm che conduceva l’inchiesta insieme a Venditti esclude di avergli consentito l’accesso perché, spiega, «non ne aveva motivo».

Non significa che qualcuno abbia necessariamente commesso un reato e non dimostra che quelle fotografie siano arrivate alla famiglia Sempio. Sono precisamente i passaggi che gli investigatori devono ricostruire.

Ma resta una domanda che le dichiarazioni raccolte finora non hanno cancellato: se Pezzino non fece entrare Pappalardo in quel fascicolo e Pappalardo non era assegnato all’indagine, chi gli consentì di avere davanti quegli atti e perché li fotografò?