Meloni, l’affondo della docente della Johns Hopkins: «Quattro anni al potere senza mantenere le promesse». Il bilancio impietoso del governo

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni ha battuto il record di permanenza a Palazzo Chigi, ma il segreto della sua longevità politica sarebbe molto meno glorioso di quanto racconta la propaganda del governo: aver rinunciato a gran parte delle promesse con cui aveva conquistato gli elettori. È questa la tesi al centro di un’analisi pubblicata su American Purpose, il magazine fondato dallo storico e politologo Francis Fukuyama, firmata da Giovanna Maria Dora Dore, professoressa associata alla Johns Hopkins University, con precedenti esperienze professionali alla Banca Mondiale e all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Il giudizio della studiosa è severo: la presidente del Consiglio avrebbe costruito la propria stabilità più sulla capacità di evitare crisi che sulla realizzazione del programma elettorale. Una strategia favorita dalle divisioni dell’opposizione, dalla debolezza degli alleati di governo e soprattutto dall’abbandono delle battaglie più radicali che avevano caratterizzato la sua ascesa politica. Il risultato, secondo Dore, è un esecutivo capace di durare, ma assai meno efficace nel trasformare il Paese.

Il record di Meloni e il paradosso di un governo nato per cambiare tutto

Il 4 settembre 2026, al suo 1.413° giorno a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha raggiunto il primato di presidente del Consiglio con il mandato ininterrotto più lungo nell’Italia repubblicana. Un traguardo significativo in un Paese abituato a governi dalla durata spesso limitata e a maggioranze parlamentari soggette a frequenti cambiamenti.

Eppure, osserva Giovanna Maria Dora Dore, il risultato appare ancora più sorprendente considerando le premesse politiche dell’ottobre 2022, quando Meloni arrivò al governo alla guida di una coalizione che prometteva di modificare profondamente il rapporto dell’Italia con l’Unione europea e di imprimere una svolta alla politica nazionale.

Le posizioni sostenute negli anni precedenti, soprattutto in materia di integrazione europea, sovranità monetaria e vincoli di bilancio, lasciavano immaginare un esecutivo destinato a scontrarsi con Bruxelles e con una parte delle istituzioni internazionali. Secondo la docente, quelle premesse avrebbero potuto rendere fragile la maggioranza e compromettere rapidamente la stabilità del governo.

È accaduto invece il contrario. Meloni ha consolidato la propria posizione, ha superato le tensioni interne alla coalizione e ha trasformato la durata del suo mandato in uno dei principali argomenti della propria narrazione politica. Ma, sostiene Dore, proprio questa continuità avrebbe avuto un prezzo elevato in termini di coerenza programmatica.

«Meloni non ha trasformato né l’Europa né l’Italia. È semplicemente rimasta al suo posto»

Uno dei passaggi più incisivi dell’analisi riguarda la distanza tra le aspettative suscitate dall’arrivo di Meloni al potere e i risultati ottenuti nei quattro anni successivi.

Quando la presidente del Consiglio votò contro la riconferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, nel 2024, tornarono gli interrogativi sulla sua reale collocazione politica. La leader pragmatica che aveva costruito rapporti istituzionali con Bruxelles avrebbe ceduto il passo alla rappresentante di una destra radicale decisa a ridimensionare l’Unione?

La risposta proposta dalla studiosa è diversa da entrambe le ipotesi: «Meloni non ha trasformato né l’Europa né l’Italia. È semplicemente rimasta al suo posto».

In questa lettura, la presidente del Consiglio non avrebbe portato a compimento la rivoluzione politica promessa agli elettori, ma neppure avrebbe intrapreso un percorso di riforme capace di incidere profondamente sui problemi strutturali italiani. Avrebbe invece privilegiato la continuità della propria esperienza di governo, adattando le posizioni politiche alle condizioni necessarie per conservarla.

La prima fortuna di Meloni: un’opposizione divisa e senza alternativa

Per spiegare la stabilità del governo, Dore parte dalle elezioni politiche del 2022 e dalla frammentazione dello schieramento avversario.

Il centrosinistra si presentò diviso in tre blocchi: l’alleanza tra Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa; il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda; e il Movimento 5 Stelle, che scelse di correre autonomamente.

Fratelli d’Italia ottenne circa il 26% dei voti, mentre la coalizione di centrodestra raggiunse poco meno del 44%. La divisione degli avversari permise però alla destra di sfruttare pienamente il sistema elettorale e conquistare una maggioranza parlamentare particolarmente solida.

Secondo la docente, questo vantaggio iniziale è rimasto determinante per l’intera legislatura. In un sistema parlamentare, infatti, un governo può essere sostituito soltanto se esiste una maggioranza alternativa in grado di ottenere la fiducia delle Camere.

E negli ultimi quattro anni, osserva Dore, questa alternativa non si è concretizzata.

I partiti di opposizione non sarebbero riusciti a costruire un progetto nazionale comune, nonostante alcuni successi nelle competizioni locali. Le divisioni politiche e le difficoltà nel definire una proposta condivisa avrebbero così contribuito indirettamente alla permanenza di Meloni a Palazzo Chigi.

