Il turismo italiano macina record, ma distribuisce pochissima ricchezza a chi lo tiene in piedi. Nel 2025 il settore ha registrato circa 477 milioni di presenze, oltre 185 milioni di arrivi e una spesa dei visitatori stranieri vicina ai 57 miliardi di euro. Il saldo della bilancia turistica ha sfiorato i 23 miliardi, pari a circa l’1% del Pil. Numeri che confermano il peso crescente del comparto nell’economia nazionale.
Dietro questa espansione, però, si nasconde un mercato del lavoro segnato da salari bassissimi, contratti fragili e irregolarità diffuse. Secondo uno studio della Filcams Cgil, nel turismo sette lavoratori su dieci percepiscono un reddito annuo inferiore alla soglia considerata necessaria per una vita dignitosa. Lo slogan scelto dal sindacato sintetizza il paradosso: «L’Italia va in ferie. Chi la tiene aperta vive con 11mila euro all’anno».
Il settore cresce, assume e produce fatturato. Ma una quota enorme degli addetti resta intrappolata nel lavoro povero. Non si tratta soltanto della tradizionale precarietà stagionale. Il fenomeno investe anche i dipendenti a tempo indeterminato, soprattutto donne, giovani e lavoratori impiegati nei pubblici esercizi.
Più occupati, ma stipendi dimezzati
Il turismo impiega oggi circa 2,06 milioni di persone. Tra il 2019 e il 2024 gli occupati sono aumentati del 13%, una crescita inferiore soltanto a quella delle costruzioni e superiore a quella registrata nei trasporti, nel commercio e nell’industria.
L’aumento dei posti di lavoro non ha però prodotto un miglioramento proporzionale delle retribuzioni. La paga media giornaliera nel turismo si ferma a 62 euro, contro i 90 del commercio, i 99 dell’intera economia privata e i 119 dell’industria.
Nei pubblici esercizi il dato scende ancora, fino a 56 euro al giorno. Anche all’interno dello stesso comparto emergono differenze profonde: negli alberghi la retribuzione media annua sfiora i 14mila euro, nelle agenzie di viaggio supera i 21mila, mentre nei bar e nei ristoranti precipita a 10.412 euro.
Questo significa che una parte consistente di chi serve ai tavoli, pulisce le camere, lavora nelle cucine, accoglie i clienti o garantisce l’apertura delle strutture ricettive guadagna meno della metà di un dipendente dell’industria.
Nel terziario allargato, che comprende turismo, commercio e servizi e occupa circa dieci milioni di persone, il 45% dei lavoratori percepisce un reddito sotto la soglia di povertà. Nel turismo la quota sale oltre il 70%.
Il part-time che nasconde il lavoro povero
Il principale fattore che comprime i redditi è il part-time. Nel turismo riguarda il 58% dei rapporti di lavoro, contro una media nazionale del 33%. Nella ristorazione raggiunge il 66%.
Il tempo parziale non rappresenta più soltanto una soluzione legata alla stagionalità o alle esigenze personali dei dipendenti. È diventato una componente strutturale del settore e coinvolge anche chi possiede un contratto stabile.
Secondo la Filcams, lavora part-time il 70% delle donne assunte a tempo indeterminato e oltre la metà degli uomini nella stessa condizione. Il posto fisso, quindi, non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente.
Nel 70% dei casi, inoltre, il lavoratore non sceglie liberamente il part-time. Accetta meno ore perché non trova un impiego a tempo pieno oppure perché il datore di lavoro gli offre soltanto quella formula.
Il problema non riguarda solo il numero delle ore contrattuali, ma anche la distanza tra quelle dichiarate e quelle realmente lavorate. Un dipendente può risultare assunto per 12, 16 o 20 ore settimanali e lavorarne in realtà il doppio o il triplo.
Negli appalti la frammentazione assume forme ancora più estreme. Alcuni addetti ricevono contratti da quattro, sei o otto ore alla settimana e devono sommare due o tre impieghi diversi per avvicinarsi a un orario pieno.
Straordinari non pagati e ore fuori busta
Il lavoro nero rappresenta soltanto la parte più visibile del problema. La forma più diffusa di irregolarità nel turismo è il cosiddetto lavoro grigio: il dipendente possiede un contratto formalmente regolare, ma le condizioni effettive non corrispondono a quelle dichiarate.
Secondo la Filcams, tra l’80 e il 90% delle irregolarità riscontrate nel settore riguarda proprio questa applicazione fittizia dei contratti. Le aziende dichiarano poche ore e fanno lavorare il dipendente molto più a lungo, non pagano gli straordinari, applicano un inquadramento inferiore rispetto alle mansioni svolte oppure negano ferie e permessi.
