Alla fine è successo davvero. Dopo la vittoria della Spagna contro l’Argentina, Donald Trump è sceso sul terreno del MetLife Stadium, ha partecipato alla consegna delle medaglie e ha raggiunto il palco sul quale Rodri avrebbe alzato la Coppa del Mondo. Il presidente americano è rimasto accanto ai giocatori spagnoli anche durante i festeggiamenti, mentre dagli spalti arrivavano fischi e Gianni Infantino cercava di spostarlo con discrezione ai margini della scena.
Il copione ricordava la finale del Mondiale per club del 2025, quando Trump rimase sul palco accanto ai giocatori del Chelsea. Questa volta, però, il presidente degli Stati Uniti ha occupato il centro simbolico dell’evento sportivo più seguito del pianeta. Ha consegnato il trofeo alla Spagna e ha provato a trasformare il successo della Roja, di Lamine Yamal, Rodri e Ferran Torres in un’immagine utile alla propria propaganda.
La Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina grazie al gol di Ferran Torres nei tempi supplementari e ha conquistato il secondo Mondiale della propria storia. Trump, però, ha tentato ancora una volta di appropriarsi della scena. Il pubblico lo ha accolto con sonori fischi, mentre le immagini della sua presenza sul palco hanno rapidamente oscurato quelle dei campioni del mondo.
Gli Stati Uniti potevano sfruttare il Mondiale 2026 per rilanciare la propria immagine internazionale, mostrare efficienza organizzativa e riunire tifosi provenienti da ogni continente. Trump ha preferito usare il torneo per rafforzare il proprio potere e costruire un’altra vetrina personale. Il risultato lascia dietro di sé un’edizione segnata da interferenze politiche, visti negati, prezzi proibitivi, polemiche sulle scommesse e una Fifa sempre più interessata al fatturato.
Trump e Infantino, un rapporto che ha travolto le regole
Il rapporto tra Donald Trump e Gianni Infantino rappresenta il cuore politico di questo Mondiale. Il presidente della Fifa ha coltivato a lungo la vicinanza con la Casa Bianca e ha trasformato Trump nel volto istituzionale del torneo. La Fifa gli ha persino assegnato il proprio Premio per la pace nel dicembre 2025, rafforzando ulteriormente un legame che molti osservatori considerano incompatibile con la neutralità politica rivendicata dalla federazione.
Il caso Folarin Balogun ha mostrato fino a che punto quella relazione poteva spingersi. L’attaccante degli Stati Uniti aveva ricevuto un cartellino rosso diretto durante la partita contro la Bosnia-Erzegovina. Il regolamento collegava a quell’espulsione una giornata automatica di squalifica e non prevedeva un normale diritto d’appello da parte della squadra.
Trump ha telefonato più volte a Infantino e ha chiesto alla Fifa di riesaminare la decisione. La federazione ha poi sospeso per un anno la sanzione, ha inflitto al calciatore una multa da 40mila dollari e gli ha consentito di affrontare il Belgio negli ottavi. Infantino ha sostenuto che gli organi disciplinari agirono in piena autonomia. La sequenza temporale, però, ha provocato la protesta della federazione belga e della Uefa.
La Uefa ha definito la scelta «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». Il suo presidente Aleksander Čeferin ha disertato la finale e ha trasformato il caso Balogun nel simbolo dello scontro con Infantino. Trump ha ammesso le telefonate, pur negando di aver impartito ordini. Resta un fatto difficilmente contestabile: il presidente del Paese ospitante è intervenuto personalmente su una sanzione sportiva e la Fifa ha poi adottato una decisione favorevole alla nazionale americana.
Questo episodio non dimostra da solo una corruzione in senso penale. Mina, però, la credibilità delle regole. Se il capo di Stato del Paese organizzatore può telefonare al presidente della Fifa per discutere la squalifica di un calciatore, ogni promessa di indipendenza perde forza.
Visti negati e tifosi esclusi dal Mondiale “più inclusivo”
La Fifa aveva presentato l’allargamento a 48 squadre come il simbolo del Mondiale più inclusivo della storia. Le politiche migratorie degli Stati Uniti hanno prodotto l’effetto contrario. Le autorità americane hanno negato l’ingresso a tifosi, arbitri, dirigenti e altre persone legate alla manifestazione, soprattutto da Paesi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia.
La Sport & Rights Alliance ha denunciato l’esclusione di numerosi sostenitori provenienti, tra gli altri, da Marocco, Egitto, Giordania, Iraq e Uzbekistan. Il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto nonostante il possesso di un visto valido, ha alimentato le polemiche. Le autorità americane hanno motivato alcuni dinieghi con ragioni di sicurezza nazionale, mentre le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato la Fifa di aver accettato un clima di paura e discriminazione.
Anche Joan Capdevila, campione del mondo con la Spagna nel 2010, ha incontrato ostacoli. Il sistema Esta gli ha negato l’autorizzazione all’ingresso a causa di un viaggio compiuto in Iran nel 2016, quando partecipò a una partita-esibizione. L’ex difensore ha chiesto pubblicamente aiuto a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e alle autorità spagnole per raggiungere la finale.
Il problema non riguarda soltanto alcuni casi famosi. Molti tifosi hanno rinunciato al viaggio per paura dei controlli, per l’impossibilità di ottenere il visto o per il rischio di incontrare le autorità federali dell’immigrazione. Un torneo che prometteva di unire il mondo ha così escluso una parte del mondo dai propri stadi.