Salvini e Tajani, gli alleati che non possono permettersi di far cadere il governo

L’altro elemento decisivo è rappresentato dagli equilibri interni al centrodestra.

Meloni, secondo l’analisi, avrebbe dimostrato notevole abilità nella gestione dei rapporti con i due vicepresidenti del Consiglio, Matteo Salvini e Antonio Tajani, concedendo loro risultati politici circoscritti e intervenendo come mediatrice nei momenti di maggiore tensione.

La presidente del Consiglio avrebbe beneficiato anche delle difficoltà attraversate dai partiti dei suoi alleati. Né la Lega né Forza Italia, nella ricostruzione di Dore, avrebbero avuto convenienza ad aprire una crisi capace di mettere a rischio l’intera maggioranza.

La forza parlamentare di Fratelli d’Italia e l’assenza di una soluzione alternativa avrebbero dunque consentito a Meloni di mantenere il controllo della coalizione senza dover affrontare una vera minaccia alla propria leadership.

Una condizione particolarmente favorevole per qualsiasi presidente del Consiglio italiano, ma che non equivale necessariamente alla capacità di realizzare un programma di governo ambizioso.

Dall’antieuropeismo ai vincoli di Bruxelles: tutte le battaglie abbandonate

La critica più sostanziale riguarda il cambiamento delle posizioni di Giorgia Meloni sull’Europa e sulla politica economica.

La docente ricorda come la leader di Fratelli d’Italia avesse sostenuto in passato posizioni fortemente critiche verso l’euro e verso l’Unione europea, arrivando a considerare vantaggiosa per l’Italia l’uscita dalla moneta unica.

Una volta arrivata a Palazzo Chigi, però, quella prospettiva sarebbe stata rapidamente accantonata. Le dichiarazioni polemiche contro Bruxelles hanno lasciato spazio alla ricerca di un rapporto istituzionale con Ursula von der Leyen e con le principali autorità europee.

Lo stesso cambiamento si sarebbe verificato sul terreno della disciplina fiscale.

L’opposizione ai vincoli di bilancio e alle politiche di austerità, che aveva rappresentato uno degli elementi più riconoscibili della comunicazione politica di Meloni, è stata progressivamente sostituita dall’adesione alle regole europee sui conti pubblici.

Per Dore si tratta di una trasformazione decisiva: principi contestati per anni sarebbero diventati uno dei pilastri della politica economica del governo.

Il cambiamento ha contribuito a migliorare la credibilità fiscale italiana, ma ha anche segnato una distanza evidente rispetto alle promesse e alle posizioni sostenute prima della conquista di Palazzo Chigi.

Il deficit scende, ma il debito resta altissimo

Sul fronte dei conti pubblici, l’analisi riconosce alcuni risultati al governo.

Il contenimento della spesa avrebbe contribuito a riportare il deficit intorno al 3,1% del Pil, migliorando la percezione della solidità finanziaria italiana.

Resta tuttavia il problema del debito pubblico, che secondo le previsioni richiamate dalla studiosa dovrebbe collocarsi tra il 138,5% e il 138,9% del Pil alla fine del 2026, uno dei livelli più elevati nell’Unione europea.

Il quadro restituisce quindi un risultato contrastante: maggiore disciplina nei conti, ma un indebitamento ancora molto pesante e margini limitati per sostenere nuovi investimenti.

La questione centrale, secondo Dore, è che il rispetto dei vincoli europei non sarebbe stato accompagnato da una strategia sufficientemente incisiva per rilanciare la capacità produttiva e la crescita di lungo periodo del Paese.

Produzione industriale in calo e crescita debole: il bilancio economico

È soprattutto sull’economia reale che la docente formula il giudizio più duro.

Richiamando i dati dell’Istat, Dore sottolinea la diminuzione della produzione industriale nel periodo compreso tra il 2023 e il 2026. A questo si aggiungono le previsioni dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale, che indicano per l’Italia una crescita dello 0,9% nel 2026, tra le più deboli dell’Unione europea.

Numeri che, nella lettura della studiosa, mostrano la difficoltà del governo a tradurre la stabilità politica in un miglioramento strutturale dell’economia.

Particolarmente significativo è il riferimento al Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’Italia ha beneficiato della quota più consistente dei finanziamenti europei destinati alla ripresa, ma secondo l’analisi il governo non sarebbe riuscito a sfruttare pienamente questa occasione per costruire prospettive di crescita durature.

Le critiche dell’opposizione, richiamate nel saggio, riguardano proprio la scelta di privilegiare interventi limitati rispetto a riforme più profonde, capaci di affrontare le debolezze storiche dell’economia italiana.

Il punto non è dunque soltanto quanto sia durato il governo, ma quali trasformazioni sia riuscito a realizzare durante un periodo di stabilità parlamentare così lungo.

Tito Boeri: «Questo governo ha cercato soprattutto di sopravvivere facendo il meno possibile»

Per sintetizzare la propria interpretazione, Giovanna Maria Dora Dore richiama un giudizio dell’economista Tito Boeri, particolarmente netto nel descrivere l’impostazione dell’esecutivo.

