Non sono bastati neppure sette giorni dal lancio ufficiale per veder affiorare le prime crepe nel tempio del nuovo pensiero economico continentale. Il Rhine Group, il pensatoio ad altissimo tasso strategico varato a fine agosto da Mario Draghi insieme a Patrick Collison per tradurre in riforme concrete le ricette sulla competitività UE, deve già fare i conti con un malumore strisciante che arriva proprio dal cuore del potere finanziario italiano.
Negli ambienti della finanza nostrana che contano, la presenza di due figure divisive nel ristretto comitato guida del pensatoio sta provocando più di un mal di pancia. I cosiddetti Draghi Boys, ovvero la pattuglia di storici tecnocrati ed esponenti dell’establishment tradizionalmente legati all’ex presidente del Consiglio, avrebbero recapitato direttamente a Draghi un messaggio chiaro: l’inclusione di certi profili rischia di compromettere la reputazione e l’impeccabile profilo istituzionale del laboratorio politico-economico.
I due profili nel mirino
A far insorgere l’ala ortodossa è la presenza di due capitani d’industria e della finanza lontanissimi dai canoni del classicismo bancario.
Il primo è Andrea Pignataro, il fondatore di ION Group che negli ultimi anni si è preso il controllo di snodi nevralgici del sistema dati e bancario italiano, da Cedacri a Cerved. Pignataro incarna un modello di potere che spaventa i salotti tradizionali: un’impenetrabile riservatezza mediatica, una struttura societaria con cassaforti estere e un’espansione aggressiva sostenuta a gran forza dal debito. Elementi che, agli occhi della vecchia guardia, ne fanno una figura troppo sfuggente per assurgere a guida morale ed economica dell’Europa.
L’altro nome spina nel fianco è quello di Xavier Niel, il vulcanico creatore del colosso Iliad e simbolo dell’imprenditoria di rottura nelle telecomunicazioni. Sebbene la sua carica innovativa si sposi, in linea teorica, con le ambizioni del Rhine Group, a far discutere i puristi è un precedente penale risalente al 2004, quando il finanziere francese rimase coinvolto in una vicenda giudiziaria legata all’azionariato di alcuni peep show (locali per adulti, dove si assiste a spettacoli di carattere erotico da piccole cabine individuali) culminata con una condanna a due anni con la condizionale. Un capitolo vecchio di vent’anni e ampiamente riscattato da una brillante carriera, che tuttavia l’ortodossia tecnocratica non esita a riesumare pur di tutelare la blindatura etica dell’organismo.
Pragmatismo contro ortodossia
Il contrasto riflette una visione di fondo assai diversa. Per Mario Draghi e la dirigenza del think tank, che conta oltre cinquanta menti eccelse tra economisti, premi Nobel, accademici e direttori di testate internazionali come il Financial Times, la presenza di profili d’assalto come Pignataro e Niel è indispensabile per infondere pragmatismo e scuotere un’Unione Europea troppo spesso bloccata dalla burocrazia.
Per il salotto buono italiano, al contrario, si tratta di un azzardo d’immagine che potrebbe prestare il fianco a facili attacchi. L’incognita ora è se questi attriti sottotraccia rimarranno semplici mormorii da corridoio o se finiranno per minare la coesione di un pensatoio nato per correre, ma costretto fin da subito a destreggiarsi tra le gelosie dell’establishment.







