Trenta miliardi di euro per mettere le mani sulla cassaforte finanziaria della famiglia Del Vecchio. Ma Leonardo Maria Del Vecchio non ci sta e respinge l’offerta del miliardario ceco Michal Strnad, proprietario di un impero industriale nel settore degli armamenti. In gioco non c’è soltanto il controllo di EssilorLuxottica, il colosso mondiale dell’occhialeria fondato dal padre Leonardo, ma anche partecipazioni strategiche in Generali, Monte dei Paschi di Siena e UniCredit. Un patrimonio il cui valore viene stimato intorno ai 40 miliardi di euro e che Strnad vorrebbe acquistare con uno sconto di circa il 30%.
La proposta arriva in un momento particolarmente delicato per Delfin, la holding lussemburghese che custodisce l’eredità industriale e finanziaria del fondatore di Luxottica. Gli otto eredi sono da tempo alle prese con difficoltà nel trovare un accordo sulla gestione delle partecipazioni, mentre alcuni vorrebbero poter monetizzare le proprie quote. È proprio su questa situazione di stallo che punta l’imprenditore ceco, pronto a offrire una via d’uscita miliardaria. Ma Leonardo Maria Del Vecchio mette un paletto: «Il lavoro di una vita di mio padre deve restare un patrimonio dell’Italia».
L’offerta da 30 miliardi: chi è Michal Strnad e cosa vuole comprare
A tentare la scalata a Delfin è Michal Strnad, 34 anni, imprenditore ceco alla guida di Czechoslovak Group (CSG), un conglomerato industriale attivo soprattutto nella difesa e nella produzione di armamenti.
La proposta sarebbe stata formalizzata attraverso una lettera di cinque pagine, arrivata nei giorni scorsi all’amministratore delegato di Delfin, Romolo Bardin, e successivamente trasmessa agli azionisti della holding.
Sul tavolo ci sarebbero 30 miliardi di euro per il 100% del capitale. Strnad si sarebbe comunque dichiarato disponibile ad acquistare anche una partecipazione di almeno il 62,5%, corrispondente a cinque delle otto quote in cui è suddivisa la proprietà.
L’obiettivo è acquisire il controllo di una delle più importanti holding finanziarie europee, che attraverso le proprie partecipazioni esercita un’influenza significativa non soltanto nell’industria dell’occhialeria, ma anche nel sistema bancario e assicurativo italiano.
L’operazione avrebbe una portata enorme. Delfin detiene infatti circa il 32% di EssilorLuxottica, il 10% di Generali, il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena e il 2,8% di UniCredit.
Un insieme di partecipazioni che rende la holding molto più di una semplice cassaforte familiare.
Leonardo Maria Del Vecchio dice no: «Mio padre ha costruito tutto partendo dal nulla»
La risposta di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata attraverso una nota nella quale il quartogenito del fondatore di Luxottica ha rivendicato il valore industriale, storico e nazionale dell’eredità paterna.
«Come socio di Delfin, sono stato informato nei giorni scorsi dell’offerta pervenuta da un finanziere straniero, oggi resa pubblica», ha spiegato.
Poi il riferimento diretto al padre, scomparso nel 2022, e al percorso imprenditoriale che lo portò a costruire uno dei maggiori gruppi mondiali dell’occhialeria.
«Per anni ho lavorato con un solo obiettivo: fare in modo che quello che mio padre ha costruito in una vita, partendo dal nulla e con le sole sue mani, non finisse lontano dalla sua storia e dal suo Paese».
Una dichiarazione che assume il significato di un’opposizione politica e industriale alla proposta di Strnad, pur senza trasformarsi in un giudizio sulle capacità dell’imprenditore ceco.
Per Leonardo Maria Del Vecchio, il problema non è soltanto il prezzo offerto, ma la prospettiva che il controllo di un patrimonio costruito in Italia possa passare nelle mani di un investitore straniero.
«EssilorLuxottica non è un asset qualsiasi»: il richiamo ad Agordo
Il passaggio più significativo della nota riguarda proprio EssilorLuxottica, il gruppo nato dall’integrazione tra Luxottica ed Essilor e diventato un protagonista globale del settore ottico.
«EssilorLuxottica non è soltanto un’azienda. È l’unico vero campione italiano nel mondo, la prova di cosa diventa il Made in Italy quando talento, lavoro e visione camminano insieme», sostiene Leonardo Maria Del Vecchio.
Il richiamo è soprattutto alla storia dell’impresa fondata dal padre, che da una piccola attività manifatturiera riuscì a costruire un gruppo internazionale.
«Dietro quel nome ci sono le persone che lo hanno reso grande, dal cuore battente di Agordo a ogni angolo del mondo. Non può essere trattata come un asset qualsiasi».
Agordo, in provincia di Belluno, rappresenta uno dei luoghi simbolo della storia industriale di Luxottica. È da lì che l’azienda ha sviluppato una parte fondamentale del proprio percorso produttivo e imprenditoriale.
