La guerra dei rapper, giustizia dopo trent’anni: condannato Keffe D per l’omicidio di Tupac, sei mesi dopo venne ucciso anche Notorious B.I.G.

Tupac Shakur

Ci sono voluti quasi trent’anni, una generazione intera di rapper e milioni di dischi venduti dopo la sua morte. Ma adesso l’omicidio di Tupac Shakur, uno dei delitti più celebri e misteriosi della storia della musica, ha finalmente un colpevole per la giustizia americana. Una giuria di Las Vegas ha riconosciuto Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, colpevole di omicidio di primo grado per avere organizzato l’agguato nel quale il rapper venne ferito mortalmente il 7 settembre 1996. Shakur morì sei giorni dopo: aveva appena 25 anni.

I giurati hanno impiegato meno di tre ore per arrivare al verdetto. Davis adesso rischia l’ergastolo e conoscerà la pena il prossimo 13 ottobre. Subito dopo la decisione della giuria, il giudice Carli Kierny ha ordinato che restasse in carcere senza cauzione. Lui ha già annunciato di voler presentare ricorso.

La sentenza mette un primo punto fermo dentro una storia nella quale per tre decenni si sono mescolati musica, gang, soldi, vendette e leggende. E riporta inevitabilmente indietro all’America degli anni Novanta, quando la rivalità tra East Coast e West Coast smise progressivamente di essere soltanto una guerra combattuta attraverso dischi e microfoni. Nel giro di sei mesi morirono i due simboli di quella stagione: prima Tupac, poi Christopher Wallace, The Notorious B.I.G., assassinato a Los Angeles nel marzo 1997. L’omicidio di Biggie resta ancora senza colpevoli.

La notte di Las Vegas e il pestaggio che accese la miccia

La ricostruzione dell’accusa parte dalla sera del 7 settembre 1996. Tupac si trovava a Las Vegas insieme a Marion “Suge” Knight, potentissimo fondatore della Death Row Records. All’MGM Grand avevano assistito all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon.

Poco dopo il match, all’interno dell’hotel, Tupac e alcuni uomini dell’entourage di Death Row aggredirono Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Keffe D e membro dei South Side Compton Crips. Le telecamere di sicurezza ripresero il pestaggio.

Secondo i pubblici ministeri, proprio quell’episodio innescò la rappresaglia. Davis avrebbe procurato una pistola e organizzato il gruppo che partì alla ricerca di Tupac e Knight. Quella notte quattro uomini viaggiavano su una Cadillac bianca. Davis sedeva davanti, sul lato del passeggero. A un certo punto individuarono la BMW con Tupac e Suge Knight, fecero inversione e la raggiunsero.

Poco dopo le 23, mentre la BMW si fermava a un semaforo vicino alla Strip, la Cadillac le si affiancò. Dal finestrino partirono numerosi colpi. Tupac riportò ferite gravissime al torace, al bacino e a un braccio. Knight rimase ferito più lievemente. Il rapper morì il 13 settembre.

Keffe D non sparò, ma per la giuria organizzò l’agguato

L’accusa non ha mai sostenuto che Davis abbia materialmente premuto il grilletto. Non ne aveva bisogno. La legge del Nevada consente infatti di considerare responsabile di un omicidio anche chi lo organizza, procura l’arma o contribuisce consapevolmente alla sua esecuzione. E secondo i pubblici ministeri Keffe D svolse esattamente quel ruolo: mise insieme gli uomini, procurò la pistola e partecipò alla caccia a Tupac dopo il pestaggio del nipote.

Per anni Davis ha indicato Orlando Anderson come l’uomo che avrebbe sparato dal sedile posteriore della Cadillac. Anderson negò sempre ogni coinvolgimento e morì nel 1998 in un’altra sparatoria tra gang. Il paradosso dell’intero processo è che, dopo decenni trascorsi dalla polizia a cercare testimoni disposti a parlare, il contributo più pesante alla condanna di Keffe D lo ha fornito proprio Keffe D.

A incastrarlo sono state soprattutto le sue parole

Davis aveva cominciato a raccontare particolari sull’omicidio già durante gli interrogatori con gli investigatori nel 2008 e nel 2009. Le particolari garanzie che accompagnavano quei colloqui complicavano però la possibilità di trasformare quelle dichiarazioni in prove utilizzabili direttamente contro di lui.