Il lavoro formalmente regolare finisce così per convivere con una parte sommersa. Il dipendente riceve una busta paga, ma una quota delle ore resta fuori dai documenti ufficiali e spesso anche dalla retribuzione.
Questa situazione rende più difficile misurare il fenomeno. Le statistiche fotografano i contratti e i salari dichiarati, ma non riescono a ricostruire integralmente il lavoro effettivo, soprattutto nelle attività stagionali, nei piccoli esercizi, negli appalti e nelle imprese che cambiano spesso personale.
La Filcams stima che nel resto del terziario le irregolarità riguardino comunque tra il 60 e il 70% dei casi. Nel turismo il problema assume dimensioni maggiori perché il settore concentra moltissimi contratti a chiamata, stagionali, somministrati, part-time e a tempo determinato.
La precarietà non è un incidente
Il segretario generale della Filcams, Fabrizio Russo, respinge l’idea che il lavoro povero rappresenti una semplice anomalia. «Non si tratta di un’anomalia di sistema, ma della sua logica interiore», sostiene.
Secondo Russo, la degenerazione è cominciata negli anni Novanta, quando il mercato del lavoro ha moltiplicato le forme contrattuali flessibili: part-time, somministrazione, lavoro a chiamata, contratti stagionali, tempo determinato e staff leasing.
«Non c’è nessun altro settore in cui ci sia una presenza così ampia di tipologie contrattuali precarie», afferma il segretario della Filcams.
I contratti cosiddetti pirata, firmati da organizzazioni poco rappresentative e spesso caratterizzati da salari inferiori, inciderebbero per una quota compresa tra il 5 e il 10%. Non costituiscono quindi la causa principale.
Il cuore del problema si trova anche nei contratti pienamente legittimi, nei part-time involontari, nei bassi livelli di inquadramento e nella frammentazione delle ore. Il lavoro povero non nasce soltanto dalla violazione delle regole, ma anche da regole che consentono di mantenere bassi salari e redditi annuali.
Contratti rinnovati con anni di ritardo
A comprimere ulteriormente le retribuzioni contribuisce il ritardo nei rinnovi dei contratti collettivi nazionali. In alcuni comparti i lavoratori hanno atteso quattro, cinque, sei o perfino otto anni dopo la scadenza.
Durante questi lunghi periodi, l’inflazione riduce il potere d’acquisto mentre gli stipendi restano sostanzialmente fermi. Quando arriva il rinnovo, gli aumenti devono recuperare anni di perdita e spesso non riescono a colmare interamente il divario.
Nel turismo convivono sei o sette contratti nazionali considerati rappresentativi, firmati da Cgil, Cisl e Uil con le principali associazioni datoriali. Eppure la diffusione di accordi formalmente corretti non impedisce al lavoro povero di dilagare.
La ragione sta nella combinazione tra basse retribuzioni tabellari, poche ore dichiarate, stagionalità, discontinuità dei rapporti e mancato pagamento di una parte del lavoro effettivamente svolto.
Un salario giornaliero può anche rispettare il minimo previsto dal contratto, ma se il dipendente lavora soltanto pochi mesi all’anno, riceve un part-time di poche ore o accumula periodi di disoccupazione, il reddito annuale resta insufficiente.
Il conto dei record lo pagano i lavoratori
Il turismo italiano continua a crescere grazie all’aumento delle presenze, alla spesa degli stranieri e alla forza attrattiva delle città d’arte, delle località balneari e delle destinazioni montane. Nel 2025 la spesa dei viaggiatori internazionali ha raggiunto 56,7 miliardi di euro, con un incremento nominale del 4,6%.
Questa ricchezza, però, non raggiunge in misura adeguata chi lavora negli alberghi, nei ristoranti, nei bar, nelle agenzie e nei servizi collegati. Il settore assume più persone, ma continua a utilizzare il lavoro come principale leva per contenere i costi.
La scarsità di personale denunciata ogni estate da molti imprenditori non può quindi essere separata dalla qualità dei contratti offerti. Quando un impiego richiede turni lunghi, lavoro serale e festivo, disponibilità stagionale e salari poco superiori alla soglia di povertà, la difficoltà nel trovare lavoratori non appare più inspiegabile.
Il vero paradosso non consiste nel fatto che il turismo cresca mentre i salari restano bassi. Consiste nel fatto che una parte di quella crescita si regga proprio sulla debolezza contrattuale di chi lavora.
L’Italia incassa miliardi dalle vacanze. Ma chi apre gli alberghi, serve ai tavoli, pulisce le stanze e garantisce i servizi continua troppo spesso a non potersele permettere.







