Naza, l’intervista ai registi Yuval Abraham e Rachel Szor: dalle 24 testimonianze anonime all’inquietante sistema “Where is Daddy?”

Yuval Abraham e Rachel Szor

«Naza non racconta nulla di nuovo», si apre così l’intervista ai registi di “Naza” – Yuval Abraham e Rachel Szor che spiegano all’Odeon Blog la genesi del loro documentario, premiato con il Premio Speciale della Giuria. Ma il film vuole andare oltre le immagini già conosciute della guerra a Gaza: attraverso 24 testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana, i due registi cercano di ricostruire i meccanismi di targeting e sorveglianza utilizzati nel conflitto.

Naza, perché Yuval Abraham e Rachel Szor hanno fatto il film

L’inchiesta alla base di “Naza” è iniziata dopo il 7 ottobre 2023 ed è durata tre anni. Il lavoro è stato realizzato con una squadra di reporter e i registi ci tengono sempre a ribadire che è stato anche frutto della collaborazione con The Guardian e giornalisti palestinesi. Alla domanda sul motivo che li ha spinti a realizzare il documentario, Yuval Abraham risponde: “Naza non racconta nulla di nuovo, molte cose sono già note: bambini uccisi, case bombardate, ma volevamo mostrare il meccanismo nascosto e negato” .

Il giornalista ha spiegato: “No other land ci ha svelato il potere del cinema di raggiungere un numero enorme di persone e di dire cose che la stampa non può dire. L’ indagine giornalistica è iniziata subito dopo l’attacco del 7 ottobre. Con il grande beneficio del tempo a disposizione per creare i contatti e ottenere la fiducia degli intervistati”.

Poi arriva una delle accuse più dure rivolte dal regista al sistema mediatico israeliano: “In Israele la maggioranza dei media, tranne qualche rara eccezione, ha tradito la professione. Viviamo in una società dove la stampa ha smesso di fare domande, non chiede cosa sta succedendo. O, ancora peggio, si muove per alimentare l’odio e il massacro. Per noi invece è importante fare domande”.

Le 24 voci anonime di “Naza”

Per proteggere gli intervistati, i volti sono oscurati e le voci alterate. Le conversazioni vengono filmate di notte sui tetti di Tel Aviv. La scelta, raccontano i registi, inizialmente li preoccupava. Poi è diventata parte della forza del film. “Perché le interviste avessero valore, avevamo bisogno di grossi numeri. Abbiamo avvicinato più persone. Non tutti hanno detto sì. Ma quando siamo arrivati a 24 persone disponibili a parlare, ci è sembrato di aver raggiunto un numero sufficientemente grande.” – spiegano i registi Yuval Abraham e Rachel Szor. Invece sulla decisione di rinunciare ai volti dicono: “All’inizio ci preoccupava fare un film dove non si vedono i volti. Il cinema è immagine. Ed invece sono state le voci a diventare potenti.”

Il sistema inquietante “Where is Daddy?”

Tra i passaggi più forti dell’intervista c’è quello dedicato a uno dei sistemi descritti nel documentario: “È stato scioccante scoprire come l’IDF riesca a colpire le persone direttamente nelle loro case, attraverso i telefoni. All’inizio non avevamo piena conoscenza del sistema Where is daddy? quando lo abbiamo scoperto è stato uno shock.”

Secondo la ricostruzione proposta nel film, il sistema consentirebbe di individuare il momento in cui un determinato obiettivo rientra nella propria abitazione. “Naza” collega questo meccanismo al problema delle vittime civili, mostrando anche il ruolo attribuito dai registi a sorveglianza, intercettazioni, algoritmi e intelligenza artificiale nelle operazioni di targeting.

Le accuse contenute nel documentario sono state contestate dall’esercito israeliano, che ha respinto diverse ricostruzioni del film e ha sostenuto che alcune testimonianze non rifletterebbero correttamente le procedure di targeting.

«Nelle zone di annientamento spariamo a chiunque»

È uno dei passaggi che, secondo Yuval Abraham, ha avuto l’impatto emotivo maggiore. “È stato devastante” dice Yuval. “Sentir dire: nelle zone di annientamento spariamo a chiunque, non importa se ha una bandiera bianca o se è un bambino. Sentirlo dire da una persona che parla l’ebraico che è la mia lingua, che ha la mia età, una persona che potrei incontrare la sera in un bar.”

