Il nome c’è, l’utenza pure. Ma Giorgio Portera dice di non aver mai eseguito le analisi genetiche sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi e di non aver mai interpretato i risultati che riguardavano il Dna di Chiara Poggi. È l’ultimo elemento che emerge dal nuovo fronte aperto dalla Procura di Pavia sugli accertamenti svolti dal Ris di Parma nel 2007, dopo la scoperta nei raw data di due risultati negativi che non entrarono nel fascicolo originario.
Portera, genetista ed ex ufficiale dell’Arma, ha spiegato ai magistrati che il collegamento tra il suo nome e il campione BU_P nasce da un dato informatico preciso: sul sistema compare un accesso effettuato attraverso la sua utenza personale. Il punto, però, è che a quasi vent’anni di distanza non sa stabilire chi materialmente utilizzò quella user.
«Non ho eseguito personalmente l’analisi genetica del campione né ho valutato o interpretato alcun profilo genetico relativo al caso Garlasco durante il mio servizio al Ris di Parma», ha dichiarato. Una precisazione pesante, soprattutto nel momento in cui gli inquirenti stanno cercando di ricostruire esattamente chi fece cosa all’interno del laboratorio.
«La mia user, ma potrebbe averla utilizzata un collega»
Portera lavorò al Ris di Parma dal 2005 al 2009. Nei dati relativi alla lavorazione del campione prelevato dai pedali compare l’utente “Port”, che gli investigatori hanno ricondotto proprio a lui.
La sua spiegazione introduce però un altro interrogativo. «Il collegamento della mia persona alle attività analitiche del campione BU_P deriva dalla registrazione di un accesso con la mia user personale nell’ambito dell’ultima fase di lavorazione della specifica traccia», ha chiarito.
Quell’accesso, secondo Portera, non significa che sia stato lui a eseguire o interpretare l’analisi. L’attività riguardava esclusivamente il caricamento sul sequenziatore di un campione che altri avevano già lavorato.
Ed è qui che arriva il passaggio più delicato: «Non posso oggi stabilire con certezza se tale operazione sia stata materialmente eseguita da me oppure da un collega che ho fatto accedere allo strumento utilizzando la mia user».
Dunque il sistema registra l’utenza di Portera, ma lo stesso genetista non può confermare di essere stato materialmente davanti allo strumento. Un particolare che rende ancora più importante ricostruire la catena delle operazioni compiute in quei giorni.
Portera: «Mai firmato verbali o referti su Garlasco»
L’ex ufficiale ha inoltre tracciato un confine netto tra quella che definisce una semplice operazione tecnica e la responsabilità scientifica dell’analisi. «È importante distinguere con chiarezza l’attività tecnica su uno strumento dalla responsabilità dell’analisi, della valutazione e dell’interpretazione dei profili genetici».
Portera sostiene di non aver svolto nessuna di queste ultime attività. «Non ho infatti mai svolto alcun sopralluogo, né firmato verbali o referti del caso Garlasco».
Secondo la sua ricostruzione, l’eventuale operazione compiuta attraverso la sua utenza rappresentava una «mera attività tecnica e strumentale», inserita nella normale gestione quotidiana dei numerosi campioni che transitavano nel laboratorio. Portera afferma inoltre di aver collegato soltanto oggi quell’accesso al caso Garlasco, dopo la diffusione dei dettagli contenuti nei raw data.
Il vero nodo resta quello delle analisi negative
La dichiarazione di Portera si inserisce in una vicenda diventata sempre più delicata dopo il recupero dei dati grezzi delle analisi effettuate dal Ris. Nel 2007 la relazione firmata dall’allora colonnello Luciano Garofano e dal capitano Alberto Marino riportava sui pedali un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi.
L’esame dei raw data ha però portato alla luce anche due risultati nei quali non compare alcun profilo genetico utile alla comparazione. I consulenti della Procura di Pavia, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno rilevato nei tracciati un profilo parziale e due profili completi compatibili con quello della vittima, ma hanno anche constatato che i successivi tentativi sui campioni prelevati dai pedali diedero esito negativo.
Proprio questi ultimi risultati sono diventati uno dei punti più controversi della nuova inchiesta. Secondo la difesa di Stasi e la lettura degli inquirenti pavesi, si trattò di controanalisi successive al risultato positivo che avrebbero imposto ulteriori verifiche. Quei risultati, però, non finirono nel fascicolo utilizzato nell’indagine originaria.
La battaglia sulle date dei file
Esiste anche un ulteriore fronte tecnico che potrebbe diventare decisivo per comprendere la sequenza degli esami. I file delle analisi negative riportano come “run date” il 10 settembre 2007 e come “date modified” il 20 settembre.
Su queste date si confrontano due interpretazioni opposte. I consulenti della famiglia Poggi sostengono che le analisi risalgano effettivamente al 10 settembre e che il 20 settembre sia avvenuta soltanto una modifica informatica dei file. Seguendo questa ricostruzione, i risultati negativi sarebbero quindi precedenti al profilo attribuito a Chiara ottenuto il 19 settembre.
La difesa di Alberto Stasi e gli inquirenti pavesi leggono invece diversamente quella sequenza e considerano quei risultati negativi successivi. Stabilire esattamente quando vennero effettuate le diverse corse elettroforetiche diventa quindi essenziale per ricostruire ciò che accadde nel laboratorio del Ris.
Adesso bisogna capire chi fece cosa nel laboratorio
La posizione espressa da Portera non dimostra di per sé alcuna manipolazione né chiarisce perché i risultati negativi non entrarono nel fascicolo. Aggiunge però un’altra domanda a quelle che la Procura sta cercando di sciogliere: chi utilizzò materialmente quella utenza e chi ebbe la responsabilità di valutare i risultati ottenuti?
Luciano Garofano ha già respinto con forza qualsiasi ipotesi di manipolazione, depistaggio o volontario accantonamento degli atti, dichiarando di avere una «certezza granitica» sull’onestà dei suoi collaboratori. Adesso, però, gli inquirenti stanno cercando di ricostruire non soltanto i risultati scientifici, ma anche la sequenza materiale delle operazioni e le responsabilità di chi lavorò sui campioni.
Perché quasi diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la domanda non riguarda più soltanto che cosa dicessero davvero quelle analisi. Riguarda anche chi le eseguì, chi le interpretò, chi ne conobbe gli esiti e perché due risultati negativi siano rimasti fuori dal fascicolo.
E adesso uno degli utenti che compare nei dati del laboratorio mette agli atti un particolare tutt’altro che secondario: quella era la sua user, ma potrebbe non essere stato lui a utilizzarla.







