Ci sono processi che finiscono con una sentenza e casi che, invece, continuano a vivere ben oltre il verdetto. Il delitto di Garlasco appartiene a questa seconda categoria. A quasi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la giustizia ha un colpevole definitivo, Alberto Stasi, ma la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riaperto uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Oggi l’indagato è Andrea Sempio, mentre la difesa di Stasi prepara la richiesta di revisione della condanna. Eppure, proprio questa sovrapposizione di ricostruzioni rischia di lasciare il caso senza una verità realmente condivisa.
Due ricostruzioni, una sola vittima
Sul piano giudiziario il quadro resta netto. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di carcere per l’omicidio della fidanzata. Parallelamente, la Procura di Pavia ha chiuso le indagini nei confronti di Andrea Sempio, contestandogli lo stesso delitto sulla base di nuovi elementi investigativi raccolti negli ultimi mesi.
L’impianto accusatorio nei confronti di Sempio poggia soprattutto su tre elementi: l’impronta palmare numero 33 attribuita dalla Procura al nuovo indagato, il Dna individuato sotto le unghie di Chiara Poggi e una serie di intercettazioni ambientali registrate durante le indagini. Sono elementi che gli investigatori ritengono significativi, ma che la difesa contesta punto per punto.
Da qui nasce il vero nodo della vicenda. Se il procedimento contro Sempio dovesse arrivare a processo, il tribunale si troverebbe davanti a una situazione senza precedenti: un uomo condannato in via definitiva e un secondo imputato per lo stesso omicidio.
La prova che ancora manca
Nonostante il grande lavoro investigativo svolto negli ultimi mesi, molti osservatori sottolineano come nel fascicolo continui a mancare quella che nel linguaggio giudiziario viene definita la “prova regina”, cioè l’elemento capace di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità dell’autore del delitto.
È proprio questo il punto che alimenta il dibattito. La Procura ritiene di aver raccolto un quadro indiziario sufficiente per sostenere l’accusa contro Sempio. La difesa dell’indagato, invece, punta a smontare soprattutto il tema delle impronte delle scarpe, sostenendo che il piede di Sempio sarebbe incompatibile con la calzatura numero 42 attribuita all’assassino.
Secondo i suoi legali, la particolare conformazione della pianta del piede renderebbe impossibile associare quella traccia al loro assistito. Parallelamente, gli avvocati di Alberto Stasi preparano la richiesta di revisione del processo, convinti che la nuova inchiesta abbia ormai escluso il loro assistito dalla scena del delitto.
Il rischio di un caso senza una verità condivisa
La conseguenza più delicata riguarda proprio il futuro del procedimento. Se la revisione dovesse mettere in discussione la condanna di Stasi e il processo contro Sempio non riuscisse a raggiungere il livello di prova richiesto dal diritto penale, il delitto di Garlasco potrebbe entrare in una zona grigia nella quale nessuna ricostruzione riuscirebbe a imporsi definitivamente.
Non significherebbe che l’omicidio resterebbe formalmente senza colpevoli, almeno finché la sentenza contro Stasi rimane valida. Significherebbe però che la vicenda continuerebbe a convivere con un dubbio giudiziario e investigativo destinato ad accompagnarla ancora a lungo.
A quasi vent’anni dall’assassinio di Chiara Poggi, la certezza assoluta riguarda soltanto il fatto più tragico: una ragazza di ventisei anni è stata uccisa nella sua casa il 13 agosto 2007. Tutto il resto, tra processi, nuove indagini e possibili revisioni, continua ancora oggi ad alimentare interrogativi ai quali la giustizia potrebbe impiegare molto tempo per dare una risposta definitiva.







