«L’ho picchiato e poi bruciato»: il killer confessa l’omicidio del giornalista Luca Esposito, dato alle fiamme ancora vivo a Eboli

Luca Esposito

«Sì, sono stato io. L’ho colpito e poi l’ho bruciato, ma non sapevo che fosse ancora vivo». Ridha Rahmouni, ventiseienne tunisino, ha confessato l’omicidio di Luigi “Luca” Esposito, il giornalista sportivo di 53 anni trovato carbonizzato una settimana fa nelle campagne di Eboli, in provincia di Salerno. Il giovane avrebbe aggredito la vittima con una raffica di pugni e calci, fratturandole diverse ossa e lasciandola priva di reazione, poi avrebbe raccolto materiale plastico, una coperta e alcune sterpaglie e avrebbe appiccato il fuoco. L’autopsia ha stabilito che Esposito respirava ancora quando le fiamme lo hanno avvolto.

I carabinieri di Salerno, affiancati dallo Squadrone Cacciatori di Puglia, hanno rintracciato Rahmouni durante la notte in un casolare abbandonato lungo la statale 18, al civico 103, a poca distanza dal luogo del delitto. Il ventiseienne aveva trasformato quella palazzina bianca, frequentata da sbandati e persone senza dimora, nel proprio rifugio. Quando i militari sono arrivati, ha tentato prima di fuggire e poi si è barricato all’interno dell’edificio. Alla fine ha rinunciato alla resistenza, si è consegnato e ha ammesso le proprie responsabilità.

Un’impronta sull’auto ha incastrato il sospettato

Gli investigatori hanno imboccato la pista decisiva grazie a un’impronta digitale recuperata sull’auto di Esposito. Rahmouni risultava già negli archivi perché il 13 agosto 2023 aveva lasciato le proprie impronte durante le procedure di identificazione nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa. Il giovane non aveva precedenti penali, ma viveva in Italia senza permesso di soggiorno e aveva ricevuto un provvedimento di rimpatrio che le autorità non avevano ancora eseguito.

Il procuratore di Salerno Raffaele Cantone ha descritto il fermato come un uomo appartenente al mondo degli «invisibili», persone delle quali si conosce l’esistenza ma non il luogo in cui vivono. «Era un fantasma», ha spiegato Cantone, sottolineando le difficoltà affrontate dagli investigatori per localizzarlo in un ambiente privo di riferimenti stabili. Le verifiche sui tabulati telefonici e sulle celle agganciate dai cellulari hanno però permesso ai carabinieri di restringere progressivamente l’area delle ricerche.

Nel casolare i militari hanno trovato il telefono cellulare del giornalista e una carta di credito prepagata intestata alla vittima. Tra materassi, vecchi vestiti, sacchi di rifiuti e avanzi di cibo, quegli oggetti hanno fornito un ulteriore riscontro al quadro accusatorio già costruito attraverso l’impronta digitale e i contatti telefonici tra i due uomini.

Esposito e Rahmouni si frequentavano da settimane

Le analisi dei tabulati hanno dimostrato che Esposito e Rahmouni si conoscevano dalla fine di giugno e si erano sentiti più volte. Sabato, giorno del delitto, i due avrebbero prima parlato al telefono e poi si sarebbero incontrati in contrada Cioffi, un’area nota anche per gli appuntamenti notturni. Durante l’incontro sarebbe scoppiata una violenta lite, al termine della quale il ventiseienne avrebbe aggredito il giornalista senza lasciargli il tempo di difendersi.

La Procura ha ricostruito una sequenza di estrema brutalità. Rahmouni avrebbe colpito Esposito ripetutamente fino a tramortirlo, poi avrebbe preparato il materiale necessario per incendiare il corpo. Il fuoco non avrebbe quindi rappresentato un gesto improvvisato, ma la fase finale di un’aggressione già devastante. Gli inquirenti non hanno ancora chiarito se il ventiseienne volesse cancellare le tracce del delitto, accertarsi della morte della vittima o compiere un ulteriore atto di violenza.

Gli investigatori mantengono il massimo riserbo sul movente. La vicenda riguarderebbe aspetti estremamente delicati della sfera privata dei due uomini e avrebbe maturato il proprio epilogo in un contesto personale ancora tutto da ricostruire. La Procura vuole chiarire la natura del loro rapporto, le ragioni della lite e gli eventuali elementi che possano avere scatenato l’aggressione.

La famiglia chiede di chiarire tutti i punti oscuri

La confessione e il fermo di Rahmouni rappresentano soltanto il primo passaggio dell’inchiesta. La famiglia di Esposito, attraverso l’avvocata Annalisa Califano, ha chiesto agli investigatori di proseguire il lavoro e di fare luce su ogni elemento ancora irrisolto. «Questo è solo il primo passo. Ora chiediamo con forza che le indagini vadano avanti per chiarire tutti i punti ancora oscuri di questa agghiacciante vicenda», ha dichiarato la legale.

Luigi Esposito, conosciuto da tutti come Luca, lavorava come giornalista sportivo e godeva della stima di molti colleghi. Parallelamente, però, aveva costruito attorno a sé alcuni aspetti di una vita inesistente. Si presentava come ispettore dell’Arpac e biologo, professioni che in realtà non esercitava, e raccontava di avere una moglie che non esisteva. Gli investigatori dovranno ora stabilire se queste false identità abbiano avuto un ruolo nei rapporti con Rahmouni o se costituiscano soltanto uno sfondo estraneo all’omicidio.

La cattura del ventiseienne chiude la caccia all’uomo, ma lascia aperte le domande più importanti. Gli inquirenti conoscono il nome di chi ha colpito Esposito e la dinamica essenziale del delitto. Resta ancora da capire perché un incontro tra due persone che si frequentavano da settimane abbia prodotto un’esplosione di violenza tanto feroce e perché Rahmouni abbia scelto di dare fuoco al giornalista mentre era ancora vivo.