Donald Trump dichiara guerra ai formaggi italiani e mette nel mirino Parmigiano, Asiago, Gorgonzola, Provolone e altre eccellenze dell’agroalimentare nazionale. L’amministrazione americana vuole permettere ai produttori statunitensi di utilizzare liberamente nomi che l’Europa tutela attraverso il sistema delle denominazioni d’origine. Una strategia che spalanca le porte alle imitazioni come il Parmesan e minaccia un settore che vale miliardi di euro di esportazioni.
Washington non si accontenta più di tollerare le imitazioni dei prodotti europei sul proprio mercato: vuole imporre il principio dei «nomi comuni» anche negli accordi commerciali con altri Paesi, permettendo alle aziende statunitensi di esportare prodotti che sfruttano la reputazione gastronomica italiana.
Parmigiano, Gorgonzola e Asiago: Trump mette le mani sui nomi dei formaggi italiani
Il sistema europeo delle Dop e delle indicazioni geografiche protegge prodotti che rispettano disciplinari rigorosi e mantengono un legame preciso con il territorio d’origine.
Gli Stati Uniti, invece, considerano diverse denominazioni alimentari parte del linguaggio commerciale comune. È il caso di Parmesan, ma la controversia coinvolge anche Asiago, Gorgonzola, Provolone e Bologna, nome che gli americani utilizzano per una tipologia di insaccato.
La differenza è sostanziale: riconoscere una denominazione come generica permette a qualsiasi produttore di utilizzarla senza rispettare le regole europee sull’origine e sulla lavorazione.
Per le aziende italiane significa affrontare concorrenti che vendono prodotti diversi sfruttando nomi e tradizioni che hanno costruito la reputazione del Made in Italy.
Farm Act e Safety Bill: le armi commerciali di Washington
L’amministrazione Trump porta avanti questa strategia anche attraverso iniziative legislative come il Farm Act e il cosiddetto Safety Bill: il primo ha già ottenuto l’approvazione, mentre il secondo affronta ancora il percorso parlamentare.
L’obiettivo è rafforzare il diritto delle aziende americane a utilizzare denominazioni che l’Unione europea riserva ai produttori delle rispettive aree geografiche.
A guidare l’offensiva commerciale è Jamieson Greer, rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, che punta a inserire il riconoscimento dei nomi generici anche negli accordi bilaterali con altri Paesi.
La strategia potrebbe compromettere la tutela delle produzioni europee sui mercati internazionali, dove le regole dipendono dalle legislazioni nazionali e dagli accordi tra governi.
Formaggi italiani: il caso Argentina e lo scontro con il Mercosur
Uno dei fronti più delicati riguarda l’Argentina. Washington cerca di ottenere da Buenos Aires il riconoscimento di alcune denominazioni italiane come nomi comuni, nonostante gli impegni sulla tutela delle indicazioni geografiche che accompagnano gli accordi tra Unione europea e Mercosur.
Il rischio è una sovrapposizione di obblighi commerciali incompatibili, con aziende americane ed europee che rivendicano diritti differenti sugli stessi nomi.
La controversia coinvolge anche altre specialità europee, dai prodotti francesi a quelli spagnoli, e minaccia di trasformarsi in uno scontro commerciale ben più ampio.
Formaggi italiani, la Wipo e le lobby americane del cibo
Il 15 ottobre, durante una visita a Roma, Daren Tang, direttore generale della Wipo, l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, ha sostenuto, secondo Fubini, che denominazioni come Asiago e Gorgonzola non godono di una protezione universalmente riconosciuta.
Una posizione che evidenzia il conflitto tra l’approccio americano e le norme europee, che invece garantiscono la tutela delle denominazioni d’origine all’interno dell’Unione e nei Paesi con i quali Bruxelles ha concluso specifici accordi.
A sostenere gli interessi dell’industria alimentare statunitense contribuisce anche la Common Food Names Initiative, associazione che difende l’utilizzo dei nomi considerati generici, soprattutto nel settore lattiero-caseario.
Fubini sottolinea inoltre i legami tra alcune grandi aziende alimentari e la politica americana. Una battaglia che coinvolge finanziatori di Trump, ma sulla quale anche i democratici condividono molte delle posizioni dell’industria nazionale.
Il Made in Italy rischia grosso. E Meloni?
L’Italia vanta quasi novecento denominazioni agroalimentari tutelate, un patrimonio economico e culturale che alimenta esportazioni miliardarie e sostiene migliaia di imprese.
La strategia americana colpisce proprio questo patrimonio, perché permette ai concorrenti di sfruttare nomi che i consumatori associano alla qualità e alla tradizione italiana.
La questione chiama direttamente in causa Giorgia Meloni, che coltiva un rapporto politico privilegiato con Donald Trump ma deve anche difendere gli interessi delle aziende italiane.
E qui nasce il paradosso: mentre il governo italiano celebra il Made in Italy e promette di proteggerlo dalle imitazioni, l’alleato americano cerca di aprire nuovi mercati proprio ai prodotti che ne sfruttano i nomi.







