«Perché non hanno smontato il sifone?». È la domanda con cui Milo Infante riporta l’attenzione su uno degli aspetti meno chiariti delle indagini originarie sul delitto di Garlasco: gli accertamenti eseguiti nel bagno della villetta di via Pascoli, dove l’assassino di Chiara Poggi potrebbe essersi lavato le mani dopo averla uccisa. Al centro della contestazione c’è un particolare tecnico apparentemente semplice, ma potenzialmente importante per la ricostruzione della scena del crimine: i carabinieri del Ris di Parma avrebbero cercato eventuali tracce di sangue nello scarico del lavandino senza smontare il sifone sottostante.
Il dubbio riguarda la profondità del prelievo e, soprattutto, la possibilità che il tampone utilizzato nel 2007 non fosse sufficientemente lungo per raggiungere la parte curva della tubatura, dove normalmente ristagna una piccola quantità d’acqua e possono accumularsi residui organici. Se qualcuno avesse effettivamente utilizzato quel lavandino per eliminare il sangue dalle mani, sostiene Infante, proprio il sifone avrebbe meritato un esame approfondito.
La questione riemerge mentre la Procura di Pavia porta avanti la nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, con Andrea Sempio indagato per omicidio volontario aggravato, e si moltiplicano gli interrogativi sulle modalità con cui furono raccolte e analizzate le tracce nella casa della vittima.
Il lavandino del bagno e l’ipotesi che l’assassino si sia lavato le mani
Il bagno della villetta di Garlasco rappresenta uno degli ambienti sui quali si è concentrata l’attenzione degli investigatori nella ricostruzione dei movimenti dell’assassino.
Una delle ipotesi prese in considerazione è che, dopo aver colpito Chiara Poggi, l’autore del delitto possa essersi diretto verso il lavandino per lavarsi le mani e rimuovere eventuali tracce di sangue.
Se questo fosse accaduto, una parte del materiale biologico avrebbe potuto raggiungere lo scarico, depositandosi lungo le tubature oppure nella curva del sifone.
È su questo punto che si concentra la contestazione di Infante. Il problema non riguarda soltanto l’esito del test effettuato dai Ris, ma la modalità stessa del campionamento: dove venne passato esattamente il tampone e fino a quale profondità riuscì ad arrivare?
Secondo la ricostruzione proposta dal giornalista, gli investigatori si sarebbero limitati a introdurre il tampone attraverso l’apertura superiore dello scarico, senza procedere allo smontaggio della tubatura sottostante.
«Il tampone è troppo corto, non arriva in fondo al sifone»
Per spiegare il proprio dubbio, Infante ha utilizzato una comune tubatura e un tampone simile a quello impiegato per il prelievo, mostrando la distanza tra l’apertura del lavandino e il punto più profondo del sifone.
«Se tu veramente vuoi cercare del sangue, non lo cerchi solo dove c’è il tappo», ha osservato, contestando la scelta di limitare il controllo alla parte iniziale dello scarico.
Poi ha richiamato l’attenzione sulle dimensioni dello strumento: «Vedete com’è corto?».
Inserendo il tampone nella tubatura, Infante ha mostrato come, nella configurazione utilizzata per la dimostrazione, lo strumento non riuscisse a raggiungere la curva inferiore.
«Se noi lo prendiamo e lo inseriamo, non arrivi in fondo al sifone».
Il ragionamento si fonda sulla struttura dell’impianto idraulico. Il sifone presenta una curva nella quale rimane normalmente dell’acqua, necessaria a impedire la risalita degli odori dalla rete di scarico. Proprio in quel punto possono accumularsi capelli, sporco e altri residui trascinati dall’acqua.
Secondo Infante, dunque, un controllo limitato alla parte superiore dello scarico rischiava di non esaminare una zona potenzialmente utile per individuare tracce biologiche.
La dimostrazione, tuttavia, non costituisce una verifica diretta dell’impianto originale di casa Poggi né permette, da sola, di stabilire quali parti della tubatura siano state effettivamente esaminate nel 2007.
«Sarebbe bastato smontarlo»: la contestazione al lavoro dei Ris
Infante rivolge una critica esplicita ai carabinieri che eseguirono gli accertamenti nella villetta.
«Sarebbe bastato che i Ris, giusto per fare il lavoro come andava fatto, avessero smontato il sifone», sostiene.
Il giornalista ritiene che l’operazione avrebbe consentito di controllare direttamente la parte della tubatura nella quale, in caso di lavaggio delle mani sporche di sangue, avrebbero potuto depositarsi residui non raggiungibili con un tampone introdotto dall’alto.
«Se ci fosse stato del sangue, ammesso mai che l’assassino si sia lavato in quel lavandino, avrebbero sicuramente trovato tracce nel sifone».
L’affermazione contiene due passaggi distinti. Il primo è l’ipotesi che l’assassino abbia effettivamente utilizzato quel lavandino, circostanza che non risulta dimostrata. Il secondo riguarda la possibilità di individuare materiale biologico nella tubatura attraverso un campionamento più approfondito.
Infante contesta proprio l’assenza di quest’ultimo accertamento nella ricostruzione delle operazioni svolte dai Ris.
«Ma nel 2007 i Ris questo lo fanno? No, non lo cercano».
Il dispenser e gli altri punti del bagno che avrebbero meritato controlli
La critica non si limita al sifone. Infante richiama anche il dispenser presente nel bagno, chiedendo perché non sia stato sottoposto a verifiche più approfondite.
«Perché non smontano il sifone? Perché non controllano meglio il dispenser?».
Il riferimento è alla possibilità che chi avesse utilizzato il lavandino dopo l’omicidio fosse entrato in contatto con altri oggetti presenti nelle immediate vicinanze.
L’eventuale presenza di tracce su un dispenser avrebbe potuto contribuire a ricostruire le azioni compiute nel bagno, così come l’analisi delle tubature avrebbe potuto fornire indicazioni sull’utilizzo del lavandino.
Non è però possibile dedurre dalla sola assenza di un prelievo più profondo che tali tracce fossero realmente presenti o che avrebbero consentito di identificare l’assassino.
Il punto sollevato da Infante è diverso: verificare se le operazioni effettuate all’epoca abbiano esaurito le possibilità investigative offerte da quell’ambiente.
Il nodo degli accertamenti del 2007 nella nuova inchiesta su Garlasco
Il lavandino si aggiunge agli altri elementi delle indagini originarie tornati al centro del confronto tra consulenti, difese e investigatori: dalle tracce genetiche rinvenute sotto le unghie di Chiara Poggi all’impronta 33, fino alle valutazioni sulle modalità di raccolta e interpretazione del materiale biologico.
La nuova inchiesta della Procura di Pavia, che vede Andrea Sempio indagato per l’omicidio, ha riportato l’attenzione anche sulla possibilità che alcuni accertamenti del 2007 non abbiano sfruttato tutte le opportunità offerte dalla scena del crimine.
Nel caso del sifone, la domanda da chiarire è innanzitutto documentale: quali operazioni furono eseguite, quali parti dello scarico vennero campionate e quali risultati furono registrati nei verbali?
Soltanto il confronto con la documentazione tecnica originale può stabilire se il controllo sia stato effettivamente limitato alla parte superiore dello scarico, come sostiene Infante.
La sua contestazione individua comunque un punto preciso dell’indagine: se il lavandino era considerato un possibile luogo nel quale l’assassino si era ripulito dal sangue, perché non verificare anche la parte della tubatura dove eventuali residui avrebbero potuto accumularsi?







