Putin presenta il conto agli oligarchi: 5 miliardi per finanziare la guerra, chi non paga rischia aziende e proprietà. La fuga nelle criptovalute

Vladimir Putin

Vladimir Putin ha presentato il conto agli oligarchi russi: per finanziare la guerra servono altri soldi e il Cremlino pretende che i miliardari aprano il portafoglio. Le autorità definiscono “volontari” i contributi destinati al bilancio statale, ma chi rifiuta rischia di perdere aziende, immobili e terreni attraverso espropri, sequestri e nazionalizzazioni.

Alla fine di marzo, dopo il congresso della Confindustria russa, Putin ha riunito a porte chiuse alcuni degli imprenditori più ricchi del Paese. Il presidente ha chiesto loro di sostenere direttamente le casse pubbliche, sempre più sotto pressione per le spese militari e per il rallentamento dell’economia.

Gli uomini d’affari hanno compreso immediatamente il messaggio. Nel giro di pochi minuti avrebbero promesso circa 430 miliardi di rubli, una somma vicina ai 5 miliardi di euro. Suleiman Kerimov, specializzato nelle ristrutturazioni industriali e tra gli uomini più ricchi del mondo, avrebbe offerto da solo 100 miliardi di rubli, oltre un miliardo di euro.

Anche il banchiere Vladimir Potanin e il magnate dell’alluminio Oleg Deripaska avrebbero aderito alla raccolta. Deripaska, che all’inizio dell’invasione dell’Ucraina aveva assunto posizioni pacifiste, ha progressivamente corretto il proprio atteggiamento e riallineato la comunicazione alle necessità del Cremlino.

Le donazioni “volontarie” chieste da Putin

Putin non ha bisogno di imporre formalmente un prelievo. Gli oligarchi conoscono le conseguenze di un eventuale rifiuto e sanno che lo Stato può riesaminare la provenienza delle loro proprietà, riaprire vecchi fascicoli fiscali o individuare irregolarità nelle privatizzazioni degli anni Novanta.

La richiesta del presidente assume quindi il valore di un ordine. Chi versa il denaro conferma la propria fedeltà e protegge almeno temporaneamente il patrimonio. Chi resiste attira l’attenzione della Procura generale, degli apparati fiscali e delle strutture che controllano le grandi aziende strategiche.

Il Cremlino usa così le ricchezze accumulate durante la stagione delle privatizzazioni per sostenere lo Stato impegnato nella guerra. Molti degli imprenditori che trent’anni fa acquistarono industrie, miniere, terreni e società pubbliche a prezzi molto inferiori al loro valore devono ora restituire una parte dei guadagni.

La cifra raccolta mostra il peso della pressione. Cinque miliardi di euro in pochi minuti non rappresentano il risultato di una normale campagna di solidarietà. Gli oligarchi acquistano protezione politica e sperano di evitare controlli capaci di mettere in discussione l’intero patrimonio.

Il sistema non garantisce comunque una sicurezza definitiva. Putin può chiedere nuovi versamenti ogni volta che il bilancio ne avrà bisogno. Gli imprenditori devono continuare a dimostrare obbedienza, finanziare progetti sociali e sostenere iniziative che lo Stato non riesce più a pagare a causa dell’aumento delle spese militari.

Espropri e nazionalizzazioni contro chi non paga

Dal 2024 le autorità russe hanno intensificato l’offensiva contro gli industriali che mantengono capitali, società o interessi economici all’estero. La campagna non colpisce soltanto i miliardari più conosciuti. Anche gli imprenditori medi rischiano di perdere aziende e proprietà immobiliari.

La Procura generale ha ampliato la revisione dei trasferimenti patrimoniali che risalgono agli anni Novanta. In una prima fase gli inquirenti concentravano l’attenzione su fabbriche e imprese strategiche. Adesso esaminano anche terreni, edifici e grandi complessi immobiliari.

Il metodo segue uno schema ricorrente. Lo Stato individua un problema nella cessione originaria del terreno sul quale sorge un’azienda e rivendica la proprietà pubblica del suolo. A quel punto l’imprenditore deve scegliere: affrontare l’esproprio oppure raggiungere un accordo economico con le autorità.

La Russia compie così un parziale rovesciamento delle privatizzazioni che accompagnarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Negli anni Novanta pochi uomini d’affari conquistarono enormi patrimoni grazie alla debolezza dello Stato. Oggi il Cremlino usa quella stessa fragilità giuridica per riprendere il controllo delle ricchezze.

Il peggioramento dei conti pubblici ha spinto Mosca a cercare prede sempre più grandi. Le proprietà degli imprenditori minori non garantiscono più risorse sufficienti. Putin punta quindi agli oligarchi, che controllano gruppi industriali, banche, società energetiche e immense riserve di capitale.

