Uno dei sette tasselli che nel 2015 contribuirono alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi poggerebbe su un presupposto sbagliato. La frase con la quale il giovane avrebbe cercato di presentare ciò che aveva visto nella villetta di via Pascoli come un incidente domestico, secondo Oscar Cedrangolo, non uscì mai dalla sua bocca: la pronunciarono i carabinieri arrivati per primi sulla scena del delitto.
A riportare l’attenzione su quello che definisce «l’anello debole» del mosaico indiziario è proprio il magistrato che, in qualità di Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, chiese l’annullamento della condanna pronunciata nel processo d’appello bis. I giudici decisero diversamente e resero definitiva la pena inflitta a Stasi, ma le sue parole assumono oggi un peso particolare, mentre la Procura di Pavia indaga nuovamente sull’omicidio del 13 agosto 2007 e concentra gli accertamenti su Andrea Sempio.
Cedrangolo parte dal ruolo della Cassazione, spesso confuso nel dibattito pubblico con quello di un giudice chiamato a celebrare nuovamente il processo. «In quelle aule non si giudicano gli imputati, ma le sentenze», ricorda. Il compito dei magistrati di legittimità consiste nel verificare la correttezza giuridica e logica della decisione impugnata: se regge, la confermano; se contiene errori, la annullano.
Poi arriva la frase che sintetizza ancora oggi i dubbi espressi nella requisitoria del 2015: «Con queste carte non sono in grado di dire se Alberto Stasi sia innocente o colpevole. E nemmeno voi».
La frase mai pronunciata da Alberto Stasi
La condanna maturò attraverso un insieme di sette indizi che, valutati unitariamente, convinsero i giudici della responsabilità dell’allora fidanzato di Chiara Poggi. Per Cedrangolo il problema nasce però dal primo elemento del mosaico: la presunta volontà di Stasi di accreditare l’ipotesi di un incidente avvenuto dentro casa.
Secondo quella ricostruzione, il giovane avrebbe mentito già nei primi momenti successivi al ritrovamento del corpo, cercando di ridimensionare ciò che aveva visto. Ma l’ex Procuratore generale contesta radicalmente questo passaggio.
«Si è rivelata una solenne bufala», afferma. Stasi non avrebbe mai pronunciato quelle parole. Furono invece i carabinieri, entrando nella villetta e trovandosi davanti a una scena ancora difficile da interpretare, a ipotizzare inizialmente un incidente domestico.
La differenza non è marginale. Se la frase non appartiene all’imputato, non può essere utilizzata per dimostrare una presunta menzogna, un tentativo di depistaggio o la volontà di orientare gli investigatori verso una ricostruzione falsa. Viene meno, almeno secondo Cedrangolo, il primo indizio grave sul quale poggiava il ragionamento complessivo.
Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, considera l’intervento del magistrato un passaggio di grande rilievo. Il legale invita a rileggere quelle parole ogni volta che la sentenza definitiva viene evocata come una risposta capace di cancellare qualsiasi dubbio sulla ricostruzione del delitto.
Il computer e gli orari della mattina del delitto
Nella discussione torna inevitabilmente anche il lavoro svolto da Stasi al computer nella mattina del 13 agosto 2007. Le sentenze hanno riconosciuto che, poco prima delle 10, il giovane utilizzava il proprio portatile nella casa di famiglia per lavorare alla tesi di laurea.
Questo dato non ha escluso la sua responsabilità, perché i giudici hanno collocato l’omicidio in una finestra temporale compatibile con gli spostamenti ipotizzati dall’accusa. Resta però uno dei punti più discussi nella ricostruzione, soprattutto alla luce delle nuove indagini e dei tentativi di definire con maggiore precisione l’ora della morte di Chiara Poggi.
Non esiste al momento una decisione che abbia disposto la revisione del processo. La difesa di Stasi, tuttavia, osserva con attenzione ogni elemento raccolto nel nuovo fascicolo, nella prospettiva di valutare se possano emergere prove nuove capaci di mettere in discussione la condanna irrevocabile.
Le dichiarazioni di Cedrangolo non bastano da sole ad aprire un nuovo processo, ma riportano al centro una questione precisa: se uno degli indizi venne costruito attribuendo a Stasi parole pronunciate da altri, quale peso avrebbe avuto il mosaico senza quel tassello?
La nuova indagine su Andrea Sempio
Sul fronte opposto, neppure gli elementi raccolti finora contro Andrea Sempio consentono conclusioni definitive. L’amico del fratello di Chiara Poggi risulta indagato nell’ambito del nuovo procedimento, ma resta innocente fino a un’eventuale sentenza irrevocabile.
Gli accertamenti ruotano attorno a diversi punti: il materiale genetico trovato sotto le unghie della vittima, la cosiddetta impronta 33, le annotazioni personali dell’indagato e la ricostruzione dei suoi movimenti nella giornata del delitto. I difensori di Sempio sostengono che le proprie consulenze possano fornire spiegazioni alternative e ridimensionare la portata degli indizi.
Anche in questo caso il pericolo consiste nel trasformare materiale ancora sottoposto a verifica in una verità già raggiunta. La nuova inchiesta può approfondire ciò che non venne chiarito in passato, ma non autorizza a sostituire un colpevole processuale con un altro colpevole mediatico prima che gli investigatori completino il loro lavoro.
La bicicletta nera e la possibile via di fuga
Gli accertamenti difensivi si concentrano anche sull’area alle spalle della villetta dei Poggi. I consulenti cercano una possibile via di fuga attraverso la vegetazione, un percorso che l’assassino avrebbe potuto utilizzare per allontanarsi senza passare dall’ingresso principale.
La pista riporta alla memoria la testimonianza relativa a una bicicletta nera trovata abbandonata nei campi. Quel particolare non assunse un ruolo decisivo nelle indagini dell’epoca e oggi torna tra gli elementi sui quali difese e investigatori cercano nuovi riscontri.
La bicicletta, le impronte, il Dna, gli orari del computer e le parole attribuite erroneamente a Stasi appartengono a piani diversi. Alcuni elementi riguardano fatti accertati, altri ipotesi investigative, altri ancora interpretazioni che dovranno superare il confronto tecnico e giudiziario.
A quasi diciannove anni dalla morte di Chiara Poggi, il caso Garlasco continua così a muoversi tra una condanna definitiva e un’indagine che cerca una ricostruzione differente. Le parole di Cedrangolo non stabiliscono chi abbia ucciso la giovane, ma riportano alla luce una crepa nell’impianto del 2015: quella frase considerata una menzogna di Alberto Stasi, sostiene il magistrato, Alberto Stasi non la disse mai.







