Centoventimila posti di lavoro cancellati in nove mesi, con l’intelligenza artificiale indicata dalle aziende come responsabile. Non è più soltanto la previsione di qualche economista pessimista o lo scenario di un romanzo distopico: negli Stati Uniti le imprese hanno cominciato a quantificare quanto personale possono eliminare grazie agli algoritmi. E mentre licenziano migliaia di dipendenti, investono centinaia di miliardi di dollari proprio nelle tecnologie che promettono di ridurre ulteriormente il bisogno di lavoratori.
Secondo la società di consulenza Challenger, Gray & Christmas, dall’inizio del 2026 le aziende americane hanno attribuito all’intelligenza artificiale 120.136 tagli occupazionali, pari al 21% dei 573mila complessivamente annunciati. Nel 2025 i tagli riconducibili all’AI erano stati circa 55mila. In meno di un anno, dunque, il numero ha già superato il doppio di quello precedente.
La trasformazione coinvolge soprattutto i grandi gruppi tecnologici, ma ormai investe banche, assicurazioni, pubblica amministrazione e professioni intellettuali. Con una novità destinata a cambiare profondamente il mercato: non sono più soltanto gli operai a rischiare il posto per colpa delle macchine. Adesso l’algoritmo entra negli uffici, analizza documenti, elabora dati e svolge mansioni che fino a pochi anni fa richiedevano personale qualificato.
Microsoft, Amazon e Block: migliaia di dipendenti fuori, miliardi investiti nell’AI
La società di pagamenti Block, fondata da Jack Dorsey, ha annunciato oltre 4mila tagli, quasi metà del proprio organico. La motivazione dichiarata è esplicita: grazie all’intelligenza artificiale, l’azienda ritiene di poter svolgere più attività impiegando meno persone.
Anche Atlassian ha collegato i suoi 1.600 esuberi alla necessità di finanziare lo sviluppo dell’AI. HP ha previsto fino a 6mila riduzioni di personale, mentre Amazon ha annunciato 30mila tagli.
Microsoft, dopo aver comunicato 4.800 esuberi a luglio, offre adesso incentivi all’uscita volontaria ai dipendenti negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in India. La platea potenziale riguarda circa 60mila persone.
Il paradosso emerge dai bilanci degli investimenti. Microsoft prevede di destinare quest’anno 175 miliardi di dollari soprattutto a infrastrutture e intelligenza artificiale. Amazon punta a 220 miliardi, Meta fino a 145 miliardi.
Le aziende stanno quindi spostando una quantità enorme di risorse dal lavoro umano alle infrastrutture tecnologiche. Non tutti i licenziamenti derivano dalla sostituzione diretta di un dipendente con un algoritmo: in molti casi i gruppi riducono gli organici per finanziare nuovi investimenti, riorganizzare le attività e aumentare i margini.
La scure arriva in Europa: Barclays, Allianz e i tagli nella pubblica amministrazione
Anche il mercato europeo comincia a fare i conti con la trasformazione. Barclays prevede circa 5mila tagli, mentre Allianz Partners valuta una riduzione dell’organico fino a 1.800 persone.
In Italia, Intesa Sanpaolo programma 12.400 uscite, accompagnate da nuove assunzioni di giovani per circa metà del totale. Non si tratta di un piano interamente attribuibile all’intelligenza artificiale, ma si inserisce nel più ampio processo di riorganizzazione tecnologica del settore bancario.
Il caso più significativo sul fronte pubblico arriva dai Paesi Bassi. Il governo olandese punta a eliminare 25mila posti statali nell’arco di dieci anni, riducendo di un quinto il personale della pubblica amministrazione e risparmiando 3,5 miliardi di euro.
Nel 2027 l’esecutivo dovrà chiarire quale ruolo assegnerà all’intelligenza artificiale nel raggiungimento di questo obiettivo.
Manager, bancari e giovani: chi rischia di più
L’automazione non minaccia soltanto i lavori ripetitivi e meno qualificati. Secondo l’Ocse, tra le categorie maggiormente esposte all’intelligenza artificiale figurano anche manager e specialisti della finanza, professionisti che svolgono attività sempre più accessibili agli algoritmi.
La capacità dei nuovi sistemi di analizzare grandi quantità di informazioni, produrre documenti, elaborare valutazioni e automatizzare procedure sta modificando il valore economico di competenze che per decenni hanno garantito carriere e stipendi elevati.
Ma il dato forse più preoccupante riguarda i giovani che cercano di entrare nel mercato del lavoro.
Secondo uno studio di Stanford, negli Stati Uniti l’occupazione dei lavoratori tra i 22 e i 25 anni nelle professioni più esposte all’AI ha registrato una crescita inferiore del 19% rispetto a quella dei coetanei impiegati in attività meno esposte.
Il rischio non riguarda quindi soltanto chi possiede già un impiego e potrebbe perderlo. Riguarda anche le opportunità che le aziende potrebbero smettere di offrire a chi cerca il primo lavoro.
Il conto della rivoluzione tecnologica lo pagano i lavoratori
I numeri americani raccontano una trasformazione nella quale l’intelligenza artificiale assume contemporaneamente due ruoli: strumento per sostituire alcune attività umane e destinazione degli investimenti finanziati anche attraverso la riduzione del personale.
Le grandi imprese tecnologiche promettono maggiore produttività e nuovi modelli organizzativi, ma intanto comunicano licenziamenti e incentivano gli esodi. La stessa tecnologia che potrebbe creare nuove professioni sta già modificando le prospettive di occupazione in quelle esistenti.
Il nodo, per governi e imprese, riguarda la velocità di questo cambiamento. Le aziende possono introdurre nuovi strumenti in pochi mesi, mentre la formazione dei lavoratori, la riconversione professionale e la creazione di nuovi posti richiedono tempi assai più lunghi.
E la cifra di 120mila tagli attribuiti all’AI negli Stati Uniti indica che la trasformazione non riguarda più soltanto il futuro del lavoro. È già entrata nei piani industriali e nelle decisioni sul personale.







