Garlasco, Sempio accusa: «Stanno facendo un puzzle, arrivano a me prendendo pezzi qua e là». Il Dna, l’impronta 33 e i video di Chiara

Garlasco – Ipa

«Si arriva al mio profilo prendendo pezzi qua e là, ripescando quello che serve». Andrea Sempio usa l’immagine di un puzzle costruito selezionando frammenti di analisi diverse per contestare uno degli elementi più importanti della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco: il Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi. Il trentottenne, accusato dalla Procura di Pavia dell’omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi, respinge la ricostruzione degli investigatori e sostiene che l’attribuzione del materiale genetico alla sua linea familiare poggi su dati incerti.

Non è una contestazione marginale. Le tracce biologiche recuperate dalle unghie della vittima costituiscono uno dei punti sui quali si concentra il confronto tra gli esperti della Procura e i consulenti della difesa. Dopo la chiusura delle indagini, gli avvocati di Sempio hanno depositato cinque consulenze tecniche per mettere in discussione gli elementi accusatori, mentre si attende di conoscere se i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio.

Sempio, che continua a dichiararsi estraneo all’assassinio del 13 agosto 2007, concentra la propria difesa su tre questioni: l’attendibilità delle analisi genetiche, il significato dell’impronta 33 individuata nella villetta di via Pascoli e l’ipotesi che abbia avuto accesso a video intimi della vittima.

«Prendono pezzi da tre esami diversi»: l’attacco alle analisi del Dna

Il punto di partenza è il materiale genetico rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi, dal quale sono stati ricavati elementi ritenuti riconducibili alla linea maschile della famiglia Sempio.

L’indagato contesta il procedimento seguito per arrivare a questa attribuzione.

«I dati di partenza con cui è stata fatta questa verifica non sono dati sicuri», sostiene. Poi precisa: «Si arriva al mio profilo prendendo pezzi qua e là, ripescando quello che serve».

Nella ricostruzione più articolata fornita dal trentottenne, il problema riguarda l’utilizzo dei risultati di tre esami differenti. Secondo Sempio, sarebbero stati selezionati elementi che non si ripetono in maniera coerente nelle diverse analisi, fino a comporre un risultato compatibile con il suo profilo.

«Si arriva al mio profilo prendendo pezzi qua e là dai tre esami fatti, quindi pescando quello che serve qua e là con dati che nemmeno si ripetono».

La contestazione riguarda dunque la possibilità di costruire un’attribuzione genetica affidabile partendo da informazioni parziali e non sempre riproducibili.

Sempio richiama inoltre le valutazioni tecniche sull’origine dei dati utilizzati, sostenendo che alcuni risultati potrebbero essere dovuti ad artefatti delle analisi.

È su questo terreno che si concentrerà una parte decisiva del confronto scientifico: stabilire se il materiale disponibile consenta effettivamente di sostenere l’attribuzione genetica prospettata dall’accusa oppure se le criticità segnalate dalla difesa ne riducano il valore probatorio.

Le parole di Sempio rappresentano la sua contestazione degli accertamenti, non una conclusione condivisa dagli esperti coinvolti nel procedimento.

L’impronta 33: «Fa scena dire che era vicino al cadavere»

Il secondo elemento affrontato dall’indagato riguarda l’impronta 33, individuata su una parete della villetta dove Chiara Poggi venne uccisa.

Sempio contesta soprattutto il modo in cui viene descritta la posizione della traccia.

«Fa scena dire che c’era un’impronta vicino al cadavere, ma era un’impronta in un punto del muro dove c’erano altre impronte. Era un punto di passaggio».

Secondo il trentottenne, quella parte della parete si trovava in una posizione nella quale sarebbe stato naturale appoggiare una mano, anche per la conformazione del muro.

«Semplicemente era nel punto dove il muro curvava, quindi era comodo appoggiarsi lì».

L’indagato insiste anche sulla questione della possibile presenza di sangue, distinguendo tra un dato accertato e una circostanza che, a suo dire, gli investigatori non sarebbero riusciti a escludere.

«Era insanguinata? No, la Procura dice di non poter escludere che ci fosse il sangue».

La difesa cerca così di ridimensionare il significato della traccia, contestando che la sua posizione e le sue caratteristiche permettano di collegarla con certezza alla dinamica dell’omicidio.

I video intimi di Chiara Poggi: «Non li ho mai visti»

Un altro punto controverso riguarda alcuni video privati presenti nei dispositivi informatici di Chiara Poggi e Alberto Stasi.

Sempio nega categoricamente di averli visionati e sostiene di averne appreso l’esistenza soltanto quando la questione è emersa pubblicamente.

«Io i video non li ho mai visti. Ho scoperto dei video quando ne ha parlato la Procura».

A sostegno della propria posizione richiama anche gli accertamenti informatici, sostenendo che non siano emerse tracce di accessi, spostamenti o copie riconducibili alla visione dei filmati.

«Il consulente conferma che non sono mai stati visti, né spostati o copiati».

La questione assume rilievo perché nell’ambito della nuova inchiesta è stata prospettata anche un’ipotesi di movente sessuale, legata a un possibile approccio rifiutato.

L’avvocata Angela Taccia ha già contestato la possibilità di utilizzare quei filmati per sostenere la ricostruzione accusatoria, richiamando le valutazioni del consulente informatico della Procura Paolo Dal Checco e sostenendo che non vi siano prove che Sempio abbia visto il materiale.

Le vecchie dichiarazioni sullo stupro e la polemica sui filmati personali

La posizione di Sempio è tornata al centro delle discussioni anche per alcuni video privati registrati quando era molto giovane, nei quali affrontava temi legati alla sessualità e alla violenza.

In uno dei passaggi più controversi descriveva lo stupro come una strategia riproduttiva presente in natura.

L’indagato sostiene che le sue parole siano state estrapolate da una conversazione più ampia e che il significato originario sia stato alterato.

La difesa, attraverso Angela Taccia, ha contestato l’utilizzo di quei filmati per formulare valutazioni sulla personalità dell’assistito e per suggerire collegamenti con il delitto.

Il punto centrale, secondo la legale, è che le dichiarazioni personali di Sempio non dimostrano di per sé né un movente né una responsabilità nell’omicidio.

«Rischio l’ergastolo, potrei finire la mia vita in carcere»

Sempio affronta infine il peso dell’indagine sulla propria vita e la prospettiva di un processo per omicidio.

La scelta di non rispondere agli interrogatori della Procura, almeno in questa fase, viene distinta dalle dichiarazioni con le quali cerca di spiegare pubblicamente la propria posizione.

«Sono due piani diversi», afferma, sottolineando che il confronto giudiziario segue regole e strategie differenti.

Ma è soprattutto la possibilità di una condanna a preoccuparlo.

«Parliamo di un omicidio, di un ergastolo. Domani vado in carcere e se va bene esco tra 30 anni, con i miei genitori ormai morti. Finisce tutto, finisci la tua vita in carcere».

Il trentottenne descrive l’attenzione pubblica come una delle principali fonti delle conseguenze negative subite negli ultimi mesi, mentre continua a sostenere di non avere alcuna responsabilità nella morte di Chiara Poggi.

La prossima fase dell’inchiesta dovrà affrontare proprio le questioni sulle quali insiste la difesa: l’affidabilità dei dati genetici, il valore dell’impronta 33 e la possibilità di collegare gli altri elementi raccolti a una ricostruzione coerente del delitto.

Per Sempio, invece, il problema è già racchiuso nell’immagine che ha scelto per contestare gli accertamenti: un puzzle costruito prendendo frammenti da analisi diverse, fino a far comparire il suo nome.