Il caso Moshkovich e la donazione di Melnichenko

Alla fine di maggio le autorità hanno colpito Vladimir Moshkovich, fondatore della holding agricola Rusagro. Lo Stato gli ha tolto il controllo dell’azienda e ha sequestrato la casa di Mosca insieme ai beni trovati durante la perquisizione.

La stampa vicina al Cremlino non ha mostrato alcuna solidarietà. «Nessuno pianga per i ricchi ingrati», ha commentato “Izvestia”, riassumendo il messaggio che il potere vuole trasmettere all’opinione pubblica: gli oligarchi devono contribuire al benessere nazionale e chi non collabora non merita protezione.

Andrey Melnichenko ha invece scelto di pagare. Per scongiurare la nazionalizzazione della società energetica Sibeko, l’oligarca ha versato 32 miliardi di rubli, circa 357 milioni di euro, al centro educativo Sirius. Putin ha fondato personalmente la struttura, che rappresenta uno dei progetti simbolo del suo sistema di potere.

L’operazione mostra la natura delle contribuzioni volontarie. Melnichenko non ha semplicemente finanziato un progetto educativo. Ha usato una donazione multimilionaria per difendere una delle proprie aziende dall’intervento statale.

Gli oligarchi devono quindi dimostrare una lealtà attiva. Non basta evitare dichiarazioni contro la guerra o sostenere pubblicamente il presidente. Il Cremlino pretende denaro per i programmi che il bilancio ordinario non riesce più a coprire.

Aleksey Yaroshenko, direttore del Centro di supporto ai processi politici, riassume con chiarezza il nuovo patto: «Per sopravvivere non devono più solo dimostrare lealtà al potere, ma anche partecipare in modo attivo a numerosi progetti per il popolo rimasti senza fondi a causa dei costi sempre più elevati della guerra».

Gli oligarchi cercano una via di fuga

La pressione del Cremlino spinge molti miliardari russi a trasferire nuovamente all’estero una parte delle proprie ricchezze. Le sanzioni occidentali rendono più difficile l’uso delle banche tradizionali, mentre i controlli di Mosca aumentano il rischio di sequestri interni. Le criptovalute offrono una soluzione più discreta.

Gli imprenditori muovono il denaro attraverso società, portafogli digitali e intermediari che operano fuori dalla Russia. In questo modo possono nascondere almeno una parte dei capitali, aggirare le restrizioni e ridurre l’esposizione ai provvedimenti del Cremlino.

Il rallentamento dell’economia russa rende la fuga ancora più urgente. Gli oligarchi che hanno riportato in patria attività e investimenti dopo l’inizio della guerra incontrano un mercato interno debole, minori opportunità di crescita e una pressione fiscale e politica sempre più pesante.

Con una mano finanziano Putin, con l’altra preparano l’uscita. Versano contributi per mostrare fedeltà, ma contemporaneamente cercano investimenti, residenze e strumenti finanziari lontani da Mosca. Dubai rappresenta una delle destinazioni preferite. La città offre un mercato favorevole alle criptovalute, una rete finanziaria internazionale e una maggiore protezione sia dalle sanzioni occidentali sia dalle pretese del Cremlino.

La criptovaluta legata al rublo passa dal Kirghizistan

Il Kirghizistan ha assunto un ruolo nuovo grazie ad A7A5, una criptovaluta che mantiene un valore stabile attraverso il collegamento con il rublo. Una società riconducibile al banchiere moldavo filorusso Ilan Shor ha sviluppato la moneta digitale.

Soltanto nella prima metà del 2025, A7A5 avrebbe gestito operazioni per 7.500 miliardi di rubli, circa 83 miliardi di euro. La dimensione delle transazioni mostra quanto capitale cerchi percorsi alternativi al sistema bancario tradizionale.

La criptovaluta consente di conservare un legame con la moneta russa e contemporaneamente di trasferire valore fuori dai confini del Paese. Per gli oligarchi rappresenta uno strumento utile contro un doppio pericolo: le sanzioni internazionali e le confische ordinate da Mosca.

Putin ha bisogno dei loro miliardi, ma gli oligarchi non si fidano più del sistema che li ha resi ricchi. Pagano per conservare aziende e proprietà, mentre spostano altrove tutto ciò che riescono a sottrarre al controllo statale.

Il nuovo patto tra il Cremlino e i miliardari russi poggia quindi sulla paura. Putin finanzia la guerra chiedendo denaro a chi deve a Mosca la propria fortuna. Gli oligarchi obbediscono perché conoscono l’alternativa: perdere le aziende, subire un esproprio e guardare lo Stato riprendersi ciò che aveva concesso negli anni delle grandi privatizzazioni.