Il film mette così al centro non soltanto le tecnologie militari, ma anche il linguaggio utilizzato per descrivere le vittime civili. Il termine Naza, spiegano i materiali dedicati al documentario, viene utilizzato nel film in riferimento alla stima delle possibili vittime collaterali.

Cosa succede alla società israeliana?

Durante l’intervista all’Odeon Blog emerge anche un altro tema: il rapporto tra ciò che raccontano i 24 testimoni e la società civile israeliana. Alla domanda sul perché nel film non venga dato maggiore spazio alla popolazione, i registi rispondono sottolineando quanto, a loro giudizio, sia ridotta la parte della società che affronta pubblicamente questo tema: “Ci sono altre persone come noi ma siamo un piccolo gruppo. Una minoranza insignificante. ”

È una delle affermazioni che restituiscono meglio la posizione dei due autori: “Naza” non è un sondaggio dell’opinione pubblica israeliana, è invece un’inchiesta costruita attorno alle testimonianze di persone che dichiarano di aver avuto accesso diretto ai meccanismi raccontati nel film.

«Evitare la pace»: la frase che chiude il cerchio

Nell’intervista Abraham insiste anche sulle responsabilità politiche che, secondo la sua lettura, precedono e accompagnano il conflitto. Yuval afferma: “Alla radice del 7 ottobre ci sono i governi che si sono succeduti per 20 anni lottando contro la pace”. Il regista cita poi una delle testimonianze presenti nel documentario: “Noi siamo il livello più alto. Sopra di noi non c’è nessuno.” Alla domanda sulla funzione di quel livello di comando, la risposta riportata dai registi è: “Evitare la pace.”

Yuval Abraham collega questa affermazione alla propria idea di responsabilità individuale: “Se il tuo Paese si macchia di crimini è tua responsabilità morale dirlo. E se hai accesso alle informazioni è tuo dovere renderle note. Ognuno ha il dovere morale di farlo dalla propria posizione, dal proprio lavoro.”

Naza e l’Italia

Uno degli obiettivi dichiarati dai registi è portare Naza davanti al pubblico internazionale. Dopo Venezia, il film è arrivato anche in Italia con la distribuzione di I Wonder Pictures. Durante l’intervista Abraham parla direttamente del ruolo dell’Italia: “L’Italia è importante. Ha una grossa leva da usare”. Poi aggiunge: “Non è una questione di destra o di sinistra. Chiediamo all’Italia di applicare le sanzioni. È una questione di decenza umana.”

Le parole riflettono la posizione politica dei registi e la loro richiesta alle istituzioni italiane ed europee di esercitare pressione sul governo israeliano.

L’impatto politico

C’è infine una domanda sul possibile impatto politico del documentario in Israele e sulla possibilità che Naza produca un effetto paragonabile allo scandalo Watergate. La risposta di Abraham è netta: “Il muro della negazione in Israele è molto spesso. Ci vorranno anni per penetrarlo. Non voglio sottovalutare il potere del nostro film, ma la morte dei palestinesi non è un tema elettorale.”

Una frase che sintetizza l’ambizione e, contemporaneamente, i limiti che i due registi attribuiscono al proprio lavoro: il film può mostrare, documentare e porre domande, ma non necessariamente cambiare in tempi brevi la percezione di una società.

Dunque “Naza” prova a fare esattamente questo: portare sullo schermo testimonianze anonime e ricostruzioni giornalistiche su ciò che i suoi autori descrivono come un sistema di targeting e controllo. Il resto, sostengono Yuval Abraham e Rachel Szor, spetta al pubblico.

La reazione nelle sale italiane

Intanto nelle sale italiane viene proiettato “Naza”, accolto da sale sempre piene. Il momento più inquietante è quando arrivano i titoli di coda, il silenzio che cala in sala è agghiacciante. Il film scuote le coscienze e inevitabilmente costringe ognuno di noi a fermarsi, ascoltare e confrontarsi con ciò che accade nel nostro stesso mondo, mentre la nostra vita continua, lontano da quella realtà, nelle nostre città italiane.