Il campo largo guarda a sinistra, ma rischia di trovare sulla sua strada una concorrenza ancora più radicale. Alessandro Di Battista scalda i motori, Angelo d’Orsi lancia il suo movimento anti-sistema, Rifondazione comunista torna a dialogare con il centrosinistra e Giuseppe Conte osserva una porzione del suo vecchio mondo grillino muoversi fuori dal perimetro del Movimento 5 stelle. Il risultato è un rebus politico che può pesare sulle elezioni del 2027 molto più di quanto suggeriscano oggi i numeri dei singoli soggetti in campo.
Il punto non è soltanto quanti voti possa raccogliere Di Battista, né se il movimento di d’Orsi riuscirà davvero a presentarsi con una forza autonoma. Il punto è che entrambi intercettano un’area precisa: elettori delusi, astenuti, pacifisti radicali, ex grillini ostili alla stagione del governo Draghi, militanti che non si riconoscono nel nuovo corso del Movimento 5 stelle e cittadini che cercano una proposta di rottura più netta rispetto a quella offerta dal campo progressista.
In questa chiave, la definizione di “Vannacci rosso” coglie un dato politico: la capacità potenziale di parlare a una protesta trasversale, più emotiva che organizzata, ostile ai partiti tradizionali e pronta a premiare chi si presenta come voce fuori dal sistema. A destra questo ruolo lo ha assunto Roberto Vannacci. A sinistra, o in un’area che rifiuta le categorie tradizionali ma guarda soprattutto all’elettorato progressista e grillino, Di Battista prova a occupare quello spazio.
Il ritorno possibile di Di Battista
L’ex deputato del Movimento 5 stelle non ha mai perdonato ai Cinque stelle il sostegno al governo Draghi. Da quella frattura nasce buona parte della sua distanza dal partito guidato da Giuseppe Conte. Ora, però, il suo ritorno alla politica parlamentare non sembra più soltanto un’ipotesi da retroscena.
Di Battista lo ha lasciato intendere dialogando con Andrea Scanzi: «Ci stiamo pensando». Il veicolo potrebbe essere Schierarsi, l’associazione fondata nel 2023 e trasformata negli ultimi mesi in una piattaforma politica e culturale fuori dai Palazzi. Tra le iniziative più recenti c’è la raccolta firme per un referendum abrogativo del finanziamento pubblico ai giornali, campagna confermata anche dall’associazione e rilanciata pubblicamente dallo stesso Di Battista.
La raccolta, secondo quanto riportato, avrebbe superato le 220 mila firme dalla fine di aprile, anche se il traguardo delle 500 mila necessarie resta ancora lontano. Ma l’operazione ha anche un altro obiettivo: misurare la capacità organizzativa di Schierarsi, il radicamento dei comitati, la forza della rete militante e la disponibilità di un elettorato che non vuole più riconoscersi nei partiti esistenti.
Attorno a Di Battista si muove anche un pezzo della diaspora grillina. Tra gli iscritti o i sostenitori dell’associazione figurano ex M5s come Barbara Lezzi, già ministra nel primo governo Conte. E nelle ultime settimane è tornata a circolare anche l’attenzione su Virginia Raggi, che ha partecipato a iniziative di Di Battista e che viene descritta, al netto delle smentite, come sempre più distante dalla leadership contiana.
Il nodo Virginia Raggi e la ferita aperta nel Movimento 5 stelle
La possibile convergenza tra Di Battista e Raggi rappresenta uno dei passaggi più delicati per il Movimento 5 stelle. L’ex sindaca di Roma conserva un profilo riconoscibile nell’elettorato grillino delle origini e continua a parlare a una parte di militanti che non si sono mai pienamente identificati nella trasformazione del Movimento sotto la guida di Conte.
Una candidatura di Raggi nelle liste M5s nel 2027 appare complicata secondo quanto circola nel partito. Proprio per questo ogni suo movimento viene letto come un segnale politico. La sua presenza ai banchetti di Schierarsi per sostenere il referendum contro il finanziamento pubblico ai giornali, così come la partecipazione ad altre iniziative promosse da Di Battista, alimenta l’idea di un possibile asse tra figure rimaste simbolicamente legate al grillismo delle origini.
Per Conte il rischio è duplice. Da un lato perdere pezzi di rappresentanza interna. Dall’altro vedere eroso proprio quel voto di protesta che il Movimento 5 stelle considera indispensabile per pesare nel campo largo. Se una lista Di Battista dovesse intercettare anche soltanto una quota di astenuti ed ex elettori M5s, potrebbe ridurre il margine di manovra dei Cinque stelle e complicare gli equilibri dell’intera coalizione.
