Ricina, l’avvocato di Gianni Di Vita mette in dubbio i tempi dell’avvelenamento: «Non sarà mai indagato». E attacca le ipotesi di tradimento

Gianni di Vita

«Non credo che Gianni Di Vita sarà mai indagato». L’avvocato Vittorino Facciolla rompe il silenzio sul duplice avvelenamento di Pietracatella e interviene su due dei punti più controversi dell’inchiesta: i tempi dell’intossicazione da ricina e i sospetti che continuano ad alimentarsi attorno alla vita privata del marito e padre delle vittime. La difesa contesta la ricostruzione degli eventi che precedettero la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvenuta il giorno di Natale del 2025, e definisce «ingiustificata e francamente falsa» la narrazione che ipotizza un coinvolgimento dell’uomo nell’avvelenamento.

Le dichiarazioni arrivano mentre la Procura di Larino continua a indagare per omicidio volontario premeditato contro ignoti, senza aver ancora individuato un responsabile. Sullo sfondo restano gli accertamenti scientifici affidati al Robert Koch Institut di Berlino e la notizia di una seconda donna che avrebbe avuto rapporti personali con Di Vita, sulla quale gli investigatori starebbero raccogliendo informazioni.

«I tempi non tornano»: i dubbi della difesa sulle 36 e 40 ore

Il primo fronte aperto dall’avvocato Facciolla riguarda la compatibilità tra la presunta ingestione della ricina e la comparsa dei sintomi nelle due vittime.

Secondo la ricostruzione presa in esame, Antonella e Sara potrebbero aver assunto la sostanza tossica durante uno dei pasti consumati nei giorni precedenti al Natale. Ma la difesa ritiene che la sequenza temporale presenti aspetti ancora da chiarire.

«Non ci sono pubblicazioni di studi in relazione agli effetti della ricina, non c’è alcuna bibliografia che può essere rilevante per garantirci una certezza rispetto alle manifestazioni patologiche e agli esiti dell’avvelenamento», ha dichiarato Facciolla.

Il legale ha poi richiamato gli studi disponibili, sostenendo che le manifestazioni della patologia possano svilupparsi nell’arco di dieci giorni, e ha messo in discussione la corrispondenza tra i tempi ipotizzati per l’assunzione del veleno e quelli registrati nel caso di Pietracatella.

Nella ricostruzione illustrata dall’avvocato, Antonella avrebbe manifestato gli effetti dell’intossicazione dopo circa 36 ore, alle 9 del mattino del 25 dicembre, mentre per Sara sarebbero trascorse oltre 40 ore, fino a mezzogiorno dello stesso giorno.

Sono intervalli che la difesa considera problematici rispetto alla dinamica ipotizzata. La valutazione definitiva, tuttavia, dipenderà dagli accertamenti tossicologici e dalla ricostruzione medico-legale: i tempi di comparsa dei sintomi da ricina possono variare in relazione alla dose, alla via di esposizione e ad altri fattori.

«Gianni non sarà mai indagato»: Facciolla respinge i sospetti sul marito

L’avvocato ha assunto una posizione netta anche rispetto alle ipotesi che coinvolgono indirettamente il proprio assistito.

«Non credo che Gianni Di Vita sarà mai indagato», ha affermato, manifestando piena fiducia nell’estraneità dell’uomo alla vicenda.

Facciolla ha contestato soprattutto le ricostruzioni che collegano il duplice avvelenamento a presunte relazioni extraconiugali del marito di Antonella.

«Mi sembra che le fantasie stiano prendendo sempre più piede», ha dichiarato.

Secondo il difensore, gli investigatori avrebbero avuto a disposizione da tempo gli strumenti per verificare i rapporti personali dell’uomo. «Gianni ha messo a disposizione il suo telefono da aprile, 10 mesi fa, se ci fossero stati altri rapporti, diversi o da attenzionare, sarebbe emerso da subito, immediatamente».

Il riferimento è agli accertamenti sui contatti telefonici e sulle comunicazioni del marito delle vittime, che potrebbero contribuire a ricostruire le sue frequentazioni.

Il legale ha infine definito l’ipotesi di un avvelenamento volontario da parte di Di Vita «una narrazione spinta, ingiustificata e francamente falsa».

La seconda donna e la professoressa di matematica già sentita dai magistrati

Le parole di Facciolla arrivano nelle stesse ore in cui emerge un ulteriore sviluppo investigativo.

La Procura di Larino starebbe raccogliendo informazioni su una seconda donna che avrebbe avuto un rapporto personale con Gianni Di Vita. Non è noto se si tratti di un legame sentimentale, di un’amicizia o di una conoscenza maturata nell’ambiente lavorativo.

Un dettaglio distingue questa figura dalla docente di matematica già comparsa nell’inchiesta: la nuova donna non sarebbe mai stata ascoltata dagli investigatori.

La professoressa, invece, è stata convocata più volte e in un’occasione ha partecipato a un confronto diretto con Di Vita per verificare alcune dichiarazioni.

Le verifiche sui rapporti personali dell’uomo non hanno finora portato all’individuazione di un responsabile del duplice avvelenamento. Né la raccolta di informazioni su una conoscente costituisce, di per sé, un elemento che la colleghi alle morti di Antonella e Sara.

Due inchieste parallele: cinque medici indagati e un assassino ancora sconosciuto

La vicenda giudiziaria si sviluppa su due procedimenti distinti.

Il primo riguarda l’ipotesi di omicidio colposo e coinvolge cinque medici dell’ospedale Cardarelli, dove Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono il giorno di Natale. Gli accertamenti puntano a chiarire la gestione sanitaria delle due pazienti e le eventuali responsabilità nella diagnosi e nelle cure.

Il secondo procedimento, aperto per omicidio volontario premeditato, è ancora contro ignoti. Gli investigatori cercano di stabilire chi abbia potuto procurarsi la ricina, attraverso quale modalità sia stata somministrata e se entrambe le vittime fossero effettivamente destinatarie dell’avvelenamento.

Tra gli elementi esaminati figurano i pasti consumati in famiglia, gli alimenti disponibili nell’abitazione e le piante di ricino individuate nel territorio.

Un problema riguarda anche gli avanzi della cena del 23 dicembre, finiti in discarica e quindi non più disponibili per gli accertamenti che avrebbero potuto contribuire a chiarire l’eventuale presenza del veleno nel cibo.

L’attesa degli esami tedeschi e il nodo della cena del 23 dicembre

Gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino stanno lavorando sugli accertamenti scientifici richiesti nell’ambito dell’inchiesta. L’istituto avrebbe chiesto più tempo per completare le analisi.

I risultati potrebbero assumere un peso decisivo proprio sulla questione sollevata dall’avvocato Facciolla: la relazione tra la possibile esposizione alla ricina, la comparsa dei sintomi e il successivo decesso delle due donne.

Resta da ricostruire con precisione anche che cosa sia stato consumato durante la cena del 23 dicembre. Gianni Di Vita ha dichiarato di non ricordare il menù, una circostanza che ha complicato la ricostruzione delle ultime ore trascorse in famiglia prima della tragedia.

La difesa insiste sulla necessità di non trasformare i sospetti in responsabilità personali, mentre gli investigatori continuano a verificare testimonianze, rapporti e dati scientifici.

Per il momento, l’elemento nuovo più rilevante è la contestazione dei tempi dell’intossicazione avanzata da Facciolla. Se la ricostruzione temporale dell’avvelenamento dovesse cambiare, potrebbe cambiare anche l’individuazione del pasto sospetto e delle persone che ebbero accesso agli alimenti consumati dalle vittime.