La bomba esplosa sotto casa di Sigfrido Ranucci non ha aperto soltanto un fronte giudiziario. Ora scuote anche la Rai, che ha disposto verifiche interne sulla vicenda che riguarda il vicedirettore e volto storico di Report.
L’azienda ha annunciato l’avvio degli approfondimenti di competenza, affidando alla Commissione per il Codice Etico le attività istruttorie. La mossa nasce dal materiale emerso nelle indagini sull’attentato e punta a chiarire se alcune inchieste della trasmissione possano essere state condizionate da soggetti esterni con interessi personali, economici o politici.
La decisione passa dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Per ora non viene messo in discussione il ritorno in onda di Report, previsto a novembre. Resta però da capire con quale assetto e con quale conduzione.
Le verifiche Rai sul metodo Report
Il punto centrale riguarda il cosiddetto metodo Report. L’audit interno, se autorizzato, dovrebbe valutare l’eventuale violazione di norme procedurali ed etiche vigenti in azienda.
Per avviare un accertamento fondato su atti di un’inchiesta giudiziaria, la Rai dovrà però muoversi con cautela e chiedere il via libera alla Procura competente, in modo da evitare qualsiasi interferenza con il lavoro dei magistrati.
Il perimetro dell’audit dovrà essere definito con precisione. Al centro potrebbero finire alcune inchieste della trasmissione sospettate di essere state “strumentalizzate” per finalità estranee al lavoro giornalistico. Tra i nodi citati nelle carte ci sarebbero contatti, scambi di informazioni, frequentazioni private e servizi legati a interessi politici o economici di soggetti terzi.
Ranucci ha respinto le ricostruzioni che collegano alcune relazioni personali o politiche al lavoro editoriale di Report, definendo fuori luogo alcuni accostamenti.
Il ruolo di Lavitola e il nodo del movente
Sul piano giudiziario, l’inchiesta continua a ruotare intorno al movente dell’attentato. La bomba piazzata sotto casa di Ranucci non è stata rivendicata e resta da chiarire chi abbia ordinato l’azione e con quale obiettivo.
Tra gli arrestati, uno degli indagati avrebbe detto: «Non volevamo fare male a nessuno». Una frase che, per gli investigatori, suona come un’ammissione indiretta del gesto, ma non risolve la questione principale: chi avrebbe commissionato l’attentato e perché.
Il nome più pesante nel fascicolo resta quello di Valter Lavitola. Gli inquirenti guardano ai suoi rapporti, ai suoi interessi e ai possibili conti in sospeso con alcuni ambienti politici. Sullo sfondo compare anche il dossier legato al carbon credit, un business africano di grandi dimensioni che sarebbe entrato prima nel racconto televisivo e poi negli interessi economici dello stesso Lavitola.
Attraverso i suoi legali, Lavitola ha definito «totalmente infondate» molte ricostruzioni e ha sostenuto che le ipotesi circolate stiano danneggiando le sue iniziative nel settore del carbon credit in Africa.
Le telefonate, i messaggi e la fuga in Camerun
Un altro capitolo riguarda le frequentazioni private finite nelle carte. Tra gli elementi emersi ci sarebbero migliaia di telefonate tra Ranucci e una donna indicata con le iniziali L.C., estranea all’inchiesta penale ma citata per la frequenza dei contatti. Il giornalista ha escluso che quel rapporto abbia collegamenti con le inchieste di Report.
Gli investigatori stanno inoltre analizzando messaggi e contenuti pubblici degli indagati per capire se vi siano tentativi di condizionare il quadro probatorio o inviare segnali all’esterno.
Resta infine il nodo Gomes Clesio Tavares, factotum camerunense di Lavitola ed ex compagno di cella a Secondigliano. L’uomo sarebbe rientrato in Camerun e si sarebbe reso irreperibile. Una fuga che complica il lavoro degli inquirenti, anche perché al momento non risultano strumenti efficaci per ottenere collaborazione dalle autorità locali.
La Rai, intanto, procede sul proprio binario. Report dovrebbe tornare in onda a novembre, ma l’esito delle verifiche interne potrebbe incidere sul futuro della trasmissione e sulla posizione di Ranucci. La bomba sotto casa del giornalista, nata come atto intimidatorio, ha finito per investire il cuore stesso del programma più discusso di Rai3.







