Il caso Garlasco continua a riscrivere la propria storia. Mentre la Procura di Pavia prosegue gli accertamenti nei confronti di Andrea Sempio e la nuova inchiesta cerca di fare luce sull’omicidio di Chiara Poggi, arriva il racconto di uno dei protagonisti della svolta investigativa. Si tratta del genetista forense Ugo Ricci, consulente della difesa di Alberto Stasi, che in un’intervista rilasciata a La Nazione ha ricostruito il percorso scientifico che ha portato alla riapertura del fascicolo.
Secondo Ricci, tutto nasce da un elemento rimasto per anni ai margini del procedimento: il Dna maschile rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi durante la perizia disposta nel processo d’Appello bis del 2014. Un dato che, ricorda il genetista, già allora escludeva Alberto Stasi ma che non venne ritenuto sufficiente né per identificarne il proprietario né per modificare il quadro accusatorio.
«Quel Dna escludeva già Alberto Stasi»
«Alberto Stasi nel 2015 viene condannato in via definitiva, ma in quelle motivazioni il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi rimane un fantasma», racconta Ricci. Il riferimento è agli aplotipi parziali del cromosoma Y individuati dalla perizia del professor Francesco De Stefano, definiti allora “non consolidati” e giudicati non idonei a un’identificazione certa. Eppure, osserva il consulente, un dato era già emerso con chiarezza: «Quel Dna escludeva Alberto Stasi».
Da quel momento la difesa dell’ex studente della Bocconi avvia proprie indagini difensive. Nel mirino finisce Andrea Sempio. Gli investigatori recuperano una tazzina di caffè dalla quale il giovane aveva bevuto ed estraggono il suo profilo genetico. Incrociando quel Dna con i dati grezzi della perizia del 2014 emerge, secondo Ricci, la svolta: il cromosoma Y corrisponde alla linea paterna di Sempio.
La tazzina, i nuovi algoritmi e la riapertura dell’inchiesta
La prima richiesta di riapertura del caso non produce effetti. Il consulente ricorda che il procuratore dell’epoca, Mario Venditti, convocò il professor De Stefano, che definì quella comparazione una semplice «suggestione». Successivamente, con l’insediamento del nuovo procuratore Fabio Napoleone, agli avvocati Antonio De Rensis e Giada Bocellari viene spiegato che per riaprire un procedimento definito dalla Cassazione servono fatti nuovi.
È a quel punto che entra direttamente in scena Ricci. «Prendo in mano le carte e applico ai dati grezzi del 2014 nuovi algoritmi biostatistici. I calcoli confermano che quella traccia parziale è leggibile e compatibile. L’incidente probatorio della genetista Albani valida il mio lavoro: sulle unghie di Chiara c’è una forte corrispondenza con la linea paterna di Sempio. È la scienza che ha riaperto l’inchiesta».
Per rafforzare ulteriormente la consulenza, Ricci spiega di aver inviato i profili genetici, completamente anonimizzati, al professor Lutz Roewer dell’Istituto di Medicina Legale della Charité di Berlino, considerato uno dei massimi esperti mondiali del cromosoma Y. L’esame, svolto “al buio”, avrebbe confermato le conclusioni già raggiunte dal genetista italiano.
«Il Dna ha riaperto il caso, ma oggi contano i 21 indizi»
Pur rivendicando il lavoro svolto, Ricci invita però alla prudenza. Il cromosoma Y, spiega, identifica una linea di discendenza paterna e, se isolato, non basta per attribuire con certezza una responsabilità penale. «La natura della traccia è quella di un aplotipo del cromosoma Y parziale e misto: da solo non basta per condannare», chiarisce nell’intervista.
Per questo il genetista ritiene che il vero punto della nuova inchiesta non sia soltanto il dato biologico. «Il Dna è servito a scardinare una verità giudiziaria che sembrava immodificabile. Ma oggi la vera chiave è nel complesso delle indagini. Con la nuova discovery non c’è solo una traccia di laboratorio: ci sono 21 indizi che si incastrano».
Nell’ultima parte dell’intervista, Ricci rivendica il proprio approccio scientifico: «Ho sempre cercato una sola cosa: la verità. Non ho mai forzato un’evidenza biologica per compiacere il teorema di un pm o per blindare un arresto. Non esiste una verità dell’accusa e una verità della difesa. Esiste la verità». Una dichiarazione che riassume la posizione del consulente e che arriva mentre il caso Garlasco continua a essere al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica, a quasi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi.