Per il figlio del fondatore, quindi, la proprietà di EssilorLuxottica non può essere considerata soltanto una partecipazione finanziaria da vendere al miglior offerente. La società rappresenta anche una storia industriale, occupazionale e familiare che, a suo giudizio, deve continuare a mantenere un forte legame con l’Italia.
Generali, Mps e UniCredit: perché Delfin è una cassaforte strategica
Il nodo non riguarda soltanto l’occhialeria. Attraverso Delfin, gli eredi Del Vecchio possiedono quote rilevanti in alcuni dei principali gruppi finanziari italiani.
La holding è infatti presente nel capitale di Assicurazioni Generali, Monte dei Paschi di Siena e UniCredit, con partecipazioni che possono avere un peso significativo negli equilibri societari.
È proprio questo aspetto a preoccupare Leonardo Maria Del Vecchio, che nella sua dichiarazione richiama esplicitamente l’interesse nazionale.
«Ma la questione riguarda tutto il Paese. Attraverso Delfin, la mia famiglia detiene partecipazioni rilevanti nel sistema bancario e assicurativo italiano. Sono presidi che devono restare stabili, trasparenti e al servizio delle istituzioni e dei risparmiatori italiani».
Il passaggio è particolarmente importante perché sposta il dibattito dal conflitto tra eredi alla possibile trasformazione degli assetti proprietari di società che occupano posizioni centrali nell’economia italiana.
L’acquisizione di Delfin da parte di Strnad comporterebbe infatti un cambiamento indiretto del soggetto che controlla queste partecipazioni, con conseguenze da valutare anche sul piano regolamentare.
«Bisogna chiarire da dove arrivano i soldi»: il nodo dei finanziamenti
Leonardo Maria Del Vecchio solleva anche una questione sulla struttura finanziaria dell’operazione.
«Davanti a un’operazione di questa portata, è doveroso che la provenienza e la struttura dei fondi siano chiare, verificabili e sottoposte al pieno vaglio delle autorità competenti», afferma.
Il punto riguarda la capacità di Strnad di finanziare un’acquisizione da 30 miliardi di euro.
Secondo le stime patrimoniali riportate nelle ricostruzioni dell’operazione, la fortuna personale dell’imprenditore ceco ammonterebbe a circa 13,9 miliardi di dollari, in larga parte legati alle sue partecipazioni societarie.
Per completare un investimento di questa portata sarebbe quindi verosimilmente necessario ricorrere a finanziamenti bancari, partner industriali o investitori finanziari.
Al momento, secondo le informazioni disponibili, non sono stati chiariti tutti i dettagli relativi agli eventuali soggetti che contribuirebbero al finanziamento dell’offerta.
La richiesta di trasparenza avanzata da Leonardo Maria Del Vecchio non equivale a un’accusa di irregolarità, ma richiama la necessità di verifiche approfondite su un’operazione che coinvolgerebbe partecipazioni di particolare rilievo.
Un’offerta a prezzo di saldo? Il patrimonio vale circa 40 miliardi
Un altro ostacolo riguarda il prezzo.
Strnad avrebbe valutato Delfin applicando uno sconto di circa il 30% rispetto al valore patrimoniale netto, il cosiddetto Net Asset Value (Nav).
In sostanza, il miliardario ceco sarebbe disposto a pagare 30 miliardi per una holding il cui patrimonio, secondo le valutazioni riportate, vale almeno 40 miliardi.
Lo sconto sarebbe giustificato, nella logica dell’offerta, dalle caratteristiche della società, dalle difficoltà di liquidare le partecipazioni e dai vincoli che limitano la libertà degli azionisti di disporre delle proprie quote.
La differenza economica è però considerevole: circa 10 miliardi di euro tra il valore stimato degli asset e il prezzo proposto.
È uno degli elementi che potrebbero rendere difficile convincere tutti gli eredi ad accettare l’operazione, anche se alcuni di loro fossero interessati a ottenere rapidamente liquidità.
Gli otto eredi e lo statuto che blocca tutto
La proposta di Strnad si inserisce in una situazione societaria particolarmente complessa.
Delfin è controllata dagli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, ciascuno titolare di una partecipazione nella holding. La gestione dell’eredità ha però evidenziato negli ultimi anni divergenze sulle strategie e sulle modalità di amministrazione del patrimonio.
Uno dei principali problemi riguarda i vincoli previsti dallo statuto, che limitano la possibilità di trasferire liberamente le quote e di utilizzarle come garanzia per ottenere finanziamenti bancari.
Per alcuni eredi questo significa possedere un patrimonio di enorme valore senza poterlo trasformare facilmente in liquidità.
È proprio su questa difficoltà che potrebbe fare leva Strnad, offrendo agli azionisti interessati una possibilità di uscita immediata.
Ma esiste un ostacolo decisivo: lo statuto di Delfin prevede un quorum dell’88% per determinate modifiche, una soglia che, con l’attuale distribuzione delle quote, rende necessario il consenso di tutti gli otto eredi.
