«Mi è esplosa una bomba nella vita». Gianluca Rocchi rompe il silenzio dopo 129 giorni e racconta cosa gli ha lasciato addosso l’inchiesta che ha travolto il mondo arbitrale italiano, lo ha spinto prima all’autosospensione e poi alle dimissioni da designatore e ha fatto saltare quella che sembrava la sua naturale corsa verso la presidenza dell’Aia.
Lo fa in una lunga intervista concessa a Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport, dopo che la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del filone principale dell’inchiesta. Manca ancora la decisione del gip e resta aperto a Monza il procedimento relativo alle cosiddette «bussate», ma sul cuore dell’indagine i pm milanesi hanno concluso che gli elementi raccolti non consentono di sostenere l’accusa di un sistema strutturato per alterare le designazioni arbitrali.
Rocchi adesso presenta il conto, almeno quello umano. Non attacca frontalmente nessuno, ma racconta quattro mesi nei quali si è chiesto continuamente chi potesse volergli tanto male. E soprattutto respinge l’accusa che più ha avvelenato il calcio italiano: avere orientato le designazioni per favorire l’Inter o altre società.
«Ero diventato il mostro»: i 129 giorni dell’incubo di Rocchi
Il 25 aprile Rocchi scopre di essere indagato per concorso in frode sportiva. Da quel momento, racconta a Zazzaroni, la sua vita cambia completamente. «Mi è esplosa una bomba nella vita», dice. Poi arrivano le domande che lo accompagneranno per mesi: «Perché a me? Cosa ho combinato?».
Il racconto dell’ex designatore restituisce la dimensione personale del terremoto. Rocchi parla delle spiegazioni da dare ai figli, dei genitori, delle giornate improvvisamente vuote dopo anni trascorsi con il telefono acceso ventiquattr’ore su ventiquattro. Soprattutto racconta la sensazione di vedere crollare in poche ore la reputazione costruita in trentasei anni nel mondo arbitrale.
«Ero il mostro», ricorda nell’intervista. Un’etichetta che dice di non essere mai riuscito a comprendere: dopo avere costruito la propria carriera intorno ai concetti di correttezza e rettitudine, si è ritrovato improvvisamente rappresentato come «un mezzo delinquente».
Il passaggio più duro riguarda il vuoto successivo all’autosospensione. Rocchi racconta che ciò che aveva desiderato per anni, finalmente avere tempo per sé e per i figli, si è trasformato in una condanna. Le mattine senza lavoro, senza designazioni e senza quella macchina che aveva governato per anni diventano il simbolo della caduta: un tempo libero che invece di liberarlo gli ricorda continuamente ciò che ha perduto.
«Marotta? Mai sentito. Non ho mai favorito o maltrattato squadre»
Poi arriva il calcio. E qui Rocchi non lascia spazio alle sfumature.
Zazzaroni gli domanda direttamente se abbia mai sentito Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, uno dei nomi finiti inevitabilmente al centro del dibattito sull’inchiesta. La risposta è secca: «Mai». Rocchi aggiunge di non avere mai cercato rapporti con dirigenti delle società e ricorda di avere introdotto proprio per questo la figura del referee manager, incaricato di gestire i rapporti con i club.
L’ex designatore riconosce che le società hanno sempre protestato per gli arbitraggi e continueranno probabilmente a farlo. Ma traccia una linea che sostiene di non avere mai superato: «Non ho mai favorito o maltrattato squadre».
È il cuore della sua difesa pubblica e coincide con un punto decisivo della richiesta di archiviazione. La Procura di Milano ha ricostruito alcuni singoli episodi di interferenza, ma non ha trovato gli elementi necessari per sostenere l’esistenza di un sistema organizzato diretto a pilotare le designazioni e alterare le partite a favore dell’Inter.
Per mesi il sospetto aveva invece assunto dimensioni enormi. Designazioni pilotate, pressioni, arbitri graditi e sgraditi, rapporti tra dirigenti e mondo arbitrale: il materiale dell’inchiesta aveva alimentato il fantasma di una nuova Calciopoli. Adesso Rocchi vuole separare gli errori commessi nella gestione tecnica da ciò che considera un’accusa radicalmente diversa: avere manipolato il campionato.
