Pietracatella, Bassetti sulla ricina: «Antonella e Sara esposte a dosi elevate». Il rebus degli anticorpi di Gianni e della figlia

Pietracatella, il giallo della ricina

Nel giallo di Pietracatella anche il tempo può diventare un elemento decisivo. Non soltanto quello trascorso dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate con la ricina, ma quello intercorso tra la possibile esposizione al veleno e i prelievi effettuati sugli altri componenti della famiglia. A sollevare la questione è Matteo Bassetti, infettivologo intervenuto a La Vita in Diretta per spiegare che cosa possono realmente dire gli accertamenti scientifici effettuati finora.

Il punto più importante riguarda Gianni Di Vita e la figlia superstite. La mancata rilevazione di anticorpi contro la ricina può essere significativa, ma secondo Bassetti deve essere necessariamente messa in relazione con il momento nel quale sono stati effettuati gli esami. Perché quegli anticorpi, a differenza di altri, possono scomparire.

Bassetti: «Le vittime esposte a quantità molto elevate»

Il primo dato riguarda Antonella e Sara. Bassetti ha spiegato che il Robert Koch Institute di Berlino avrebbe individuato tracce della sostanza nel tessuto gastrico delle due donne. Un risultato che, secondo l’infettivologo, indicherebbe un’esposizione importante: «Riguardo a questa vicenda, il Robert Koch Institute di Berlino ha rilevato tracce della sostanza all’interno del tessuto gastrico: un dato che indicherebbe per le due vittime un’esposizione a quantità molto elevate di veleno».

La ricina è una tossina estremamente pericolosa e Bassetti ha ricordato che l’intossicazione può verificarsi attraverso differenti modalità di esposizione, compresa l’ingestione. Nel caso di Pietracatella, proprio il ritrovamento della sostanza nel tessuto gastrico assume particolare rilievo nell’indagine sulla possibile somministrazione attraverso un alimento.

Gianni e la figlia negativi? Decisivo sapere quando furono fatti i prelievi

È però il secondo passaggio dell’intervento dell’infettivologo ad aprire un interrogativo destinato a pesare sulla lettura degli accertamenti. A Bassetti è stato chiesto se l’assenza di anticorpi alla ricina in Gianni Di Vita e nell’altra figlia possa escludere definitivamente un loro contatto con la sostanza.

La risposta introduce una variabile fondamentale: quando sono stati effettuati i prelievi? «Esclude un contatto con la ricina, ma bisogna vedere quando sono stati fatti gli accertamenti», ha spiegato Bassetti. Gli anticorpi legati alla ricina, infatti, non avrebbero necessariamente una persistenza permanente nell’organismo.

«A differenza degli anticorpi per i virus che poi rimangono presenti per tutta la vita, possono scomparire», ha aggiunto l’infettivologo. Una precisazione che cambia il peso da attribuire a un eventuale risultato negativo.

«Se passa molto tempo gli anticorpi possono scomparire»

Bassetti ha quindi spiegato il problema in termini ancora più netti. Se il prelievo fosse stato effettuato in prossimità della possibile esposizione, la ricerca degli anticorpi avrebbe un determinato significato. Se invece fosse trascorso molto tempo, il quadro potrebbe essere differente.

«Se il prelievo di sangue fatto al marito e alla figlia è stato fatto molto vicino all’esposizione, potrebbero esserci gli anticorpi, se invece è stato fatto tanto tempo dopo potrebbero essersi persi». Diventa quindi fondamentale conoscere la cronologia esatta degli accertamenti effettuati sui familiari delle vittime.

L’assenza di anticorpi, presa isolatamente, non permette secondo la spiegazione fornita dall’infettivologo di prescindere dalla distanza temporale tra il presunto contatto con la tossina e l’esame.

La cena del 23 dicembre resta al centro del giallo

Gli accertamenti scientifici si intrecciano inevitabilmente con la ricostruzione della cena del 23 dicembre, considerata uno dei momenti centrali dell’inchiesta. Quella sera erano presenti Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre l’altra figlia si trovava fuori con alcune amiche. Gli investigatori stanno cercando di individuare quale alimento possa avere fatto da vettore alla sostanza che ha successivamente provocato la morte delle due donne.

Gli esami eseguiti in Germania sono per questo particolarmente attesi: riuscire a stabilire dove fosse presente la ricina e in quale concentrazione potrebbe consentire agli inquirenti di restringere ulteriormente la ricostruzione di quanto accaduto. Allo stesso tempo, le parole di Bassetti suggeriscono prudenza nell’interpretazione dei risultati relativi a chi è sopravvissuto.

Il tempo diventa una nuova variabile dell’inchiesta

Nel mistero di Pietracatella, dunque, non conta soltanto sapere chi sia risultato positivo o negativo, ma anche quando sia stato cercato l’eventuale segnale dell’esposizione. È un dettaglio apparentemente tecnico che può invece diventare fondamentale. Se gli anticorpi contro la ricina possono diminuire fino a non essere più rilevabili, la distanza temporale tra la cena di dicembre e i prelievi effettuati su Gianni Di Vita e sulla figlia superstite diventa un dato necessario per interpretare correttamente gli esami.

Intanto una certezza scientifica riguarda le due vittime: secondo quanto riferito da Bassetti sui risultati del Robert Koch Institute, Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sarebbero state esposte a quantità elevate di ricina. Resta da risolvere la domanda centrale del giallo: come sia arrivato quel veleno nel loro organismo e, soprattutto, chi lo abbia somministrato.