Garlasco, Stasi rompe il silenzio dopo 19 anni: il muretto rotto, il posacenere con la cenere e l’impronta 33 riaprono le domande sul delitto

Il caso Garlasco torna a muoversi attorno alle domande rimaste senza risposta. Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, ha parlato davanti al procuratore capo di Pavia, Fabio Napoleone, in un interrogatorio del 20 maggio 2025 reso pubblico da Quarta Repubblica. Non ci sono confessioni, non ci sono colpi di scena costruiti per la televisione, ma ci sono dettagli concreti che l’ex fidanzato di Chiara dice di portarsi dietro da diciannove anni. Il muretto di cinta già danneggiato, il posacenere con la cenere dentro casa Poggi, le telefonate attribuite ad Andrea Sempio, i video intimi di cui lui sostiene di non sapere nulla e soprattutto l’impronta 33, oggi indicata dagli inquirenti come uno degli elementi centrali della nuova pista investigativa.

Il muretto rotto e l’ipotesi di un ingresso diverso

Stasi ricorda il 13 agosto 2007 con una precisione che oggi torna al centro della ricostruzione. Quando arrivò nella villetta di via Pascoli e trovò il corpo di Chiara Poggi, racconta di aver scavalcato il muretto di cinta. Ma quel muretto, secondo lui, era già danneggiato prima del suo passaggio. «Era rotto, ma non l’ho rotto io. E nemmeno lo ha fatto qualche carabiniere», ha dichiarato al magistrato. Poi ha aggiunto la frase che riapre uno dei punti più delicati della scena del crimine: «Qualcuno potrebbe aver scavalcato. È una cosa che mi ha sempre lasciato una domanda, un’anomalia». Il dettaglio non basta da solo a riscrivere il caso Garlasco, ma costringe a guardare di nuovo alla possibilità di un ingresso o di un passaggio diverso rispetto alla ricostruzione cristallizzata nel processo. In un’indagine in cui ogni traccia, ogni spostamento e ogni compatibilità temporale hanno avuto un peso enorme, anche un elemento apparentemente laterale può diventare decisivo se collegato agli altri tasselli oggi rimessi in discussione.

Il posacenere con la cenere nella casa di Chiara

Nel racconto di Stasi c’è poi il posacenere trovato nella casa di Chiara Poggi. Un oggetto banale solo in apparenza, perché per lui resta incompatibile con le abitudini delle persone che frequentavano l’abitazione. Stasi ha ribadito che lui non fumava, Chiara non fumava e i genitori della ragazza erano assenti da giorni. Eppure in casa c’era un posacenere con della cenere. «C’è qualcosa che non torna. Ma non so darmi una risposta», ha detto davanti al procuratore Napoleone. La domanda è evidente: quella cenere apparteneva a qualcuno entrato in casa? Era il segno di una presenza precedente? Oppure si tratta di un dettaglio privo di reale significato investigativo? Stasi non offre una soluzione e non può farlo. Ma proprio questa assenza di risposta rende il particolare ancora più interessante, perché il nuovo filone investigativo sul delitto di Garlasco nasce anche dalla necessità di rimettere ordine tra anomalie archiviate troppo in fretta, sottovalutate o mai pienamente spiegate.

L’impronta 33 e la frase di Stasi su Sempio

Il passaggio più forte dell’interrogatorio riguarda l’impronta 33, la traccia che la Procura attribuisce ad Andrea Sempio attraverso quindici punti di corrispondenza. Quando il procuratore Napoleone introduce il tema, Stasi reagisce con poche parole, ma pesantissime: «Se lo avessimo avuto prima… è una cosa personale». È una frase che dice molto senza trasformarsi in un proclama. Da una parte c’è un uomo condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata. Dall’altra c’è una nuova inchiesta che, almeno sul piano investigativo, sta rimettendo al centro elementi non valutati nello stesso modo durante il percorso processuale. L’impronta 33 non è solo una traccia tecnica: è diventata il simbolo della nuova domanda che attraversa il caso Garlasco. Se quella presenza fosse davvero riconducibile a Sempio e se il suo significato fosse compatibile con la scena del delitto, allora l’intera lettura degli accessi, dei movimenti e delle presenze nella villetta di via Pascoli dovrebbe essere rivalutata con estrema attenzione.

Video intimi, telefonate e gli ultimi giorni prima del delitto

L’interrogatorio tocca anche il tema dei presunti video intimi tra Alberto Stasi e Chiara Poggi. Stasi ha dichiarato di non sapere che quei filmati fossero circolati o fossero comunque oggetto di discussione. Ha però ricordato che Marco Poggi, fratello della vittima, gli chiese direttamente se quei video esistessero, forse perché ne aveva sentito parlare. Anche questo passaggio non chiude nulla, ma aggiunge un altro elemento alla rete di rapporti, voci e tensioni che precedettero il 13 agosto 2007. Sulle telefonate che Andrea Sempio avrebbe effettuato verso casa Poggi nei giorni precedenti al 4 agosto, Stasi ha spiegato che Chiara non gliene parlò mai, ipotizzando che in quel periodo la ragazza avesse «ben altro per la testa». Poi il ricordo di Londra e dell’ultima serata insieme: nessun segnale di allarme, nessuna paura manifestata, nessun comportamento anomalo. Anche l’episodio dell’alzarsi da tavola viene ridimensionato: lui per andare in bagno, lei per lavarsi le mani. Dettagli minuti, certo, ma in un caso costruito per anni anche su gesti, orari e interpretazioni, nessun dettaglio resta davvero neutro.

Perché il caso Garlasco torna al centro

Il punto, oggi, non è cancellare con un interrogatorio una condanna definitiva. Il punto è capire se le nuove indagini sul caso Garlasco stiano portando alla luce elementi capaci di modificare il quadro complessivo. Stasi resta il condannato per l’omicidio di Chiara Poggi, ma l’inchiesta su Andrea Sempio ha riaperto domande che per anni sembravano destinate a rimanere sospese. Il muretto rotto, il posacenere con la cenere, l’impronta 33, le telefonate e i riferimenti ai video intimi non sono frammenti isolati se letti dentro una possibile nuova ricostruzione. Sono punti di pressione su una verità giudiziaria che oggi viene osservata di nuovo, con strumenti, sospetti e prospettive diverse.

A diciannove anni dal delitto di Chiara Poggi, Garlasco resta uno dei casi più complessi della cronaca giudiziaria italiana. Una sentenza definitiva ha scritto una verità processuale, ma la nuova indagine della Procura di Pavia continua a interrogare la scena del crimine e le presenze attorno alla vittima. Ed è proprio lì, tra il muretto rotto che Stasi dice di non aver danneggiato, il posacenere con la cenere che nessuno ha mai spiegato davvero e l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio, che il caso torna a mostrare la sua zona più inquieta: quella in cui le risposte non bastano ancora a chiudere le domande.