Anche se cinque azionisti accettassero di vendere il proprio 62,5%, quindi, non sarebbe sufficiente per realizzare l’operazione senza modificare preventivamente le regole societarie.
Strnad avrebbe infatti subordinato la propria proposta proprio a un cambiamento dello statuto e all’eliminazione del quorum che oggi impedisce una cessione di questo tipo.
Il piano alternativo di Delfin: comprare le quote degli eredi che vogliono uscire
La holding starebbe valutando anche una soluzione interna per superare lo stallo.
L’amministratore delegato Romolo Bardin sarebbe al lavoro su un progetto di riacquisto da parte di Delfin di una quota fino al 25% del proprio capitale.
Un’operazione che consentirebbe potenzialmente a due eredi di uscire dalla compagine azionaria, lasciando agli altri una partecipazione proporzionalmente maggiore e riducendo il numero dei soci chiamati a trovare un accordo sulla gestione.
Per finanziare il riacquisto sarebbero stati avviati colloqui con alcune banche.
Strnad, nella propria proposta, avrebbe indicato che il suo progetto e quello studiato da Delfin non sono necessariamente incompatibili, dichiarandosi disponibile a discutere una possibile combinazione delle due operazioni.
Resta però da capire se gli eredi siano realmente disposti ad aprire il capitale a un investitore esterno e, soprattutto, a quali condizioni.
Le tensioni familiari e l’offerta rifiutata da Rocco Basilico
Sul fondo della vicenda rimangono le divergenze tra gli eredi.
Tra le operazioni discusse negli ultimi tempi figura anche un’offerta da 3,5 miliardi di euro che Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe presentato a Rocco Basilico per rilevarne la partecipazione in Delfin.
Secondo le indiscrezioni, Basilico avrebbe respinto la proposta.
Il tentativo conferma comunque l’esistenza di iniziative volte a modificare gli equilibri proprietari della holding, senza necessariamente aprire le porte a un investitore esterno.
La proposta di Strnad arriva quindi in un contesto nel quale diversi azionisti potrebbero avere obiettivi differenti: conservare l’eredità industriale, ottenere liquidità, rafforzare il controllo o trovare una nuova formula di governance.
Sono interessi non sempre facilmente conciliabili, soprattutto quando il patrimonio in gioco raggiunge dimensioni così elevate.
Strnad è già in Italia: da Pirelli alle aziende di armamenti
Michal Strnad non è un nome completamente nuovo nel panorama industriale italiano.
L’imprenditore ceco ha già effettuato investimenti significativi nel Paese. A luglio avrebbe acquistato da Sinochem il 14% di Pirelli, per un corrispettivo di circa 987 milioni di euro, diventando uno degli azionisti più importanti del gruppo.
Attraverso CSG controlla inoltre Fiocchi, azienda italiana specializzata nella produzione di munizioni, e una partecipazione dell’80% in Perazzi, marchio conosciuto per i fucili destinati al tiro sportivo e alla caccia.
La sua attività imprenditoriale è quindi fortemente legata al comparto della difesa, anche se l’offerta per Delfin riguarderebbe un patrimonio diversificato, con interessi nell’occhialeria, nella finanza e nelle assicurazioni.
Nella lettera inviata alla holding, Strnad avrebbe spiegato di essere interessato a investimenti di lungo periodo in aziende caratterizzate da posizioni di mercato solide e flussi di cassa ricorrenti.
Delfin, secondo questa impostazione, rappresenterebbe un investimento coerente con la strategia del gruppo.
Del Vecchio promette battaglia: «Continuerò a proteggere ciò che mio padre ha costruito»
La presa di posizione di Leonardo Maria Del Vecchio si conclude con un messaggio che lascia poco spazio a interpretazioni sulla sua volontà di opporsi all’operazione.
«Mi si possono rimproverare tante cose. Ma non di aver smesso, nemmeno per un giorno, di lavorare per proteggere e mettere in sicurezza ciò che mio padre ha costruito e che, in fondo, appartiene anche all’Italia».
Poi la promessa di proseguire nella propria linea insieme agli altri soci eventualmente disponibili a sostenerlo.
«Continuerò a farlo, con i soci di Delfin che vorranno seguirmi, nel rispetto di tutti e con la determinazione di sempre. Anche davanti a me stesso».
La partita, dunque, è tutt’altro che chiusa.
Da una parte c’è un imprenditore straniero disposto a mettere sul tavolo 30 miliardi per entrare in possesso di una delle maggiori holding europee. Dall’altra c’è una famiglia divisa sulle modalità di gestione dell’eredità, ma vincolata da regole societarie che rendono estremamente difficile qualsiasi cambiamento radicale.
In mezzo ci sono EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, oltre a un patrimonio industriale e finanziario che Leonardo Del Vecchio ha costruito nel corso di una vita.
Per Leonardo Maria, quei 30 miliardi non bastano. E il punto, prima ancora che economico, è chi avrà il diritto di decidere il futuro dell’impero lasciato da suo padre.







