Transizione energetica a rilento, 150 GW bloccati dai veti incrociati tra Regioni e Ministeri

Energie Rinnovabili 4

La dipendenza dalle forniture estere di energia è sempre più un problema. I progetti ci sono ma la burocrazia blocca e rallenta gli iter procedurali. Le pratiche ferme sono oltre 4mila e 200 . Il costo delle bollette pagato da famiglie ed imprese è divenuto esorbitante. Sulle tariffe applicate in Italia pesa il carico della produzione oltre confini.

I numeri del blocco: 150 GW fermi

Il problema principale del sistema energetico italiano non risiede nella mancanza di capitali, tecnologie o progetti. Bensì nella limitata capacità amministrativa di completare gli iter autorizzativi. Attualmente, oltre 4.200 impianti, equivalenti a circa 150 gigawatt di potenza, risultano bloccati nelle procedure di autorizzazione. Si tratta 90 Gw di fotovoltaico (3.000 progetti) e 57 Gw di eolico (1.200 progetti). Di questa quota, più di 55 Gw sono fermi a livello regionale. Circa 23 gigawatt di impianti per l’energia solare sono a uno stato avanzato dell’iter: hanno ottenuto la Valutazione di impatto ambientale e ora attendono l’Autorizzazione unica. Il ritmo a cui questi progetti ottengono le autorizzazioni è di circa 10 gigawatt all’anno.

C’è richiesta e le pratiche si accumulano. I tempi medi per completare l’iter superano abbondantemente la soglia massima di 24 mesi stabilita dalla direttiva europea RED III. Nel frattempo, la coda dei progetti continua ad allungarsi: ogni anno vengono presentate nuove domande per un volume compreso tra 10 e 30 Gw, a fronte di un tasso di smaltimento decisamente inferiore.

Il caso dell’eolico e la “bolla” delle richieste a Terna

Il divario tra domande e approvazioni appare particolarmente marcato nel comparto eolico. Dei 1.200 impianti eolici attualmente in fase di autorizzazione, soltanto 200 si trovano in uno stato procedurale avanzato. Il ritmo medio di autorizzazione per l’eolico si attesta a poco più di 1 Gw all’anno, a fronte di nuove richieste annuali pari ad almeno 9-10 Gw.

Ad aggravare l’intasamento contribuisce un meccanismo legato alle richieste di connessione alla rete elettrica gestita da Terna. Gli operatori che presentano un progetto richiedono la connessione alla rete, la quale viene valutata da Terna esclusivamente sotto il profilo tecnico, senza imporre impegni finanziari significativi alle aziende. Poiché la percentuale di progetti che rischia di fallire durante l’iter autorizzativo è molto elevata, le imprese tendono a presentare molteplici progetti contemporaneamente o alternativi tra loro per tutelarsi. Questo comportamento genera una vera e propria “bolla” di progetti sulla carta, che ingolfa il sistema senza corrispondere a impianti effettivamente destinati alla realizzazione.

La giungla procedurale e la paralisi istituzionale

L’iter autorizzativo standard prevede due passaggi fondamentali: la Valutazione di impatto ambientale, volta a verificare la compatibilità ecologica dell’opera, e la successiva Autorizzazione unica, che accorpa tutti gli altri aspetti tecnici e amministrativi. Nella pratica, tuttavia, il percorso si articola in una stratificazione di competenze che genera frequenti stalli.

I principali ostacoli istituzionali si registrano su due fronti. Con la riforma del Titolo V della Costituzione, lo Stato ha perso la possibilità di decidere in modo pienamente vincolante sulle infrastrutture energetiche strategiche. Le Regioni hanno così un ruolo determinante e spesso decisivo. In Sardegna, ad esempio, la Regione ha impresso una svolta fortemente restrittiva sulle autorizzazioni di nuovi progetti. Arrivando allo scontro diretto con il governo centrale. Poi ci sono i veti delle Soprintendenze che intervengono a tutela del paesaggio e bloccano numerosi progetti, in particolare per i parchi eolici, anche a fronte di una Via favorevole. Quando la Soprintendenza esprime parere negativo, l’unico modo per superare il blocco è un intervento diretto del Consiglio dei Ministri.

Le proteste nei Comuni

A livello territoriale, lo stallo è alimentato dalle proteste dei comitati locali e dei cittadini che non voglio impianti vicino casa. I residenti pagano in termini di impatto visivo e consumo del suolo mentre i benefici economici vengono distribuiti su scala nazionale: pagano la media del prezzo elettrico nazionale anziché un prezzo locale. Un adeguamento alla normativa europea per consentire una differenziazione locale dei prezzi elettrici, sostengono gli esperti, permetterebbe di creare un beneficio economico diretto. Un semplice intervento normativo consentirebbe di superare le resistenze territoriali. Finché i nodi burocratici, istituzionali e di mercato non verranno sciolti, la transizione energetica italiana e il percorso verso la sovranità energetica continueranno a procedere con il freno a mano tirato.