Pietracatella, la ricina mette in difficoltà anche gli esperti tedeschi? Nuova proroga di 30 giorni, spunta l’ipotesi di problemi tecnici

Morte avvelenate, procuratrice e questore hanno lasciato Pietracatella

Il veleno che ha ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita continua a sfuggire agli accertamenti che dovrebbero chiarire come sia entrato nella loro casa. Anche il Robert Koch Institut di Berlino, al quale la Procura di Larino ha affidato le analisi più delicate dell’inchiesta di Pietracatella, ha chiesto altro tempo per completare il lavoro. Una nuova proroga di trenta giorni che sposta in avanti l’attesa dei risultati e alimenta un interrogativo: gli specialisti tedeschi hanno incontrato difficoltà tecniche nell’individuazione delle tracce di ricina?

L’ipotesi circola nelle ricostruzioni sulle attività del laboratorio, ma non trova ancora conferma in una comunicazione ufficiale dell’istituto. Secondo quanto emerso, non si può escludere che gli esperti abbiano dovuto affrontare problemi non prevedibili al momento dell’affidamento dell’incarico. Una possibilità che acquista particolare rilievo perché il Robert Koch Institut rappresenta uno dei principali centri europei specializzati nello studio delle tossine biologiche e degli agenti patogeni pericolosi.

Gli esperti tedeschi chiedono altri trenta giorni: il mistero delle difficoltà tecniche

La richiesta di proroga riguarda gli accertamenti sui materiali raccolti nell’abitazione della famiglia Di Vita, dove gli investigatori cercano da mesi una traccia capace di individuare il possibile veicolo dell’avvelenamento.

Il laboratorio tedesco ha chiesto altri trenta giorni per completare le operazioni. Nelle informazioni diffuse viene indicato il 30 novembre come nuovo termine, mentre per la disponibilità dei risultati conclusivi si prospetta un’attesa che potrebbe protrarsi fino alla fine dell’anno.

La ragione precisa del rinvio non è stata comunicata. Tra le spiegazioni ipotizzate figurano difficoltà tecniche impreviste, che potrebbero aver rallentato il lavoro degli specialisti nonostante l’esperienza dell’istituto.

Non è però possibile stabilire se il problema riguardi la quantità dei campioni, le condizioni del materiale, le procedure di laboratorio oppure altri aspetti degli accertamenti. Nessuna di queste circostanze risulta confermata dalle informazioni disponibili.

Il dato certo è la richiesta di più tempo. Quello ancora da chiarire è perché un incarico così importante per l’inchiesta richieda ulteriori settimane.

Le proroghe erano previste fin dall’inizio dell’incarico

Il rinvio non rappresenta necessariamente un’anomalia procedurale. Le condizioni dell’incarico affidato agli esperti tedeschi avrebbero previsto fin dall’inizio la possibilità di prolungare le operazioni.

Dopo il primo periodo di attività, le proroghe possono avere una durata di trenta giorni ciascuna, fino al limite dei sei mesi dall’avvio della consulenza tecnica. Questa circostanza distingue la richiesta attuale dall’ipotesi di un improvviso blocco degli esami. La possibilità di allungare i tempi era già contemplata, anche se resta aperta la domanda sulle ragioni concrete che hanno reso necessario utilizzare un’ulteriore proroga.

C’è poi un altro particolare significativo: l’accordo avrebbe consentito al Robert Koch Institut di trasmettere anche risultati parziali, senza attendere necessariamente la conclusione dell’intero programma di analisi.

Questo significa che, almeno sul piano delle condizioni dell’incarico, non sarebbe indispensabile completare ogni singolo esame prima di comunicare eventuali riscontri già disponibili. Non risultano tuttavia, nel materiale diffuso, risultati parziali comunicati pubblicamente che permettano di individuare un alimento o un oggetto contaminato.

Oltre duecento reperti da analizzare: la ricerca della ricina nella casa

Il lavoro affidato al laboratorio di Berlino riguarda una quantità considerevole di materiali sequestrati durante l’inchiesta. Tra questi figurano alimenti prelevati dalla cucina della famiglia e oggetti d’uso quotidiano, oltre ai reperti raccolti durante i sopralluoghi effettuati nell’abitazione.

Le ricostruzioni indicano due distinte fasi di acquisizione del materiale: una immediatamente successiva alla tragedia, tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio, e una successiva durante l’estate, con nuovi prelievi alla fine di luglio.

Il complesso degli accertamenti comprende oltre settanta campioni alimentari e 131 ulteriori reperti, secondo il quadro delle analisi emerso dall’inchiesta.

L’obiettivo è verificare la presenza di ricina nei materiali esaminati, nella speranza di individuare una traccia che permetta di ricostruire la modalità dell’avvelenamento. Finora, però, non è arrivata una risposta conclusiva capace di identificare il possibile alimento contaminato o di chiarire come la tossina sia stata introdotta nell’abitazione.

Intanto la polizia cerca gli avanzi della cena finiti nei rifiuti

Mentre gli esperti tedeschi proseguono le analisi, la Squadra Mobile di Campobasso lavora su un altro fronte: la ricostruzione della sorte degli avanzi alimentari eliminati durante le festività natalizie.

Gli investigatori hanno ascoltato come testimone l’addetto alla raccolta dei rifiuti urbani di Pietracatella. L’audizione, durata circa mezz’ora, riguarda il percorso dei rifiuti domestici smaltiti nei giorni immediatamente precedenti alla tragedia. Al centro degli accertamenti ci sono anche le cozze portate a casa dopo un pranzo a Campobasso il 22 dicembre.

Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, aveva dichiarato di non ricordare con certezza se fossero state consumate in casa il 22 oppure il 23 dicembre, ma aveva indicato il 24 dicembre come giorno in cui sarebbero stati gettati gli eventuali residui e la vaschetta di plastica.

La testimonianza dell’operatore ecologico potrebbe aiutare a ricostruire le modalità della raccolta e la destinazione degli scarti. Non è però emerso che gli investigatori abbiano recuperato quei resti o che le cozze siano state identificate come veicolo della ricina.

Il Robert Koch Institut e la risposta che può cambiare l’inchiesta

Fondato nel 1891 e intitolato al batteriologo premio Nobel Robert Koch, l’istituto berlinese opera nell’ambito del sistema sanitario federale tedesco e dispone di competenze specialistiche nello studio degli agenti biologici pericolosi. Proprio per questo la Procura di Larino ha affidato ai suoi esperti una parte cruciale degli accertamenti sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

La nuova proroga lascia aperti due scenari differenti. Il laboratorio potrebbe aver bisogno di completare verifiche particolarmente complesse oppure aver incontrato difficoltà tecniche che hanno imposto tempi più lunghi. Allo stato attuale non esistono elementi pubblici sufficienti per scegliere tra queste spiegazioni.

Resta invece concreta la possibilità, prevista dalle condizioni dell’incarico, che gli specialisti trasmettano risultati parziali prima della conclusione di tutte le operazioni. È questo il punto sul quale si concentra ora l’attesa: capire se tra i reperti sequestrati esista già un riscontro utilizzabile dagli investigatori o se la ricerca della ricina debba proseguire senza indicazioni decisive.

La nuova scadenza del 30 novembre diventa così il prossimo riferimento temporale per una consulenza dalla quale dipende una parte essenziale dell’inchiesta. Dopo mesi di interrogatori, sopralluoghi e ricostruzioni dei pasti natalizi, manca ancora il dato scientifico capace di collegare la tossina a uno specifico alimento o oggetto presente nella casa delle due vittime.