D’Orsi, Agorà e la sinistra anti-sistema
Di Battista non è l’unico a muoversi su questo terreno. Angelo d’Orsi, professore torinese e studioso di Gramsci, ha fondato il movimento Agorà, progetto che punta a costruire una presenza politica autonoma con un profilo fortemente anti-sistema. L’iniziativa ha ricevuto anche il sostegno di Diego Fusaro, che l’ha presentata come un nuovo progetto politico nato attorno alla figura di d’Orsi.
Le posizioni indicate finora sono molto radicali: uscita dalla Nato, uscita dall’Europa e giudizio durissimo sul Partito democratico, definito nell’articolo del Foglio come «il partito della guerra». Anche in questo caso il pubblico di riferimento non coincide con quello dei partiti tradizionali. È un elettorato che mescola pacifismo, critica dell’atlantismo, rifiuto delle élite, ostilità verso l’Unione europea e insofferenza per il centrosinistra di governo.
Il punto politico è che questo spazio, pur frammentato, non è irrilevante. La vittoria del No al referendum sulla giustizia ha mostrato che esistono reti, comitati e sensibilità capaci di mobilitare consenso fuori dagli apparati classici. Il campo largo prova a intercettarle, ma rischia di trovarsele contro se l’offerta politica ufficiale verrà percepita come troppo moderata, troppo istituzionale o troppo compromessa con le scelte degli ultimi anni.
Rifondazione e la tentazione della nuova Unione
Mentre Di Battista e d’Orsi guardano al voto antisistema, il centrosinistra prova ad allargare il perimetro. Rifondazione comunista, guidata da Maurizio Acerbo, ha iniziato a ragionare su un possibile accordo tecnico-elettorale per battere la destra. Il partito ha già compiuto un passo verso il campo progressista, con un documento votato dal Comitato politico nazionale ad aprile, anche se con una maggioranza risicata: 89 voti favorevoli e 80 contrari.
Acerbo rivendica una possibile utilità elettorale anche con percentuali limitate. Il messaggio è chiaro: Rifondazione può valere circa l’1 per cento, ma in un sistema competitivo anche quell’1 per cento può diventare decisivo. Non a caso il dialogo con il campo largo arriva mentre il centrosinistra cerca di non lasciare scoperti i propri fianchi a sinistra.
Il precedente che torna alla mente è quello dell’Unione prodiana: una coalizione larghissima, dai centristi ai rifondaroli, costruita per battere il centrodestra ma esposta a tensioni interne continue. Oggi la domanda è se il campo largo possa davvero tenere insieme Partito democratico, Movimento 5 stelle, Avs, centristi, renziani in alcune realtà locali e sinistra radicale senza trasformarsi in una somma fragile di sigle, veti e contraddizioni.
L’esempio di Molfetta, dove Rifondazione ha contribuito all’elezione del sindaco Manuel Minervini con il sostegno del centrosinistra, renziani compresi, mostra che accordi locali molto larghi possono nascere. Ma trasferire quel modello su scala nazionale è un’altra cosa.
Il problema politico del centrosinistra
Il campo largo si trova davanti a un bivio. Se si allarga troppo, rischia di apparire come un’ammucchiata indistinta, tenuta insieme soltanto dall’opposizione al governo Meloni. Se resta troppo stretto, lascia spazio a soggetti esterni capaci di intercettare pezzi di protesta, astensione e radicalità.
Di Battista punta proprio su questa contraddizione. Non deve necessariamente costruire un grande partito per pesare. Gli basta sottrarre voti in aree decisive, parlare agli elettori che non vogliono votare Conte, intercettare chi giudica il Pd troppo compromesso e chi non accetta il profilo istituzionale assunto dal Movimento 5 stelle. D’Orsi può fare lo stesso su un versante ancora più ideologico e radicale. Rifondazione, invece, prova a monetizzare il proprio piccolo peso dentro la coalizione.
Il risultato è che il centrosinistra rischia di entrare nel 2027 con due problemi opposti: tenere dentro il maggior numero possibile di alleati e, nello stesso tempo, evitare che la coalizione perda identità. È il dilemma di sempre della sinistra italiana, ma oggi si ripresenta in un quadro ancora più fluido, con un astensionismo alto e un voto di protesta che non appartiene più stabilmente a nessuno.
Per questo il ritorno possibile di Di Battista non va letto come una semplice nostalgia grillina. È il sintomo di uno spazio politico ancora aperto. Uno spazio dove convivono rabbia, pacifismo, antiatlantismo, critica dei media, rifiuto dei partiti e bisogno di rappresentanza. Se quel voto troverà una casa autonoma, il campo largo dovrà rifare i conti. E forse scoprire che il problema non è soltanto battere la destra, ma capire quale sinistra, quale Movimento 5 stelle e quale opposizione vuole presentarsi agli elettori.







