Negli ultimi dieci anni, il numero di giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 34 anni è diminuito di quasi 550 mila unità, un calo che colpisce direttamente la vitalità del tessuto produttivo e la sostenibilità del nostro modello sociale. Questa contrazione del capitale umano nella fascia under 35 mette a serio rischio la tenuta dell’intero sistema occupazionale nazionale, ponendo un interrogativo drammatico su chi sarà in grado di far girare gli ingranaggi dell’economia nel prossimo decennio.
L’Europa invecchia, manca il ricambio generazionale
Il fenomeno non è circoscritto all’Italia, ma il nostro Paese lo vive con un’intensità senza pari nel contesto dell’Eurozona. Tra il 2015 e il 2025, la popolazione giovanile italiana è calata del 4,3%, a fronte di una media dell’area euro che ha registrato una flessione minima dello 0,4%. Mentre altre grandi economie continentali come la Francia (+1,6%) e la Spagna (+5,3%) sono riuscite, anche grazie all’apporto migratorio, a invertire la tendenza, l’Italia continua a scivolare lungo un declino che appare strutturale.
Le previsioni dell’Istat indicano che, nonostante una lieve stabilità registrata nel 2023 con 12,1 milioni di residenti under 35, il futuro prossimo sarà caratterizzato da un ulteriore svuotamento: si scenderà a 11,8 milioni nel 2035 per poi crollare a 10,1 milioni nel 2045. In poco più di vent’anni, l’Italia si troverà con 2 milioni di giovani in meno rispetto a oggi, una voragine demografica che renderà il ricambio generazionale un’impresa titanica.
Il grande esodo dal lavoro, 3 milioni di uscite entro il 2029
La conseguenza immediata di questo squilibrio è la difficoltà di rimpiazzare chi lascia il mondo del lavoro. Tra il 2025 e il 2029, secondo le previsioni del sistema informativo Excelsior di Unioncamere, quasi 3 milioni di italiani lasceranno fabbriche e uffici, principalmente a causa del pensionamento dei cosiddetti “baby boomer”. La ripartizione di queste uscite è significativa. Oltre 1,6 milioni sono dipendenti del settore privato, circa 768.200 sono dipendenti pubblici e oltre 665.500 sono lavoratori autonomi.
Questo esodo di massa rappresenta un problema critico soprattutto per le piccole imprese, che mostrano una capacità di attrazione verso le nuove generazioni nettamente inferiore rispetto ai grandi gruppi industriali. A livello territoriale, la pressione sarà massima nelle regioni locomotive del Paese: in Lombardia l’incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale della domanda di sostituzione raggiungerà il 64,6%, seguita dall’Emilia-Romagna (58,6%) e dal Veneto (56,5%).
Il divario Nord-Sud e il fenomeno migratorio
L’analisi regionale della popolazione giovanile evidenzia una spaccatura netta. Se l’Italia nel suo complesso perde giovani, alcune aree del Nord sono riuscite a mantenere un segno positivo grazie all’arrivo di cittadini stranieri e, soprattutto, di giovani provenienti dal Mezzogiorno. Regioni come l’Emilia-Romagna (+8,4%), la Lombardia (+4,9%) e la Liguria (+4,6%) hanno visto aumentare i propri residenti under 35 tra il 2015 e il 2025. Al contrario, il Mezzogiorno ha subito un tracollo del 14,1%, perdendo quasi 690.000 giovani in dieci anni.
Oltre alla situazione calabrese, dove il crollo è stato del 18%, il rapporto evidenzia perdite drammatiche in Sardegna (-17,2%) e Basilicata (-16,6%). A livello provinciale, il dato più allarmante d’Italia appartiene alla Sud Sardegna, che ha perso il 24 per cento dei suoi giovani, seguita da Oristano (-22,7%) e Isernia (-20,8%). All’estremo opposto, province come Bologna (+14%), Gorizia (+11%) e Trieste (+10,7%) rappresentano le realtà del Paese con i maggiori incrementi grazie ai flussi dal Sud e dall’estero.
La sostenibilità del welfare, pensioni e sanità sotto scacco
L’invecchiamento della popolazione non minaccia solo il Pil, ma la stessa tenuta dei conti pubblici. Secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze, la spesa previdenziale passerà dall’attuale 15,4% del Pil a un picco del 17% verso il 2040. Sebbene il sistema possa apparire in grado di autosostenersi nel lungo periodo (scendendo sotto il 14% entro il 2070), il vero allarme riguarda l’entità degli assegni pensionistici. I giovani, oggi spesso con carriere discontinue e stipendi mediamente bassi, rischiano di percepire pensioni insufficienti a garantire una vita dignitosa. Per questo motivo, la Cgia suggerisce di introdurre un risparmio previdenziale nominativo volontario presso l’Inps, per consentire ai lavoratori di costruirsi una rendita integrativa solida.
Sul fronte sanitario, la sfida appare ancora più ardua. Oggi gli over 65 rappresentano il 25% della popolazione ma assorbono già il 60% della spesa sanitaria nazionale. Entro il 2050, questa fascia d’età arriverà al 35%, portando a una crescita esponenziale dei costi per la sanità e la non autosufficienza. Senza politiche che incentivino la permanenza dei giovani, che governino i flussi migratori in modo strategico e che proteggano il futuro pensionistico delle nuove generazioni, il rischio è quello di un Paese destinato a una progressiva paralisi sociale ed economica.