Trump ha trasformato la frontiera in un elemento del Mondiale. La Casa Bianca ha accolto calciatori, dirigenti e sponsor, ma non ha concesso la stessa apertura a tutti i sostenitori. La Fifa conosceva da tempo i rischi e ha scelto comunque di procedere senza ottenere garanzie sufficienti.
Scommesse e sospetti, ma nessuna prova di partite truccate
L’ombra delle partite truccate al Mondiale 2026 richiede molta cautela. Il torneo ha registrato un’enorme crescita delle scommesse sportive e alcune vicende hanno alimentato sospetti di spot-fixing, cioè la manipolazione di singoli episodi come ammonizioni, falli o cartellini, senza necessariamente alterare il risultato finale.
Prima dell’inizio della competizione, le autorità avevano ricevuto segnalazioni relative a due calciatori per movimenti anomali sulle scommesse legate ad alcuni cartellini gialli. L’espansione del mercato americano del gioco, il numero record di partite e la possibilità di puntare su decine di eventi durante ogni incontro hanno ampliato il rischio.
Nessuna indagine pubblica consente però di affermare che qualcuno abbia manipolato una partita del Mondiale o che la Fifa abbia organizzato risultati favorevoli. Parlare di «Mondiale truccato» come dato acquisito oltrepasserebbe le prove disponibili. Possiamo invece parlare di un torneo esposto come mai prima al mercato delle scommesse e attraversato da episodi che meritano verifiche indipendenti.
La stessa gestione del caso Balogun ha alimentato la percezione che le regole potessero cambiare sotto pressione politica. Una federazione che modifica una sanzione dopo le telefonate del presidente americano rende più difficile respingere sospetti e teorie. Anche senza prove di combine, la credibilità del torneo ha subito un danno.
Biglietti proibitivi e pause pubblicitarie mascherate
La Fifa ha trasformato il Mondiale in un prodotto di lusso. Per la finale, il mercato ufficiale della rivendita ha mostrato biglietti che partivano da quasi 10mila dollari e arrivavano a cifre folli, in alcuni casi superiori ai due milioni. Le piattaforme private proponevano i posti meno costosi a diverse migliaia di dollari.
La federazione aveva annunciato anche una fascia da 60 dollari per tutte le partite, finale compresa. Quei biglietti rappresentavano però una quota minima e molti tifosi non hanno mai avuto una possibilità concreta di acquistarli. Il sistema dei prezzi dinamici e la piattaforma ufficiale di rivendita hanno favorito una corsa al rialzo.
La Fifa incassa una commissione del 15 per cento da chi vende e un altro 15 per cento da chi compra sul proprio mercato secondario. Più il prezzo cresce, dunque, più la federazione guadagna. Secondo il Guardian, la Coppa del Mondo avrebbe generato ricavi record per circa 15 miliardi di dollari, contro una previsione iniziale di 11 miliardi. Biglietti, hospitality, diritti televisivi e sponsorizzazioni hanno prodotto un risultato economico senza precedenti.
Anche gli hydration break hanno assunto un significato commerciale. La Fifa ha introdotto pause obbligatorie di tre minuti in tutte le 104 partite, indipendentemente dalle condizioni climatiche. La federazione ha spiegato la decisione con la necessità di tutelare i calciatori e garantire uniformità.
Le televisioni hanno però riempito quelle interruzioni con pubblicità vendute a prezzi altissimi. Negli Stati Uniti, Fox avrebbe chiesto tra 200mila e 750mila dollari per ogni spot durante le pause, con tariffe maggiori nelle partite della nazionale americana. Il caldo e la salute degli atleti hanno così prodotto nuove finestre commerciali all’interno di uno sport che aveva sempre difeso la continuità dei due tempi.
La finale ha completato la trasformazione del calcio in uno spettacolo modellato sul Super Bowl. L’intervallo ha superato ampiamente i tradizionali 15 minuti per lasciare spazio a un grande show musicale. La partita più importante del mondo ha dovuto adattarsi alle esigenze dell’intrattenimento e della raccolta pubblicitaria.
Il Mondiale peggiore per il calcio, il migliore per la Fifa
Definire il Mondiale 2026 il più corrotto di sempre resta un giudizio politico e non una conclusione giudiziaria. Le inchieste disponibili non dimostrano un sistema di partite manipolate né consentono di attribuire reati a Trump, Infantino o alla Fifa. Tuttavia, pochi tornei hanno accumulato una quantità simile di conflitti d’interesse, interferenze politiche e scelte commerciali controverse.
Trump ha usato la Coppa del Mondo come una piattaforma personale. Infantino gli ha concesso spazio, riconoscimenti e vicinanza istituzionale. La Fifa ha piegato una sanzione disciplinare dopo le sue telefonate, ha tollerato l’esclusione di molti tifosi e ha trasformato ogni segmento disponibile in una fonte di ricavo.
Sul campo, il torneo ha regalato partite, campioni e la vittoria di una grande Spagna. Fuori dal campo, ha mostrato un calcio sempre meno accessibile a chi lo ama e sempre più disponibile verso chi può pagare, sponsorizzare o esercitare potere.
Gli Stati Uniti potevano presentarsi al mondo attraverso la festa più popolare dello sport. Hanno mostrato frontiere chiuse, biglietti proibitivi, interferenze presidenziali e uno stadio trasformato in palcoscenico politico. La Fifa, intanto, conta 15 miliardi di dollari. Per Infantino il torneo rappresenta un successo straordinario. Per il calcio, molto meno.