«Questo governo ha cercato soprattutto di sopravvivere facendo il meno possibile».

È una frase che riassume la tesi centrale del saggio: la stabilità non sarebbe stata il risultato di una grande capacità riformatrice, ma di una gestione prudente del potere, orientata a ridurre i rischi politici e a evitare decisioni potenzialmente destabilizzanti.

Nell’interpretazione proposta, la rinuncia alle battaglie più controverse avrebbe permesso a Meloni di evitare conflitti con le istituzioni europee, mantenere la fiducia degli interlocutori internazionali e contenere le divergenze nella coalizione.

Il rovescio della medaglia sarebbe però un programma di governo progressivamente ridimensionato, soprattutto nelle sue componenti più ambiziose.

Da Putin e Assad all’intesa con Washington

Un altro elemento evidenziato dalla docente riguarda l’evoluzione della politica estera.

Dore richiama le precedenti posizioni di Meloni nei confronti della Russia di Vladimir Putin e della Siria di Bashar al-Assad, confrontandole con la linea assunta successivamente dal governo italiano.

Una volta diventata presidente del Consiglio, Meloni ha infatti consolidato la collaborazione con gli Stati Uniti e mantenuto rapporti istituzionali con Washington anche durante la presidenza di Joe Biden.

Per la studiosa, questo cambiamento rappresenta un ulteriore esempio del pragmatismo adottato dalla leader di Fratelli d’Italia dopo l’arrivo al potere.

La politica estera, insieme alla gestione dei rapporti con Bruxelles, sarebbe diventata uno degli ambiti nei quali la presidente del Consiglio ha maggiormente ridimensionato le posizioni precedenti, privilegiando la continuità delle alleanze internazionali.

«Dio, patria e famiglia»: cosa resta del programma originario

Se gran parte delle promesse più radicali è stata accantonata, che cosa rimane dell’identità politica con cui Meloni aveva conquistato il consenso?

Secondo Giovanna Maria Dora Dore, il programma sintetizzato nello slogan «Dio, patria e famiglia» sopravvive soprattutto in alcuni ambiti della produzione legislativa e nella comunicazione politica della presidente del Consiglio.

La studiosa cita in particolare i decreti sicurezza, nei quali riconosce la persistenza di una parte dell’impostazione ideologica della destra italiana.

Ma richiama anche le dichiarazioni pubbliche della premier, nelle quali individua la tendenza a continuare a presentarsi come leader del proprio schieramento piuttosto che come presidente del Consiglio chiamata a rappresentare l’intero Paese.

A questo si aggiungono le continue mediazioni con gli alleati, necessarie per impedire che i contrasti interni alla coalizione si trasformino in una crisi politica.

È qui che, secondo la docente, emerge la contraddizione più evidente: un governo che ha rinunciato a molte delle proprie battaglie originarie, ma continua a utilizzare i simboli e il linguaggio della propria identità politica per mantenere il rapporto con l’elettorato.

Il giudizio della Johns Hopkins: «La longevità è stata ottenuta rinunciando alle ragioni per cui era stata eletta»

La conclusione del saggio è particolarmente severa.

«Quattro anni fa ci si chiedeva se ci si potesse fidare di Meloni in patria quanto sembrava ci si fidasse di lei all’estero. Il bilancio del suo governo suggerisce una risposta negativa».

La studiosa prosegue sostenendo che «la longevità del suo governo è stata ottenuta rinunciando alla maggior parte delle ragioni per cui era stata eletta».

È un giudizio che mette direttamente in discussione il significato politico del record raggiunto dalla presidente del Consiglio.

Per Dore, Meloni avrebbe dimostrato di saper governare gli equilibri parlamentari, contenere gli alleati e adattarsi alle aspettative degli interlocutori internazionali. Ma questa abilità non si sarebbe tradotta in un programma di trasformazione del Paese all’altezza delle promesse elettorali.

La durata dell’esecutivo, dunque, non sarebbe di per sé una prova della sua efficacia.

Il secondo mandato e la domanda che resta aperta

Nel luglio 2025, Giorgia Meloni aveva descritto le difficoltà quotidiane del proprio incarico con una frase significativa: «Ogni giorno per me è un lancio con il paracadute».

La presidente del Consiglio ha già annunciato di essere pronta a ricandidarsi, aprendo la prospettiva di una nuova legislatura alla guida del Paese.

Ma è proprio su questo scenario che si concentra l’interrogativo finale della docente della Johns Hopkins University: se Meloni dovesse ottenere un secondo mandato, utilizzerebbe la stabilità accumulata per realizzare finalmente riforme più incisive oppure continuerebbe a privilegiare la conservazione degli equilibri politici?

Il saggio non nega l’abilità della presidente del Consiglio nel mantenere unita la maggioranza, né i risultati ottenuti sul terreno della credibilità finanziaria. Contesta però che questi elementi siano sufficienti per considerare riuscita un’esperienza di governo.

La domanda posta da Giovanna Maria Dora Dore è quindi destinata a pesare sul bilancio politico di Meloni: dopo quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi, il vero successo è aver governato così a lungo oppure aver cambiato davvero qualcosa?