Dieci anni dopo il rapimento, le torture e la morte di Giulio Regeni, la Procura di Roma chiede che la giustizia italiana pronunci una delle condanne più pesanti previste dall’ordinamento. Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, il procuratore capo Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco hanno chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni di reclusione per gli altri tre agenti dei servizi segreti egiziani imputati nel processo sulla morte del ricercatore friulano.
Sul banco degli imputati siedono Tarek Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e Usama Morsi, tutti appartenenti agli apparati di sicurezza del Cairo. Secondo l’accusa avrebbero avuto un ruolo determinante nel sequestro, nelle torture e nell’uccisione di Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 nella capitale egiziana e ritrovato morto nove giorni dopo lungo l’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria.
La pista della falsa spia che costò la vita a Giulio Regeni
La ricostruzione della Procura individua nel movente uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda. Per i magistrati romani, infatti, Giulio Regeni sarebbe finito nelle mani dei servizi segreti egiziani a causa di una valutazione completamente sbagliata.
«L’insieme del contesto politico, delle dinamiche interne agli apparati, della segnalazione iniziale, dello sviluppo del sospetto e della successiva interpretazione dei comportamenti della vittima conduce alla ricostruzione del movente come errata percezione di attività di intelligence ostile», hanno sostenuto i magistrati nella requisitoria.
In altre parole, gli apparati di sicurezza avrebbero scambiato il giovane ricercatore per una sorta di agente infiltrato o comunque per una persona impegnata in attività considerate ostili agli interessi dello Stato egiziano. Una convinzione che, secondo l’accusa, avrebbe innescato il sequestro e la lunga sequenza di torture subite dal ricercatore.
Torturato per ottenere informazioni che non possedeva
La Procura descrive un meccanismo brutale. Gli uomini dei servizi avrebbero cercato di ottenere da Regeni informazioni che lui non era materialmente in grado di fornire. «Il sequestro e le successive torture si collocano come strumenti utilizzati per ottenere informazioni che la vittima non era in grado di fornire», hanno affermato i magistrati.
Una ricostruzione che spiegherebbe anche la ferocia delle violenze documentate dall’autopsia eseguita sul corpo del giovane. Le torture durarono giorni e lasciarono segni devastanti. Proprio quella violenza sistematica rappresenta, secondo l’accusa, uno degli elementi che confermano la natura persecutoria dell’azione condotta dagli apparati egiziani. La Procura parla di una «responsabilità concorsuale a struttura progressiva», nella quale ciascuno degli imputati avrebbe svolto un ruolo specifico all’interno di una catena operativa culminata nella morte del ricercatore.
Lo Voi accusa il Cairo: «Nessuna collaborazione»
Nel corso della requisitoria, Francesco Lo Voi ha rivolto parole durissime alle autorità egiziane. «Non c’è stata alcuna collaborazione da parte dell’Egitto. Non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali», ha dichiarato il procuratore capo di Roma.
Una denuncia che accompagna l’intera storia giudiziaria del caso Regeni. Fin dall’inizio delle indagini, infatti, gli inquirenti italiani hanno lamentato ostacoli, omissioni e mancate risposte da parte delle autorità del Cairo. Per anni il procedimento è rimasto bloccato anche dall’impossibilità di notificare gli atti agli imputati e dalla difficoltà di ottenere collaborazione istituzionale.
Lo Voi ha però rivendicato il lavoro svolto dalla magistratura italiana. «Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto. È anche grazie all’intervento della Corte Costituzionale che si è superata la fase di stallo», ha affermato.
Dieci anni di battaglia per la verità
La richiesta di condanna rappresenta uno dei passaggi più significativi di una vicenda che ha segnato profondamente i rapporti tra Italia ed Egitto e che per anni ha mobilitato istituzioni, università, associazioni e cittadini.
La famiglia Regeni non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia per Giulio. I genitori Paola e Claudio, insieme alla sorella Irene, hanno trasformato il dolore privato in una battaglia pubblica che ha attraversato un decennio.
Adesso la parola passa alla Corte d’Assise di Roma. Dopo dieci anni di indagini, depistaggi, tensioni diplomatiche e ostacoli giudiziari, il processo entra nella fase decisiva. E per la Procura non esistono più dubbi: Giulio Regeni non fu vittima di un incidente, di un errore o di criminalità comune. Fu sequestrato, torturato e ucciso da uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani che lo avevano scambiato per ciò che non era.







