C’è una data che potrebbe aiutare a ricostruire la genesi della nuova battaglia giudiziaria sul delitto di Chiara Poggi: luglio 2022. Tre anni prima della riapertura dell’inchiesta su Andrea Sempio, qualcosa comincia a muoversi attorno agli atti del vecchio procedimento e, soprattutto, alle intercettazioni che la difesa di Alberto Stasi aveva chiesto senza riuscire a ottenerle.
A riportare l’attenzione su quel passaggio è la giornalista Rita Cavallaro, che ricostruisce l’arrivo a Pavia del pm Napoleone e la successiva consegna alla difesa di Stasi delle intercettazioni da parte dell’allora procuratore aggiunto Mario Venditti. La tesi di Cavallaro è pesante: proprio quelle conversazioni avrebbero consentito di scoprire elementi che non emergevano dalle carte dell’inchiesta del 2007. «In quella fase c’erano delle opacità», sostiene la giornalista. E aggiunge che le intercettazioni «avrebbero potuto rivelare quello che sulle carte non c’era».
Le intercettazioni che la difesa di Stasi aveva già chiesto
Il passaggio assume ancora più interesse alla luce di quanto accaduto negli anni successivi. La difesa di Stasi aveva già cercato di ottenere quel materiale prima dell’arrivo di Napoleone a Pavia. Nel luglio 2022 la situazione cambia e le intercettazioni finiscono finalmente nelle mani dei legali.
Non significa, naturalmente, che quel materiale dimostri da solo errori investigativi o possa cancellare una sentenza definitiva. Ma introduce una domanda precisa: che cosa contenevano quelle conversazioni e perché la difesa di Stasi attribuisce loro tanta importanza? Secondo Cavallaro, la risposta riguarda proprio le zone d’ombra della prima indagine. La giornalista arriva a sostenere che alcuni atti utilizzati nel procedimento non avrebbero rappresentato correttamente ciò che era realmente accaduto. Una posizione durissima, che investe inevitabilmente anche la condanna definitiva di Stasi. Su questo punto il fronte si divide radicalmente.
Biscotti: «L’indagine su Sempio mostra debolezza»
A contestare questa lettura è Valter Biscotti, avvocato del colonnello Gennaro Cassese, oggi coinvolto in un procedimento nato dalle dichiarazioni rese agli inquirenti. Biscotti sposta l’attenzione sulla nuova indagine contro Andrea Sempio e individua proprio negli ultimi accertamenti disposti dalla Procura un possibile punto debole dell’accusa.
«Ho visto raramente che dopo un 415-bis e la chiusura delle indagini preliminari di fatto si riaprono le indagini», osserva il penalista, che considera questa scelta «un chiaro e inequivocabile segno di debolezza dell’indagine della Procura».
È il nodo che accompagnerà le prossime settimane. I magistrati pavesi stanno completando nuove consulenze scientifiche prima della chiusura definitiva dell’inchiesta. Per la difesa di Sempio quegli approfondimenti dovranno produrre riscontri solidi; per Biscotti, invece, la necessità stessa di cercarne altri dimostrerebbe che il quadro costruito finora non basta.
La revisione della condanna di Alberto Stasi
Sul fondo resta la possibile richiesta di revisione della condanna di Alberto Stasi. Ed è qui che le due vicende finiscono inevitabilmente per incrociarsi. La difesa guidata da Antonio De Rensis e Giada Bocellari non ha ancora depositato l’istanza, mentre la Procura generale di Milano dovrà valutare l’eventuale presenza dei presupposti necessari per rimettere in discussione una sentenza ormai definitiva. Biscotti considera questa strada estremamente difficile e ricorda che una richiesta della difesa non comporta automaticamente l’apertura di un giudizio di revisione.
De Rensis ribalta invece il ragionamento e torna al cuore della strategia difensiva: secondo il penalista, nell’indagine originaria contro Stasi «non c’era nulla» che giustificasse la scelta di una strada processuale diversa dal rito abbreviato adottato all’epoca dal professor Angelo Giarda. Due letture opposte dello stesso fascicolo e, soprattutto, di quello che è accaduto dopo.
Il caso Cassese e i «non ricordo»
Dentro questa partita entra anche la posizione dell’ex investigatore Gennaro Cassese. La Procura sta verificando se alcuni suoi «non ricordo» durante l’interrogatorio rappresentassero autentiche dimenticanze oppure avessero natura dolosa. Il suo avvocato non lascia spazio a interpretazioni: «È un’ipotesi della Procura. Se proveranno il dolo nei suoi “non ricordo” andrà a processo e sarà condannato, ma ho fortissimi dubbi che questo accadrà». Anche questo filone riporta dunque l’attenzione sul lavoro investigativo svolto dopo l’omicidio del 13 agosto 2007 e sulle informazioni che gli uomini impegnati nelle prime indagini possedevano o ricordano oggi.
Il vero scontro è sugli atti del 2007
Al netto delle polemiche tra avvocati, il punto interessante sta quindi altrove. Il nuovo caso Garlasco si gioca sempre più sulla rilettura del vecchio caso Garlasco. Intercettazioni, verbali, reperti, testimonianze e procedure seguite nel 2007 vengono confrontati con ciò che emerge oggi. La domanda non riguarda soltanto Andrea Sempio e la solidità degli elementi raccolti contro di lui, ma anche quanto fosse completo il quadro consegnato ai giudici che arrivarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi.
La consegna delle intercettazioni alla difesa nel luglio 2022 diventa così un passaggio da ricostruire con attenzione. Per Rita Cavallaro proprio lì cominciarono a emergere informazioni rimaste fuori dalle carte. Per chi difende la solidità del vecchio processo, invece, nessuna rilettura giornalistica o investigativa può cancellare il dato fondamentale: Stasi resta condannato in via definitiva e una revisione deve ancora superare ostacoli giudiziari molto alti.
Il vero terreno dello scontro non è dunque una lite televisiva. Sono gli atti. E soprattutto quello che contengono, quello che non contenevano e ciò che, diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, gli investigatori stanno ancora cercando di capire.







