Garlasco, tra errori colossali, vuoti di memoria e verbali sovrapposti c’è troppo che non torna. E il pm si infuria

I protagonisti del giallo di Garlasco

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco continua a produrre domande più che risposte. Non solo sul delitto, ma anche su come vennero condotte le prime indagini. L’ultimo fronte riguarda Gennaro Cassese, nel 2007 comandante della stazione dei carabinieri di Vigevano, sentito il 27 giugno 2025 dal procuratore aggiunto Stefano Civardi. Davanti ai pm, Cassese ripete più volte la stessa formula: «Non lo ricordo». Ma il problema è che, dietro quei vuoti di memoria, restano atti, orari e verbali che non sembrano tornare.

Il dono dell’ubiquità

Il punto più delicato riguarda due audizioni svolte il 4 ottobre 2008 nella stessa caserma di Vigevano. Il verbale di Andrea Sempio, oggi unico indagato nel nuovo filone sul delitto di Garlasco, risulta aperto alle 10.30 e chiuso alle 14.40. Ma alle 11.25 dello stesso giorno, nello stesso luogo, comincia anche il verbale di Alessandro Biasibetti. Le due verbalizzazioni si sovrappongono quindi per oltre tre ore.

A quel punto Civardi incalza Cassese, che le ha sottoscritte entrambe: «È come se lei avesse il dono dell’ubiquità». Una frase che fotografa il nodo dell’audizione. Non si tratta di un dettaglio formale, ma di capire come siano stati costruiti atti investigativi destinati a pesare nella ricostruzione del caso.

Lo scontrino e l’ambulanza

Cassese prova a ipotizzare che il verbale di Sempio sia rimasto formalmente aperto mentre si attendeva lo scontrino del parcheggio, elemento legato all’alibi dell’allora testimone. Ma lo stesso carabiniere finisce per indebolire quella spiegazione: «Io non ho una visione come un ricordo del famoso bigliettino del parcheggio». Ancora una volta, dunque, il ricordo si ferma prima del punto decisivo.

Il copione si ripete anche su un altro episodio. Cassese dice di non ricordare se qualcuno si sia sentito male durante una verbalizzazione e se sia stata chiamata un’ambulanza. Quando gli viene fatto notare che la documentazione esiste, risponde: «Basta vedere sul registro». Non una spiegazione, ma un rinvio agli atti.

«Non ricordo» non basta

Civardi cambia tono e mette Cassese davanti al peso delle sue risposte: «Non so che esperienza lei abbia dei processi. Forse qualcuno le ha detto che basta dire “Non ricordo” e stiamo a posto. Non è così. Esistono le dichiarazioni false e le dichiarazioni reticenti».

Cassese prova a difendersi richiamando la propria esperienza: «Ho imparato qualcosa. Ho fatto dieci anni di Procura a Napoli». La replica del pm è secca: «Non sembra». Il carabiniere allora insiste: «Allora io devo ricordare cose che non ricordo. Io dopo 18 anni ricordo minuzie e particolari di alcune cose dell’omicidio di Chiara Poggi, queste qua non le ricordo».

Il verbale viene interrotto. Civardi chiude richiamando l’articolo 371 bis del Codice penale, che punisce non solo le dichiarazioni false, ma anche quelle reticenti.

I capelli nel lavandino

Nella stessa puntata di Quarta Repubblica è emerso anche un altro passaggio sulle prime indagini: la deposizione di un carabiniere del Ris sul mancato repertamento dei capelli trovati nel lavandino di casa Poggi. Quei capelli non furono analizzati. Un altro dettaglio che, a distanza di quasi vent’anni, alimenta dubbi e perplessità su ciò che venne fatto nelle ore e nei mesi successivi all’omicidio.

La condanna definitiva di Alberto Stasi resta il punto fermo della vicenda giudiziaria. Ma i verbali sovrapposti, i reperti non analizzati e i «non ricordo» di chi partecipò alle indagini continuano a riaprire la domanda più scomoda: la giustizia italiana ha davvero ricostruito tutto ciò che accadde a Garlasco il 13 agosto 2007?