Pamela Genini ha subito una violenza indicibile. Prima l’omicidio, con 76 coltellate inferte dall’ex fidanzato Gianluca Soncin nella casa in cui la giovane ha provato a salvarsi fino all’ultimo. Poi l’oltraggio alla salma, con la profanazione della tomba e la decapitazione del cadavere nel cimitero di Strozza, dove il corpo riposava in un colombaro provvisorio in attesa della sepoltura definitiva. Ora, mentre la giustizia lavora sui due fronti, arriva anche il terzo sfregio: quello alla memoria.
Il protagonista di questa nuova esposizione pubblica si chiama Francesco Dolci, imprenditore edile di Sant’Omobono Terme, indagato dalla Procura per la profanazione della tomba e per la decapitazione della salma. Lui si definisce ex fidanzato di Pamela, si presenta come l’unico uomo che l’avrebbe amata davvero e da mesi frequenta salotti televisivi, interviste e collegamenti con una presenza costante. Racconta, allude, ricostruisce, accusa. E soprattutto rivela dettagli della vita privata di una donna che non può più difendersi.
Pamela Genini e la memoria esposta in televisione
La domanda è semplice: che cosa c’entrano le presunte frequentazioni di Pamela Genini con la brutalità del suo omicidio? Che cosa aggiungono al processo per la sua morte? Che cosa chiariscono sulla profanazione della tomba? Poco o nulla. Eppure il racconto pubblico sembra scivolare sempre più spesso lì, sulla vita privata della vittima, sui soldi, sugli uomini, sulle ipotesi, sui sospetti, su tutto ciò che può trasformare una giovane donna ammazzata in un personaggio da vivisezionare davanti alle telecamere.
Dolci, insieme al suo legale Pierpaolo Cassarà, ha parlato pubblicamente di una somma in contanti che Pamela avrebbe avuto nella disponibilità: circa 700mila euro. Secondo la versione riferita dall’imprenditore e dal suo avvocato, quel denaro sarebbe legato a presunte attività da escort. Un’accusa pesantissima, buttata nel circuito mediatico mentre la vittima non ha più voce, non può spiegare, non può smentire, non può correggere il racconto di chi oggi parla al posto suo.
Dolci, le accuse e il racconto sui soldi
Dolci sostiene da tempo una tesi alternativa sulla profanazione della tomba. Racconta di un presunto giro di uomini di malaffare che avrebbero frequentato Pamela, lo starebbero ricattando e avrebbero nascosto la testa della giovane nella sua proprietà per far ricadere su di lui la colpa del gesto. Gli inquirenti, però, non avrebbero mai dato credito a questa ricostruzione. La Procura ritiene invece che l’imprenditore fosse ossessionato da Pamela e per questo lo ha iscritto nel registro degli indagati per il vilipendio della salma.
Il punto, però, va oltre la posizione giudiziaria di Dolci, che resta naturalmente da accertare nelle sedi competenti. Il punto riguarda il modo in cui lui sceglie di parlare di Pamela. Perché chi dice di averla amata davvero dovrebbe proteggerne almeno la memoria. Dovrebbe consegnare agli inquirenti ciò che sa o crede di sapere, non disseminare particolari intimi davanti al pubblico televisivo. Dovrebbe ricordare che al centro di questa storia non c’è il romanzo nero delle frequentazioni, ma una donna uccisa con ferocia e poi oltraggiata persino dopo la morte.
Quelle domande sulla vita privata della vittima
Era necessario raccontare in tv che Pamela avrebbe usato lo pseudonimo Michelle su un sito di incontri? Era necessario spingere il discorso verso la presunta attività di escort? Era necessario trasformare la disponibilità di denaro in un’occasione per mettere sotto processo la vittima invece di concentrarsi sui reati subiti?
Sono domande scomode, ma inevitabili. Perché ogni volta che una donna uccisa viene raccontata attraverso la sua vita sentimentale, sessuale o economica, il rischio è sempre lo stesso: spostare l’attenzione dal carnefice alla vittima. Non importa se il meccanismo si presenta come “ricostruzione”, “retroscena” o “verità nascosta”. Il risultato cambia poco. Si finisce per chiedere a Pamela di giustificare la propria esistenza anche dopo essere stata ammazzata.
E allora la contraddizione diventa enorme. Dolci si definisce l’uomo che l’avrebbe amata davvero. Ma quale amore passa dalla rivelazione pubblica di dettagli privati? Quale rispetto si manifesta raccontando in televisione particolari che rischiano solo di alimentare morbosa curiosità, sospetti e giudizi morali?
Il processo morale dopo il femminicidio
Pamela Genini era una donna adulta, libera di frequentare chi voleva, di gestire i propri rapporti, i propri soldi e la propria vita come riteneva. Anche se alcune delle cose raccontate da Dolci fossero vere, non cambierebbero il dato centrale: Pamela è stata uccisa. E dopo l’omicidio il suo corpo è stato profanato.
Questo dovrebbe bastare a stabilire l’ordine delle priorità. Invece la cronaca nera, quando incontra la televisione, spesso imbocca la scorciatoia più torbida: scavare nella vita della vittima, insinuare, suggerire, trasformare i dettagli privati in materiale da dibattito. Così la tragedia diventa spettacolo e la memoria diventa terreno di conquista.
Il caso Pamela Genini oggi mostra proprio questo rischio. Mentre la Procura lavora per chiarire chi abbia profanato la tomba e perché, mentre il processo per l’omicidio deve restare concentrato sulla violenza subita dalla giovane, una parte del racconto pubblico sembra inseguire altro: il denaro, i presunti uomini, i siti, le allusioni. Tutto ciò che fa rumore. Tutto ciò che sporca.
L’amore vero non umilia la memoria
Chi ama davvero una persona morta non ne espone la vita privata come merce televisiva. Chi ama davvero una vittima non la trascina in un secondo processo morale. Chi ama davvero non usa il microfono per consegnare al pubblico particolari che gli inquirenti possono valutare nelle sedi opportune senza trasformarli in spettacolo.
Pamela Genini non può più parlare. Non può dire chi era, che cosa faceva, chi frequentava, quali soldi avesse, quali rapporti intrattenesse e perché. Per questo il rispetto dovrebbe aumentare, non diminuire. Ogni parola detta su di lei pesa il doppio. Ogni insinuazione resta appiccicata alla sua memoria. Ogni dettaglio privato rivelato senza necessità diventa un altro gesto di possesso.
E allora sì, la domanda resta tutta lì: se Francesco Dolci è davvero l’uomo che amava Pamela Genini più di tutti, perché continua a raccontare al mondo particolari che lei, forse, avrebbe voluto tenere per sé? Se questo è amore, allora siamo a posto così.