Poi Keffe D ha continuato a parlare. Ha raccontato la notte di Las Vegas nei documentari. Ne ha discusso durante le interviste. Nel 2019 ha pubblicato l’autobiografia Compton Street Legend. Ha descritto la Cadillac, il gruppo, la ricerca della BMW e il passaggio dell’arma verso il sedile posteriore.

In sostanza, per anni ha raccontato pubblicamente la storia che la Procura avrebbe poi usato contro di lui. La difesa ha provato a capovolgere questa debolezza sostenendo che Davis avesse gonfiato o addirittura inventato i racconti per costruirsi un personaggio, vendere libri e guadagnare notorietà. Spacconate da vecchio gangster, insomma, non confessioni. La giuria non gli ha creduto.

Tupac contro Biggie, quando il rap diventò una guerra

La morte di Tupac arrivò nel momento più feroce della rivalità tra le due grandi capitali dell’hip-hop americano. Da una parte la West Coast, Los Angeles, Death Row Records, Suge Knight e Tupac. Dall’altra la East Coast, New York, Bad Boy Records, Sean “Puff Daddy” Combs e Notorious B.I.G.

All’origine della guerra personale tra Tupac e Biggie ci fu soprattutto un altro agguato. Il 30 novembre 1994 Tupac entrò ai Quad Recording Studios di Manhattan e alcuni uomini lo rapinarono e gli spararono. Sopravvisse, ma si convinse che persone vicine a Biggie sapessero qualcosa dell’attacco. Notorious B.I.G. respinse sempre l’accusa. Da quel momento la rivalità esplose.

Tupac trasformò il rancore in musica e con “Hit ‘Em Up” firmò uno dei dissing più violenti e famosi della storia del rap. La guerra discografica si sovrappose progressivamente alle rivalità tra entourage, etichette e gang. Le provocazioni diventarono sempre più personali e l’industria musicale contribuì ad alimentare la contrapposizione tra le due coste. Poi arrivarono i morti.

Sei mesi dopo Tupac toccò a Notorious B.I.G.

Il 9 marzo 1997, appena sei mesi dopo la morte di Tupac, anche Notorious B.I.G. cadde sotto i colpi di un killer. Biggie aveva 24 anni e si trovava a Los Angeles. Dopo una festa organizzata in occasione dei Soul Train Music Awards, lasciò il locale a bordo di un Suv. Un’auto gli si affiancò a un semaforo. L’assassino aprì il fuoco e lo colpì ripetutamente. La dinamica ricordava inevitabilmente l’agguato a Tupac.

Da allora teorie, sospetti e ricostruzioni hanno collegato in mille modi i due delitti, senza che la giustizia sia mai riuscita a dimostrare definitivamente un unico disegno criminale dietro entrambe le esecuzioni. La condanna di Davis riguarda l’omicidio Shakur e non risolve quello di Biggie, che continua a rappresentare l’altra grande ferita aperta dell’hip-hop americano.

Trent’anni dopo resta la leggenda di Tupac

La sentenza contro Keffe D chiude almeno giudiziariamente una parte della storia. Non cancella però ciò che quella notte di Las Vegas rappresentò per la cultura popolare americana.

Tupac aveva soltanto 25 anni, ma aveva già costruito una carriera capace di sopravvivergli per decenni. Nei suoi testi convivevano rabbia, violenza, denuncia sociale, razzismo, povertà, vita delle gang e un’America nera che raramente trovava spazio nel racconto mainstream. Dopo la morte è diventato qualcosa di più di una star del rap: un’icona culturale continuamente riscoperta dalle generazioni successive.

Per quasi trent’anni, però, sopra quella leggenda è rimasta una domanda elementare: chi pagherà per la morte di Tupac?

Dal 31 agosto 2026 la giustizia americana ha finalmente una risposta. Duane “Keffe D” Davis non avrebbe sparato il colpo mortale, ma per una giuria del Nevada mise in moto la macchina della vendetta e fornì l’arma che trasformò una rissa tra gang nella notte in cui il rap americano perse uno dei suoi re. Il 13 ottobre saprà quanto gli costerà quella notte.