Rocchi ammette l’errore più grande: «La linea del Var l’ho toppata»
Perché sugli errori Rocchi non cerca assoluzioni. E nell’intervista a Zazzaroni ne individua uno preciso. Il Var. «La linea del Var l’ho toppata», ammette. L’ex designatore riconosce di avere trasmesso un messaggio sbagliato nella scorsa stagione e oggi rovescia la filosofia adottata allora: meglio un intervento in più della tecnologia che uno in meno. Ammette anche un errore nella comunicazione di quella scelta.
È una distinzione sulla quale insiste: una cosa sono le decisioni tecniche discutibili, un’altra la frode sportiva. Rocchi non rivendica una gestione perfetta degli arbitri e del Var. Rivendica invece la propria onestà. Ed è proprio il confine che, secondo lui, il racconto pubblico dei mesi dell’inchiesta avrebbe cancellato troppo rapidamente.
Il sospetto della congiura e i nemici dentro il mondo arbitrale
Resta la domanda più velenosa: qualcuno voleva fare fuori Gianluca Rocchi? Zazzaroni gliela mette davanti ricordandogli anche un messaggio che lo stesso ex designatore gli aveva inviato nel momento più difficile: «E poi mi domando perché ce l’abbiano con me all’Aia!». Rocchi oggi evita di trasformare quel sospetto in un’accusa.
Ammette però di avere dei nemici. «Gente che si è sentita demansionata», spiega. In un ambiente nel quale promozioni, retrocessioni, carriere e designazioni dipendono inevitabilmente anche dalle valutazioni dei vertici tecnici, Rocchi riconosce di avere lasciato dietro di sé persone scontente. Ma non vuole parlare di complotto. «Non ci ho mai voluto credere», dice.
Il tema pesa anche perché, prima dell’esplosione dell’inchiesta, Rocchi rappresentava uno dei candidati più credibili per il futuro dell’Aia. L’indagine ha interrotto quella traiettoria e oggi l’ex designatore non sa ancora se e come potrà rientrare nel mondo al quale appartiene dalla fine degli anni Ottanta.
L’archiviazione chiesta dai pm e la partita che resta aperta
La vicenda giudiziaria, infatti, non si è ancora conclusa formalmente. I pm di Milano hanno chiesto l’archiviazione, ma serve ancora il provvedimento del gip. Inoltre resta il filone trasferito alla Procura di Monza sulle cosiddette «bussate», sul quale Rocchi evita di entrare nel merito proprio perché il procedimento risulta ancora aperto.
La richiesta di archiviazione milanese ha comunque segnato il primo vero momento di sollievo dopo mesi di accuse. Rocchi racconta di essersi ritrovato senza lavoro e senza identità, costretto a ricostruire anche la propria immagine pubblica.
E non nasconde una consapevolezza: una decisione giudiziaria difficilmente convincerà tutti. Il calcio vive di tifo, sospetti e memorie lunghissime. Ci sarà sempre qualcuno convinto che dietro una designazione si nascondesse qualcosa e qualcuno disposto a rileggere ogni telefonata alla luce della propria squadra.
Rocchi risponde con la frase sulla quale costruisce tutta la sua difesa: «So chi sono e come mi sono sempre comportato». Non parla di vendetta. A Zazzaroni dice di non avere conti da regolare e di non cercare rivincite. Chiede soltanto giustizia e la possibilità di tornare nel mondo arbitrale.
Dopo 129 giorni trascorsi, come racconta lui stesso, dentro un incubo, il problema adesso non è più soltanto capire come finiranno gli ultimi capitoli giudiziari. È capire quanto di Gianluca Rocchi sia sopravvissuto ad Arbitropoli e se il calcio italiano sia disposto a restituirgli il posto che sembrava destinato a occupare prima che quella «bomba» gli esplodesse nella vita.







